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De Virginitate: sull’eccellenza della vita verginale

Già restare vergini fino al matrimonio è da bigotti e retrogradi, figuriamoci scegliere la verginità come stato di vita. Ma è proprio vero che sia così?

Parlare di verginità nell’epoca in cui viviamo sembra a dir poco ridicolo: ormai siamo circondati da un mondo che continua a bombardarci con mille provocazioni che intendono convincerci che noi del nostro corpo possiamo fare ciò che vogliamo, e guai a chi si permette di imporre bigotti veti medioevali. Dopo il ’68, ormai lo sappiamo tutti, ognuno è libero di vivere la propria sessualità come vuole, con chi vuole e per quanto vuole. Di conseguenza, sembra quasi scontato dire che se da una parte si esalta chi vive la sessualità in questa maniera, dall’altra si denigra chi invece sceglie la via della verginità. Si utilizza volontariamente la parola verginità poiché molto spesso viene confusa con il termine castità. Ebbene, mentre la verginità è uno stato di vita a cui solo alcuni scelgono di aderire, la castità è una virtù alla quale sono tenuti sia i vergini che le persone coniugate. Esiste infatti quella che viene definita la castità coniugale, ossia la castità alla quale anche i coniugi devono sottomettersi al fine di poter costruire una santa famiglia. È molto interessante questo aspetto della castità, ma meriterebbe un’analisi a parte e non è questa la sede per approfondirlo.

Tornando al punto del discorso, ci si chiede: che senso ha parlare di verginità nel 2023, quando mi basta aprire il primo social o sito di turno e mi spinge a perderla, vuoi con un atto, vuoi con un pensiero? Ha senso nella misura in cui si comprende la grandezza e l’eccellenza di questo dono, nella ragionevolezza della proposta che ci offre la Santa Madre Chiesa.

Per comprendere questo dono, ci facciamo aiutare da un’opera di un Padre della Chiesa, ossia il grande Sant’Agostino. A modesto parere di chi scrive, tra tutti i santi, non c’è santo più indicato per trattare tale tema, perché si ricorda che il giovane Agostino ha vissuto per trent’anni nella dissolutezza più totale, e dopo essersi liberato, per mezzo della Grazia di Cristo, dal desiderio lascivo, ha scritto dell’importanza, anzi, della santità e sacralità della vita verginale. 

Egli ce ne parla specificamente in un’opera breve intitolata De virginitate, in cui introduce il discorso parlando della Vergine Maria, la quale «se fu beata per aver concepito il corpo di Cristo, lo fu maggiormente per aver accettato la fede nel Cristo» (Sant’Agostino, De Virginitate, 3.3) infatti «di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità, se lei il Cristo non l’avesse portato nel cuore, con una sorte più fortunata di quando lo concepì nella carne» (ibidem). Il merito della santissima Vergine fu quello di concepire Cristo nel cuore ancor prima di concepirlo nella carne: tanto è vero che «fu Lei stessa a consacrare a Dio la sua verginità quando ancora non sapeva chi avrebbe concepito» (ivi, 4.4). La Vergine Maria scelse liberamente di consacrarsi a Dio, fu la Prima, la Nuova Eva, e per questo è anche modello delle Sante Vergini. In Maria Santissima, «le Sante Vergini non debbono rammaricarsi se, conservando la verginità, non possono diventar madri in senso fisico… esse sono, in Maria, madri di Cristo, a condizione però che facciano la Volontà del Padre» (ivi, 5.5). La particolarità del pensiero di Agostino è l’intrecciare il suo pensiero con l’esperienza vissuta, con la concretezza della vita quotidiana, ed è per questo che si dimostra essere molto attento alle preoccupazioni che possono insorgere in una donna che desidera consacrarsi a Dio, ma che si rammarica del fatto di non poter generare figli. Infatti, esse non si devono preoccupare poiché sebbene le vergini siano private del gaudio della prole, «nessuna fecondità carnale può essere messa a confronto con la verginità consacrata, considerando anche solo la verginità fisica» (ivi, 8.8), la quale resta più eccellente del matrimonio per il suo carattere sacro. Si badi, qui Agostino non intende in alcun modo disprezzare la bontà del matrimonio, poiché sarebbe un errore, ma intende semplicemente dire che sebbene il matrimonio sia un bene, la verginità resta sempre un bene migliore. Questo perché essa non è ordinata a fini terreni e poiché «l’integrità verginale e l’astensione da ogni rapporto sessuale praticata in virtù della continenza sono doti angeliche, testimonianza della incorruttibilità eterna, attuata in una carne corruttibile» (ivi, 13.12). Proprio per questo motivo, nel Regno dei Cieli «avranno privilegi coloro che, anche nella carne, posseggono qualcosa che non è carnale» (ibidem). L’ipponate però ci mette in guardia nel dire che tale privilegio non deve essere motivo di superbia per coloro che si consacrano a Dio. Se per tutti i cristiani, è necessaria la virtù dell’umiltà, tale virtù resta necessarissima ai vergini: «poiché la continenza perpetua, e soprattutto la verginità, è negli eletti di Dio un grande favore della sua munificenza, si deve vigilare con la massima cura perché non sia rovinato dalla superbia» (ivi, 33.33). Agostino insiste molto su questo punto, infatti poi ribadirà «non ti abbandonare all’orgoglio ma temi. Ama la bontà di Dio, temi la sua severità: tutt’e due ti impediranno di essere superba» (ivi, 38.39) e successivamente «la prima preoccupazione della vergine sia quella di rivestirsi di umiltà» (ivi, 41.42). Ed è con questa umiltà che i vergini devono cercare di amare Dio come si conviene, amare Colui che è il più bello dei figli degli uomini. Agostino è sempre stato attratto dalla bellezza, e la sua vita è stata un’ascensione progressiva che lo ha portato dall’apprezzare la bellezza naturale ad apprezzare poi quella soprannaturale, ossia Dio. Per Lui, infatti, Dio è bellezza e così ci esorta

«Contemplate quanto sia bello in lui anche quello che i superbi scherniscono. Con occhi interiori mirate le piaghe del crocifisso, le cicatrici del risorto, il sangue del morente, il prezzo versato per il credente, lo scambio effettuato dal redentore. Pensate al valore di tutte queste cose e ponetelo sulla bilancia dell’amore. E tutto quell’amore che avreste dovuto riversare sul marito, nel caso che vi foste sposate, altrettanto riversatene in Cristo» (ivi, 55.54-55).

Ed è proprio con questa esortazione che ci avviamo alla conclusione, sperando che questa brevissima analisi sia servita per sottolineare l’eccellenza e l’importanza della vita verginale. È chiaro che si tratta del disegno che Nostro Signore ha nei confronti di ciascun’anima; quindi, chi si sente chiamato a questa vita, non esiti a donarsi a Dio, perché ne sarà grandemente ricompensato. Così come sarà ricompensato anche chi invece si sente chiamato a costruire una famiglia santa nel sacramento del matrimonio, che pure ha una sua dignità. Ma di questo, ne parleremo prossimamente.

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