Chi era il maestro di camera?

Chi era il maestro di camera?

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[page_title]  Il maestro di camera del papa era il prefetto della camera papale, primo prelato della Santa Sede e secondo prelato palatino. Presiedeva al cerimoniale della […]

Il maestro di camera del papa era il prefetto della camera papale, primo prelato della Santa Sede e secondo prelato palatino. Presiedeva al cerimoniale della corte e della famiglia pontificie. Gestiva l’ammissione alle udienze e l’anticamera papale, dunque il servizio e l’attività dei camerieri segreti e d’onore del papa. Egli era il rispettivo pontificio del gran ciambellano reale ed il suo incarico decadeva alla morte del pontefice che lo avesse nominato[1].

La figura del maestro di camera era presente nel palazzo apostolico almeno dal XVI secolo, si trattava del primo dei camerieri segreti partecipanti, vestendo altresì come loro, in abito paonazzo come abito d’ufficio e, per le cerimonie, cappa con mostra rosse.

Nei secoli successivi, il maestro di camera non sempre coincise col primo dei camerieri segreti, anzi poteva essere un presule di più alto grado, talvolta vescovo. L’abito consueto rimase quello di mantellone o di mantelletta, in base al rango di prelatura. Dalla prima metà dell’Ottocento, particolarmente dal pontificato di Gregorio XVI, cominciò a consolidarsi l’uso di nominare maestro di camera un chierico, cui contestualmente era conferito il titolo di protonotario apostolico ad instar participantium o soprannumerario. Il maestro di camera, oltre l’attività ordinaria, era il custode dell’anello piscatorio, che consegnava al camerlengo del collegio cardinalizio alla morte del Santo Padre. Egli doveva accompagnare il papa ovunque si recasse con la propria camera segreta, in abito prelatizio, stando al lato sinistro del santo padre. Il lato destro era spettante al maggiordomo di Sua Santità.

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Parallelamente, anche i cardinali avevano diritto al maestro di camera, che apparteneva alla famiglia cardinalizia. Era il capo dell’anticamera e della famiglia del porporato, che dal maestro dipendevano nel servizio del cerimoniale e nelle attività pubbliche. Egli introduceva i visitatori del cardinale e organizzava le udienze[2], facendo da filtro a chi volesse incontrarlo. Per ottemperare all’incarico, erano necessarie accurata conoscenza e pratica del cerimoniale nonché spiccate capacità nel coordinamento. Il maestro di camera cardinalizio indossava talare e ferraiolo neri di seta. L’inverno poteva vestire la talare di panno con la distinzione delle “mostre di seta nera alle maniche[3].

Spesso il maestro di camera, sia cardinalizio che papale, era chiamato nella sua carriera a più alti incarichi. Un esempio è in Mons. Giuseppe Patrizi, maestro di camera di Angelo Mai[4], dal 1837, e che dal 1842 fu richiesto quale vicario generale della complessa diocesi di Porto e Santa Rufina, assurgendo a protonotario apostolico. La sua morte prematura a trentasette anni rappresentò, per le cronache dell’epoca, la privazione di un prelato di ottime speranze[5].

Mons. Ottavio Cagiano de Azevedo, Mons. Gaetano Bisleti e Mons. Alberto Arborio Mella di Sant’Elia furono tutti maestri di camera del papa, i quali assursero al cardinalato al di fuori di Mons. Arborio Mella, prematuramente colpito da infermità.

Il 28 marzo 1968, per ottemperare al processo di riforma della casa pontificia, abolendo i prelati palatini, Paolo VI soppresse altresì la figura del maestro di camera[6].


  1. [1] Cf. G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. Da S. Pietro sino ai giorni nostri, Venezia 1846, vol. 41, sub verbo Maestro di camera del Papa.
  2. [2] Cf. G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. Da S. Pietro sino ai giorni nostri, Venezia 1843, vol. 23, sub verbo Famiglia de’ Cardinali e Prelati.
  3. [3] Ibidem.
  4. [4] Cf. D. Bracale, Patrizi di Bellegra. Presbiteri al servizio della Curia Romana dal XVIII al XX secolo, Roma 2020, seconda edizione, p. 36.
  5. [5] Cf. G. Jannuccelli, Memorie di Subiaco e sua Badia, Genova 1856, p.447.
  6. [6] Cf. Paolo VI, Lettera Apostolica Motu Proprio Pontificalis Domus (28 maezo 1968), n. 7, § 3.
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