SAN GIUSEPPE

Custode del Redentore

Quando papa Giovanni XXII, nel corso del Concilio Ecumenico,
inserì la menzione di san Giuseppe nell’antichissimo Canone Romano,
esprimeva certamente una grande devozione verso il Giusto.



 

Don Gianandrea Di Donna  |  19 Luglio 2021  |  Tempo di lettura: 5 minuti

 

SAN GIUSEPPE

Custode del Redentore

Quando papa Giovanni XXII, nel corso del Concilio Ecumenico, inserì la menzione di san Giuseppe nell’antichissimo Canone Romano, esprimeva certamente una grande devozione verso il Giusto.

Don Gianandrea Di Donna
19 Luglio 2021
Tempo di lettura: 5 minuti

 

Quando papa Giovanni XXII, nel corso del Concilio Ecumenico, inserì la menzione di san Giuseppe nell’antichissimo Canone Romano, esprimeva certamente una grande devozione verso il Giusto (come ancor’oggi i cristiani di Nazareth amano chiamare lo sposo di Maria) che, premuroso verso la Madre di Dio, si era dedicato alla crescita e all’educazione del bambino Gesù, divenendo così il Redemptoris Custos [1] di questo mistero di grazia affidato da Dio all’umanità e alla Chiesa. Anche il papa Benedetto XVI – con la conferma del papa Francesco – estese questa lieta memoria di Giuseppe di Nazareth alle altre preghiere eucaristiche, cosicché oggi, nel corso della celebrazione dell’Eucaristia, il nome del Custode del Figlio di Dio risuona ogni giorno nella vita della Chiesa.
«Il padre di famiglia impone le mani sull’involucro con il pane e dice: «Benedetto tu, Signore, Dio nostro, re dell’universo che produci (e scopre il pane) il pane (e alza il pane in alto) dalla terra (e lo depone sulla mensa; quindi lo spezza, lo distribuisce. Poi si fa la cena…)». Queste parole, antichissimo rito di apertura e benedizione sull’alimento, che il pio israelita ripete da secoli all’inizio del pasto imbandito sulla mensa di casa, ci conducono a pensare, con riverenza e affetto religioso, a quell’umile e silenzioso padre della famiglia di Nazareth, Giuseppe. Egli, raccolto ogni sera a tavola con Maria sua sposa e il figlio Gesù – i cui occhi essi scrutavano ogni giorno, attoniti tra stupore e turbamento –, ripeteva questa preghiera domestica della mensa che in tal modo anche il Figlio dell’Uomo ha imparato a elevare a Dio Padre e provvidente. Il Signore Gesù, volendo affidare alla Chiesa la celebrazione del banchetto eucaristico, memoria del suo glorioso sacrificio, ne ha certamente ricavato l’incipit rituale proprio da questo culto domestico e quotidiano della mensa che suo padre Giuseppe gli trasmise, ripetendolo per trent’anni ogni giorno nella loro casa e che lo stesso Signore Gesù ha reiterato a ogni pasto, feriale o festivo, con i Dodici e con le donne, nelle case o tra le pendici del Mar di Galilea, ospite a casa degli sposi di Cana di Galilea (Gv 2,1-25), con pochi intimi a casa di Simone e Andrea a Cafarnao (Mc 1,29-39), a casa di Matteo il pubblicano (Mt 9-10), a casa di Simone il fariseo (Lc 7,36-50), a casa degli amici Lazzaro, Maria e Marta (Lc 10,38-42), nelle case dei peccatori, tra lo scandalo generale (Mt 9,10-13), lui «un mangione, e un beone, un amico dei pubblicani e di peccatori» (Mt 11,19 ) o quando spezzava il pane per le folle (Mt 14,13-21; Mc 6,30-44; Lc9,12-17; Gv 6,1-14). Il gesto della fractio panis (gr. κλάσις τοῦ ἄρτου) che accompagna la benedizione (ebr. berakah) sul pane è pertanto un rito domestico, un rito della famiglia, che segna la presenza di Dio nella vita quotidiana dei credenti.
Questo gesto, custodito nella sua sacralità e venerato fin da subito nella Chiesa, si ripeteva nelle case dei cristiani delle origini come rito eucaristico (1Cor 10,16, Lc 22,19; At 2,42.46; 20,7.11). Nelle primitive comunità cristiane il rituale si conservò rigorosamente, fino a quando il numero dei fedeli lo permise: gli Atti degli Apostoli (2,46) riferiscono infatti che a Gerusalemme, presso i cristiani, si spezzava il pane di casa in casa (gr. κατ’ οἶκον). Il crescere continuo e smisurato del numero dei fedeli non permise, nel corso dei secoli, di mantenere quella forma “domestica” del culto eucaristico, finché si giunse (almeno dal IV secolo) a celebrarlo nelle basiliche e nelle chiese, così com’è giunto fino a noi.
La casa dei cristiani oggi non è luogo abituale dell’Eucaristia ma certamente la casa può diventare luogo della celebrazione della fede. Forse è il caso di dire deve diventarlo nuovamente! Questo atteggiamento credente ha le sue radici nell’esperienza del popolo di Israele, nell’esperienza della Santa Famiglia e in quella delle prime generazioni di cristiani. Sarebbe limitante pensare che le circostanze sociali o culturali o di natura igienica ci portino a doverci accontentare della preghiera domestica: essa non è un ripiego ma una reale celebrazione della presenza di Dio, “nascosto” tra le opere e giorni di ogni uomo. Un bambino ascolta un brano della Sacra Scrittura dalle labbra del papà, vede i fratelli fare il segno di Croce prima del pasto, osserva la mamma accendere un lume dinanzi all’immagine della Madre di Dio, sente le mani curve della nonna tracciare il segno di croce sulla sua fronte, s’interroga sul perché oggi si rinunci al cibo, vede il ramo di ulivo appeso alla porta di casa, ripete con la famiglia le parole dell’Angelus pronunciate dal Papa alla televisione, si chiede perché papà lo inviti a non usare l’IPad il Venerdì Santo, recita il Padre nostro – almeno una volta al giorno – con la mamma correndo a scuola… È solo una litania domestica delle molte possibilità che nelle case abbiamo di celebrare la presenza di Dio in mezzo a noi.
don Gianandrea Di Donna, direttore Ufficio per la Liturgia della Diocesi di Padova

Note


1. Il Custode del Redentore (cfr. l’esortazione apostolica Redemptoris Custos del Santo Padre Giovanni Paolo II sulla figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa, 15 agosto 1989).
 
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