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Contro i “ministri straordinari” dell’Eucaristia

Qualche osservazione sui “ministri straordinari” che distribuiscono la Comunione e il modo corretto di fare critica.

Le riforme liturgiche del secolo scorso hanno spinto molto sulla partecipazione laicale. Una delle figure che da allora trovano indebitamente posto nei nostri presbiteri sono i cosiddetti “ministri straordinari dell’Eucarestia”, introdotti dall’istruzione Fidei custos del 30 aprile 1969. Si tratta di laici ai quali è stato conferito l’incarico di distribuire la Santa Comunione sia ai malati, andandoli a visitare nelle loro case, sia durante le celebrazioni liturgiche. Il loro ruolo crea in alcuni dei problemi di coscienza o almeno dei fastidi, che preferiscono ricevere l’Eucaristia dal sacerdote perché “abituati così” o peggio “vale di più”. Si tratta tuttavia di critiche che durano poco, e per criticare qualcosa bisogna sempre farlo con gli strumenti giusti.

San Tommaso d’Aquino spiega in maniera chiara che il ministro ordinario dell’Eucaristia è il solo sacerdote, essendo l’unico capace di consacrarla validamente e di distribuirla lecitamente. Si capisce dunque che è insufficiente parlare di migliore formazione per i ministri straordinari o di evitare i ministri donne: no, ai laici non deve essere concessa la distribuzione del Corpo di Nostro Signore. Al tempo stesso, il codice di diritto canonico del 1917 ammette, dietro licenza presunta dell’Ordinario o del parroco, che il diacono, in quanto ministro straordinario, distribuisca l’Eucaristia, in quanto è anch’egli consacrato.

Si può e si deve subito prevenire un’obiezione: cosa fare in caso di necessità? Come valutare l’operato di san Tarcisio, che nel II secolo si rifiutò di consegnare l’Eucaristia che portava ad un cristiano incarcerato e per questo subì il martirio? È un modo di procedere problematico a livello epistemologico: non è il caso eccezionale a dare la regola, ma sono le eccezioni a doversi valutare di volta in volta. I teologi moralisti ammettono infatti che solo in caso di necessità e in mancanza di ministri consacrati possano essere dei laici a portare ed amministrare l’Eucaristia. Si tratta, dunque, di casi assai diversi da quelli della vita ordinaria di molte parrocchie, in cui la distribuzione del Sacramento ai malati, magari allettati ma lontani dal pericolo di morte, è usualmente demandata a dei laici che, senza particolari problemi, vengono anche chiamati durante le Messe per abbreviare il tempo della comunione (è proverbiale l’odio che una buona parte del clero nutre per la durata delle celebrazioni da loro stessi officiate). È inoltre assolutamente privo di senso il loro coinvolgimento per esporre la Santa Eucaristia, azione che dovrebbe essere compiuta liturgicamente con tutta una serie di elementi (incensazione, tronetto, corporale…) che gli stessi libri liturgici nuovi indicano come facoltativi o proibiti per il ministro laico.

Stante la gravità della loro presenza è del tutto irrilevante, dunque, che costoro siano in abiti civili o indossino camici (spesso sporchi e brutti), che siano uomini o donne e, purtroppo, che siano anche pii: si badi bene, nessuno li vuole accusare, si tratta spesso di persone in buona fede e con una grande devozione verso Gesù Eucaristico, i quali concepiscono questo compito come un grande onore al servizio del Corpo del Signore. Tuttavia, la buona fede non può perdere di vista la verità. Dunque, l’appello che viene fatto ai ministri straordinari che ci leggono è quello di abbandonare il proprio ruolo, lasciando soltanto a coloro che la Chiesa ha chiamato, lungo la sua storia e in tutti i suoi riti, il compito di distribuire il Santissimo Sacramento.


Bibliografia

  • Augusto Bergamini, Il ministro straordinario della Comunione. Sussidio pastorale di formazione, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2014.
  • Aloisio Piscetta – Andrea Gennaro, Sommario di teologia morale, Torino, Società Editrice Internazionale, 1952, pp. 570-572.

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