Le zucche sull’altare e la triste resa al mondo

C’è un’immagine che, più di tante parole, racconta la confusione del nostro tempo: una zucca intagliata posta sull’altare di una chiesa cattolica, accanto ai fiori e ai ceri votivi. L’altare, che è il luogo del Sacrificio, il Golgota reso presente in ogni Eucarestia, diventa così — per superficialità o per compiacenza — una scenografia mondana, un segno di festa che nulla ha a che vedere con la fede. Ma può la Chiesa del Dio vivente, come la chiama San Paolo (1Tm 3,15), lasciarsi contaminare da simboli che nascono da tutt’altra radice, e che evocano non la vita, ma la morte?

«Non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni» (1Cor 10,21): l’Apostolo è chiaro. Non si tratta di moralismo, ma di fedeltà. La zucca di Halloween — vuota dentro e illuminata da una fiamma effimera — è una tragica metafora della fede svuotata, ridotta a folklore. Non c’è più il mistero del Dio che salva, ma la parodia di un “rito” che esorcizza la paura della morte senza affrontarla con la Croce.

Come scriveva San Cipriano, «chi si unisce al mondo, si separa da Cristo» e San Francesco d’Assisi, con la semplicità dei puri di cuore, ammoniva i suoi fratelli: «Il mondo vi ama finché siete suoi, ma vi odierà appena sarete di Dio». È proprio per questa sete di essere amati dal mondo che, oggi, si addobbano altari con zucche e ragnatele, come se bastasse un tocco “giovanile” per rendere il Vangelo più accattivante. Eppure il Signore non ci ha chiesto di essere accattivanti, ma santi.

Halloween — parola che deriva da “All Hallows’ Eve”, la vigilia di Ognissanti — è nata in un contesto cristiano deformato dal paganesimo. Ma non basta richiamarne l’origine per renderla innocua: ciò che oggi essa rappresenta è un culto all’occulto, un esorcismo rovesciato in cui la morte diventa un gioco e il demonio un travestimento simpatico. A ciò Sant’Agostino ammoniva: «Chi scherza col male, finisce per non riconoscerlo più».

Il fedele entra in chiesa per incontrare il Vivente, non per trovare i simboli della notte. Il cristiano non teme il buio, perché cammina alla luce di Cristo: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre» (Gv 8,12). Allora, anziché mettere zucche sull’altare, accendiamo i ceri davanti al Santissimo. Anziché mascherarci da spettri, vestiamoci della grazia, come invita San Paolo: «Rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità» (Ef 4,24).

La Chiesa non ha bisogno di farsi accettare dal mondo, ma di ricordargli che esiste la vita eterna. Non di inseguire le mode, ma di offrire la Verità che salva. È tempo che torni a dire, con la fierezza dei martiri e la semplicità dei santi: «Noi predichiamo Cristo crocifisso» (1Cor 1,23). Perché è solo dalla Croce, non da una zucca vuota, che nasce la Luce che illumina ogni uomo.

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Nelle chiese compaiono, sempre più spesso, zucche e simboli di Halloween persino sugli altari: segni di una resa al mondo che svuota la fede del suo contenuto. La Chiesa non è chiamata a compiacere le mode, ma a custodire il mistero della Croce e la santità del culto.

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