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Chi sono i canonici?

Il capitolo dei canonici – secondo il codice di diritto canonico – è il collegio dei sacerdoti al quale spetta assolvere alle funzioni liturgiche più solenni nella chiesa cattedrale o collegiale[1]. Ogni vescovo ha il proprio capitolo, ma anticamente anche collegiate e parrocchie ne avevano uno. Con il codice di diritto canonico del 1983 le parrocchie non possono più essere unite al capitolo. Tale riforma ha portato vieppiù alla soppressione dei capitoli parrocchiali.

Nei secoli passati i capitoli avevano tutti particolari privilegi e abiti propri e distintivi. L’arciprete sovente assolveva alla funzione di parroco, mentre i canonici coadiuvavano nelle diverse funzioni assegnate loro, quindi vi era il camerlengo, il segretario, il penitenziere e così via. Essi formavano un corpo unico, che amministrava e governava la parrocchia pastoralmente ed economicamente.

L’abito proprio, prevalentemente, si componeva di talare, cotta ed almuzia.

L’almuzia o gufo era una cappa di pelliccia che poteva cadere su entrambe le spalle oppure essere legata al braccio, soprattutto se risultava troppo calda in estate. Era il distintivo proprio dei canonici dal XIV secolo[2].

I canonici prelati, che godevano di un particolare titolo pontificio, indossavano come abito corale la veste del loro rango prelatizio oppure la talare paonazza con rocchetto ed almuzia. All’almuzia è stata sovente sostituita la mozzetta, secondo le costituzioni capitolari. Il colore poteva variare dal paonazzo al nero con occhielli rubino. Non di rado, si è concesso l’uso della croce pettorale, purché la foggia del cordone fosse evidentemente diversa dall’episcopale.

A Roma, ad inizio Novecento, ogni canonico poteva indossare il rocchetto. In alcuni casi, il capitolo era composto da prelati durante munere. I canonici delle basiliche patriarcali, invece, erano e sono di diritto protonotari apostolici soprannumerari a vita.

Sinodo Diocesano Sublacense del 1933

L’abito e i distintivi canonicali non sono dei meri accessori, storicamente hanno rappresentato un valore aggiunto, indicativo delle potestà e funzioni di un capitolo. Un esempio lampante è il caso di Porto-Santa Rufina-Civitavecchia, diocesi tanto vasta quanto complessa, ove nel 1795 il card. Rezzonico, in visita ad limina, lamentava che i canonici non avessero “alcun segno di dignità se non la cotta”[3]. La sottolineatura di questo aspetto dimostra che l’abito del capitolo avesse importanza, soprattutto per il decoro che si esigeva nelle celebrazioni ed in coro.

Alcuni capitoli contraddistinte da prelature pontificie furono quello dei Ss. Celso e Giuliano in Banchi, per il quale Benedetto XV e Pio XII concessero ai canonici il titolo di cappellani e camerieri segreti[4]; il capitolo di Santa Maria Ad martyres, che tutt’oggi fregia della nomina a protonotario apostolico soprannumerario, e di Santa Maria Assunta di Oristano, i cui canonici erano camerieri d’onore in abito paonazzo.


  1. [1] Cf. CIC, can. 503.
  2. [2] Cf. G. Moroni,  Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. Da S. Pietro sino ai giorni nostri, Venezia 1840, vol. 1, sub verbo Almuzia.
  3. [3] A. Cugini–  E. Spada, Porto Santa Rufina. Storia di una Chiesa, Roma 2016, p. 208.
  4. [4] Cf. D. Bracale, Mons. Nazareno Patrizi. Da Bellegra alla Corte Pontificia, Roma 2020, pp. 53 e 69.

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