"Amate il prossimo": ma se lui non ci ama? - Ecclesia Dei

“Amate il prossimo”: ma se lui non ci ama? 

Non sempre il prossimo è capace di amarci. Ecco uno spunto per capire come comportarsi, in tale scenario.

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Sopportare gli obbrobri è la pietra di paragone dell’umiltà e della vera virtù.

Questa frase di S. Francesco di Sales è di estrema attualità. Quante volte il cristiano è costretto ad accettare umiliazioni di ogni genere, per il nome di Gesù Cristo?

Per il nome di Gesù, siamo messi a morte ogni giorno.

Questo è scontato, poiché ben ricordiamo cosa disse Cristo agli Apostoli. Sappiamo infatti che, a motivo della nostra fede, il mondo ci odierà. Così come ha odiato i nostri padri nella fede cattolica, e continuerà ad odiare i nostri posteri che erediteranno la chiesa militante, quando noi finiremo sottoterra.

Ma chiediamoci: se l’odio provenisse dal vicino nella fede, e non dal lontano, cosa dobbiamo fare?

Questo è un problema più grave del primo. Perché, da un uomo di mondo, che non crede, che odia Cristo e schifa la Chiesa, ci aspettiamo odio e disprezzo. Nihil sub sole novum.

Ma se è il prossimo ad arrecarci danno e odio, è ben più difficile gestire la situazione. Non ti aspetti, infatti, che il prossimo, ossia l’ultima persona, magari a te cara, possa muoverti guerra, e arrecarti danni e mortificazioni, umiliazioni e affronti. Ecco che qua si gioca la scommessa della carità cristiana!

Anche in questo scenario, Gesù è lapidario, come ci riporta il S. Vangelo di S. Matteo: “Si enim diligitis eos, qui vos diligunt, quam mercedem habebitis? Nonne et pubblicani hoc faciunt? Et si salutaveritis fratres vestros tantum, quid amplius facitis? Nonne et ethnici hoc faciunt?”. “Perchè se amerete coloro che vi amano, che premio avrete voi? Non fanno altrettanto anche i pubblicani? E se saluterete solo i vostri fratelli, cosa fate di più (degli altri?) non fanno altrettanto i gentili?”

Ci si gioca tutto qua. Noi dobbiamo amare il prossimo, anche se lui non ci ama. Così ha fatto Gesù che, sapendo benissimo che noi non lo avremmo amato, nel corso della nostra vita, e che avremmo preferito peccati e vizi, sozzure e bagordi, è andato lo stesso in croce per noi. Senza compromessi. Senza se e senza ma.

“Eh ma il prossimo mi disprezza, io mi devo difendere”: certamente. Dice S. Alfonso che “ […] talvolta è lecito l’adirarsi, purché si faccia senza colpa. Ma qui sta il punto. Speculativamente parlando alle volte sembra spediente il parlare o rispondere con asprezza ad alcuni per farli ravvedere; ma in pratica è molto difficile che ciò riesca senza nostra colpa; onde la via sicura è quella di ammonire o di rispondere sempre con dolcezza e stare attento a non mai risentirsi.”

Uno dei metodi migliori è ringraziare chi ci offende per l’offesa arrecataci. Questo ci mette subito in una posizione di superiorità spirituale, perché forza il nostro orgoglio a soffocare il lamento, spegne il fuoco dell’ira e alimenta il desiderio del bene. È un modo per dire “sia fatta la tua volontà”, accettando la croce per guadagnare il Paradiso. Tutte le tribolazioni sono sempre concesse da Dio! E Dio concede solo ciò che alla fine risulta nel nostro bene. Noi con umiltà dobbiamo accettare l’affronto. Il vero umile disprezza sé e desidera essere disprezzato dagli altri. Perché? Perché noi siamo peccatori, e in quanto tali meritiamo disprezzo. “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato mi ha concepito mia madre”. Le croci sono le vie maestre per imitare Gesù Cristo, per piacere al Padre, per salvare la nostra anima dopo la morte. E queste croci, più sono dolorose, più grandi sono i benefici che recano. Perché più grande è il dolore sofferto vicariamente, più perfetta è l’imitazione di Gesù.
S. Francesco di Sales sottolinea bene questo aspetto della capacità di soffrire e accettare le umiliazioni con mansuetudine, anche del prossimo:

«Non vi mettete mai in collera né le aprite mai la porta per qualunque pretesto, perché entrata ch’è una volta in noi, non è più in nostra mano, quando vogliamo, il discacciarla né il moderarla. I rimedi perciò sono: 1º Rigettarla subito con divertire altrove la mente, e senza dir parola. 2º Ad imitazione degli apostoli allorché videro il mare in tempesta, ricorrere a Dio a cui s’appartiene di mettere il cuore in pace. 3º Se vedrete che la collera per vostra debolezza ha posto già il piede nel vostro spirito, in tal caso fatevi forza per rimettervi in calma, e poi procurate di praticare atti di umiltà e di dolcezza verso la persona contra cui vi sentite adirato; ma tutto ciò bisogna farlo con soavità e senza violenza, poiché molto importa il non inasprir le piaghe»

Anche il prossimo ha l’uomo vecchio, e questo uomo vecchio, come dice l’Imitazione di Cristo, ancora abita nei meandri dell’anima, e non è mai completamente morto. Per questa ragione, dobbiamo essere capaci di accettare sempre la mortificazione del prossimo, di amarlo in cambio, e di perdonare l’offesa senza portare rancore o inquietudine per il peccato. Perchè l’inquietudine non è da Dio. “Non in commotione Dominus”. Il Signore non dimora nei cuori turbati.

Concludiamo questa riflessione con le parole di S. Alfonso, chiedendo al Signore la grazia di amare le offese del prossimo, qualora dovessero verificarsi.

“Oh come son cari a Gesù Cristo i cuori mansueti che nel ricevere gli affronti, le derisioni, le calunnie, le persecuzioni, ed anche le battiture e le ferite, non si adirano con chi l’ingiuria o percuote! Mansuetorum semper tibi placuit deprecatio (Iudith. IX, 16). Le preghiere de’ mansueti son sempre gradite a Dio, viene a dire che sono sempre esaudite. A’ mansueti sta con modo speciale promesso il paradiso: Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram (Matth. V, 4). Diceva il P. Alvarez che il paradiso è la patria dei disprezzati, perseguitati e calpestati; sì, perchè a costoro, non già a’ superbi che sono onorati e stimati dal mondo, sta riserbato il possesso di quel regno eterno. Scrisse Davide che i mansueti non solo otterranno l’eterna beatitudine, ma anche in questa vita godranno una gran pace: Mansueti… haereditabunt terram, et delectabuntur in multitudine pacis (Ps. XXXVI, 11). Sì, perchè i santi non conservano rancore con chi gli maltratta, ma l’amano più di prima; ed il Signore, in premio della loro pazienza, accresce loro la pace interna. Dicea S. Teresa: «Colle persone che diceano male di me parmi ch’io ponessi in loro un nuovo amore». Onde poi la sagra Ruota scrisse della santa: Offensiones ipsi amoris escam ministrabant: le offese le porgevano materia di più amare chi più l’offendeva. Una tal mansuetudine però non può aversi se non da chi è dotato d’una grande umiltà e basso concetto di sè, per cui crede di meritare ogni disprezzo; e perciò all’incontro i superbi son sempre iracondi e vendicativi, perchè han concetto di se stessi e stimansi degni di ogni onore.”

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