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Cronache di un convegno liturgico italiano

I convegni liturgici che nel corso del tempo si moltiplicano sempre più in Italia, danno spesso dei risultati che risultano deludenti per chi apprezza una liturgia ben organizzata che segua le rubriche presenti nel Messale Romano. In questo articolo vogliamo proporre un commento ad un convegno liturgico fittizio svoltosi in qualche remoto posto d’Italia ai giorni nostri.

La liturgia è spesso fonte di dibattito che si ritiene opportuno aprire all’interno di convegni liturgici appositamente organizzati in cui discutere del più e del meno (in merito alla liturgia, ovviamente).

Quello che ne viene fuori spesso può lasciare perplesso un “affezionato” al rispetto passo per passo delle Rubriche del Messale Romano, senza fare una distinzione tra Vetus e Novus Ordo.

Come ben sappiamo, la Liturgia è spesso soggetta a delle interpretazioni personali che deformano il senso reale della cosa, del gesto che si va a compiere e ciò può portare a degli abusi che, se ripresi da altri, possono confluire in una abitudine sbagliata.

Questione molto spesso tirata in ballo è quella dello “svecchiamento liturgico”, inteso come adattamento della liturgia ai tempi correnti, soppressione dell’utilizzo del latino e una forma più semplice, meno articolata, perché “molte cose non si capiscono”.

Si cerca una chiesa più povera, quindi al bando tutti quei paramenti storici, parte di una tradizione, che arricchiscono le sacrestie non solo di molte Cattedrali e Basiliche, ma anche delle parrocchie.

Si opta per l’utilizzo di semplici casule in poliestere (che tra l’altro è un tessuto che inquina), per la riduzione degli addobbi nelle solennità e nelle feste, si canta sempre meno in quelle occasioni in cui il canto dovrebbe in maniera ancor più particolare sottolinearne l’importanza.

Anche il canto è soggetto a trasformazioni, cambiano le “esigenze” del popolo a seconda del tempo storico in cui ci troviamo: l’organo, anche nelle chiese in cui è presente, viene sostituito dalle tastiere elettroniche e dalle chitarre uniti al suono di tamburi e tamburelli.

Tutto ciò è quindi, giustamente, oggetto di discussione per tutti quei liturgisti che hanno realmente a cuore la cura delle liturgie all’interno delle nostre parrocchie.

Però, la liturgia, rigorosamente definita in ogni sua azione, in ogni suo momento, può essere soggetta a diverse interpretazioni perlopiù personali?

Alcuni sono d’accordo e i convegni liturgici si battono per questo: per una liturgia che sia, sì, definita, ma che allo stesso tempo possa essere flessibile a discrezione dei singoli parroci. Questo, però, è già previsto nel Messale Romano che spesso interviene con apposite diciture “se le diverse esigenze pastorali ritengono che…” e altre simili.

La questione preoccupante riguarda gli abusi liturgici che, proprio per questa flessibilità, spesso sbagliata, correlata alle singole esigenze ed interpretazioni, prendono piede in molte realtà parrocchiali e non.

“Svecchiare”, se così vogliamo dire, la liturgia, implica che questa non sia ben curata? Qualcuno vi risponderà che curare le singole celebrazioni non vuol dire curare una partecipazione più viva dell’assemblea al Santo Mistero dell’Eucaristia.

Eppure chi non si commuove dinanzi a delle celebrazioni ben curate, sia nel servizio che nel canto?

Questi ragionamenti non sono ripresi dai convegni di liturgia perché la preoccupazione principale è: come coinvolgere le persone nelle celebrazioni domenicali e festive affinché partecipino assiduamente?

Questo ragionamento ha portato allo smantellamento degli altari ad orientem perché “il prete era girato di spalle”. Potrebbe farsi un ragionamento più ampio sul perché il sacerdote recitasse tutto a bassa voce, senza rendere partecipe l’assemblea, ma ridurre il tutto ad un “prete girato di spalle” senza comprendere il significato reale, cioè che tutto il popolo, sacerdote incluso, volgeva il suo sguardo verso la croce per la preghiera, è assurdo.

Argomento, anche questo molto intenso, riguarda i simboli di cui si è tanto arricchita nei secoli la nostra liturgia. Molti, dopo il Vaticano II, sono stati resi facoltativi, altri aboliti definitivamente, ciononostante la liturgia secondo il Novus Ordo continua a presentarne in grande abbondanza.

Però, oggi, si tende alla soppressione di questi e la principale scusa è che la gente non li comprende a pieno. Però gli offertori trasformiamoli in processione di oggetti di qualsiasi tipo, gli altari diventino pure vetrine da allestimento di un negozio di abbigliamento e così via.

La domanda è: perché da questi momenti di discussione sulla liturgia, viene sempre fuori che è necessario tagliare, eliminare, abolire, piuttosto che mantenere, far comprendere, istruire?

Non andrebbe istruito, a seconda dei vari periodi dell’anno liturgico, il fedele affinché sia in grado di comprendere il perché di quel segno?

Il titolo del motu proprio di Papa Francesco, Traditionis Custodes, invita a preservare la ricchezza della liturgia, frutto di duemila anni di storia. 

Ma può questo essere possibile?

In un mondo in cui si tende sempre più a dire quello che la gente vuole sentirsi dire, in cui l’omologazione alle masse è fortemente presente nell’epoca contemporanea, in cui si tende a sbarazzarsi del vecchio senza provare a dargli un senso, che nel tempo gli era stato dato, come può la Chiesa riuscire a non entrare in questo meccanismo continuando a preservare, facendo sì che sia piena di significato, la propria tradizione?

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