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Ecco lo sposo: andate incontro a Cristo Signore

Ogni vigilia si proietta su un domani e non tutte le vigilie sono gioiose, alcune sono caratterizzate dalla paura, dall'angoscia: quando prevediamo una brutta notizia, quando aspettiamo che qualche “autorità” decida il nostro destino.

Ogni vigilia si proietta su un domani e non tutte le vigilie sono gioiose, alcune sono caratterizzate dalla paura, dall’angoscia: quando prevediamo una brutta notizia, quando aspettiamo che qualche “autorità” decida il nostro destino, la vigilia è fonte di ansia, così tanto da toglierci persino il sonno. Ma oggi non dobbiamo essere tristi, dobbiamo gioire perché conosciamo già la notizia che verrà proclamata: l’annuncio di una nascita che porterà gioia in tutto il mondo, perché verrà a noi uno che ci “salverà”.

La genealogia con la quale Matteo apre il suo vangelo nella Messa vespertina nella vigilia, a prima vista crea un certo disagio per il racconto arido e senza senso, ma in realtà nasconde una grande ricchezza di insegnamenti teologici, espressi in un linguaggio pieno di artifici esegetici. L’evangelista, inserendo Gesù in un ramo genealogico, vuole dirci che egli viene da Israele ed è il figlio di Davide, ma allo stesso tempo che è molto di più. Si nota infatti che la genealogia è costruita in modo simmetrico con tre periodi di quattordici nomi. Per capire meglio ci viene incontro l’apocalittica giudaica che ci insegna che l’agire di Dio è misterioso e numericamente fisso nella periodicità; cioè la venuta di Gesù tra le genti avvenne nel tempo fissato da Dio, quando la storia giunge alla sua pienezza.

Tuttavia il v. 16 “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo”, se si osserva bene, costituisce una rottura nella genealogia: la generazione, infatti, è tolta a Giuseppe, perché il verbo non è in forma attiva: “generò“, ma in quella passiva: “fu generato“. Cosa significa? Significa, come affermano i v. 18-25, che Gesù non è solo figlio di Davide, ma viene da Dio. Egli è certo parte della storia, ma la supera perché egli viene dall’alto, la sua origine infatti è nel Padre.

Noi cristiani siamo chiamati ad accogliere nella nostra esistenza il messaggio biblico del Natale e lasciare che la nostra vita diventi una vita riferita a Dio, una vita di rapporto nunziale con lui. Dio infatti ha stretto un vincolo matrimoniale con l’umanità, un matrimonio di vero amore: “come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te” (Isaia 62,5).

Il Figlio è descritto come “sposo che esce dalla stanza nuziale” (Sal 19,6): l’immagine può apparire strana, ma è uno dei moltissimi riferimenti che nella Bibbia fanno del Dio di Israele lo sposo del popolo. La stanza nuziale è certamente il luogo dove si celebra l’amore che lega il Figlio al Padre. Da quella “stanza” colui che è chiamato “Re dei re” esce per fare le nozze con l’umanità, per impregnare il mondo con lo Spirito e l’Amore, che dal Padre e dal Figlio “procede” (Credo Niceno), comunicandogli il suo “fiato” vitale (spirito, vento e fiato sono in greco la stessa parola: pneuma). Segno che farà sulla croce («consegnò lo spirito»: Gv 19,30), da risorto sugli apostoli (Gv 20,22) e sull’intera comunità dei discepoli (At 2,3-4).

“Che cosa avete visto, o pastori? Dite, raccontateci quello che vi è apparso”.
“Abbiamo visto un bambino, e cori di angeli che lodavano il Signore”

(Lc 2,16)

Il messaggero di questa scena, che ha annunciato l’arrivo di un “salvatore” come “una grande gioia che sarà per tutto il popolo”, dà come prova della verità di quanto ha detto questo segno: “un bambino avvolto in fasce adagiato in una mangiatoia” (Lc 2,12). Dov’è il Re dei re? Dov’è il sole che avanza trionfante nel cielo? Dov’è la bellezza della stanza nuziale? È lì, in quel bambino che ha freddo e piange come gli altri, che per nascere non ha trovato di meglio che un riparo per gli animali, che morirà malamente, e, deposto dalla croce, sarà “avvolto in un lenzuolo” (Lc 23,53).

Per vivere bene la Vigilia che ci introduce al Natale, è dunque necessario non scollegare le due scene, non separare la grotta di Betlemme dal Calvario. Il sole che sorge dal cielo, il Figlio che procede dal Padre e dalla stanza nuziale, è lo stesso che San Paolo descrive in un inno della prima Chiesa: “Gesù non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,6-11).

Questa riflessione non deve rattristarci il Natale, ma al contrario ci ricorda fino a che punto Dio ci ha voluto bene. Insieme, però, è bene che non dimentichiamo fino a che punto può, e dovrebbe arrivare l’amore, incluso quello che si materializza nelle nostre povere misure.

In questa luce l’evento di questa notte non è solo una data da commentare, ma evento capace, anche oggi, di contagio e di trasformazione. Secondo un’antica tradizione rabbinica, quattro sono le notti storiche dell’umanità: la notte della creazione (Gen. 1,3), quella di Abramo (Gen. 15, 1-6), quella dell’Esodo (Es. 12, 1-13) e quella di Betlemme, cioè, quella che vivremo insieme questa notte, che è la più importante, perché il Figlio di Dio ha portato la sua pace, che è diversa dalla pax augusta, ed è il fondamento della “civiltà dell’amore” (San Paolo VI). La vera domanda allora è questa, siamo capaci di vivere il mistero?

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