Entri il Re

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Come aprire il nostro cuore, rimuovendo ciò che di inutile e dannoso occupa i nostri pensieri, ci porta a fare spazio per l'ingresso del Signore nella nostra vita.
Come aprire il nostro cuore, rimuovendo ciò che di inutile e dannoso occupa i nostri pensieri, ci porta a fare spazio per l'ingresso del Signore nella nostra vita.

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Come aprire il nostro cuore, rimuovendo ciò che di inutile e dannoso occupa i nostri pensieri, ci porta a fare spazio per l'ingresso del Signore nella nostra vita.

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«Spalancate le porte a Cristo! Non abbiate paura!», questo l’invito che tuonò nella prima omelia del neoeletto pontefice S.Giovanni Paolo II in Piazza san Pietro il 22 ottobre 1978. Un invito a lasciare perdere tutto ciò di noi stessi che ci trattiene “fedeli alla terra”, come qualche filosofo ateista ci invitò a essere, a uscire, una volta per tutte, dall’ombra della morte grazie alla potenza di Gesù Cristo.

Tutto ciò, in gergo, noi cristiani lo chiamiamo ‘mortificazione’. Ma, di preciso, cosa significa ‘mortificare’? Alla lettera, vuol dire ‘rendere morto’, portare dunque alla morte quanto ci devia dal giusto sentiero, prima che siano proprio quelle distrazioni, proprio quelle concessioni che ci facciamo tutti i giorni, prima che siano tutte quelle piccole disgrazie, quei minuscoli peccati a legarsi in una catena che ci trascinerebbe nelle tenebre per l’eternità.

Nella mortificazione dei nostri più piccoli peccati, dei nostri istinti, di tutte quelle espressioni di sé che nulla hanno a che fare con il nostro essere figli di Dio e cristiani, in ognuno di questi piccoli gesti che possiamo offrire ogni giorno al Signore, sia come penitenza, sia come via per un sano modo di vivere, noi ci priviamo di una piccola parte di noi stessi, come quell’anziana che, innanzi ai sacerdoti, si privò dell’unica moneta che aveva. 

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Mosaico del Pronao della Basilica Patriarcale di San Marco in Venezia

E non solo. Proviamo a ripetere tutti i giorni l’atto del sommo sacerdote Caifa, che, pur nell’errore, all’udire parole per lui terribili, ne rimane sconvolto al punto da strapparsi i suoi abiti di dosso. Strappiamoci di dosso ogni istinto, ogni presunta ‘libidine’, ogni ‘sfizio da togliersi’ che sappiamo non portare a Cristo. Concediamoci, certo, i divertimenti, ma senza di-vertere, senza “cambiare strada”. Come possiamo, infatti, provare gioia, se non nel Signore? Altrove, troviamo gioia falsa, accompagnata a lamentele. E il Signore non lo si diffonde brontolando, ma offrendo noi stessi, la nostra monetina, la nostra veste, la nostra ira sedata, la nostra voglia di rimanere incollati agli schermi messa da parte. Il diavolo non ha paura dei nostri cellulari, ma dei nostri rosari.

«Ecco, sto alla porta e busso» (Ap 3, 20). Ogni volta che rinunciamo a uno solo di quegli ‘istinti’ che al primo sguardo ci soddisfano, ma nel frattempo lasciano un vuoto immenso dentro di noi, creiamo una piccola breccia nelle mura del nostro cuore e permettiamo a Dio di entrare e pervaderci con la Sua bellezza. «Alzate, o porte, i vostri frontali, alzatevi, o porte antiche, ed entri il Re della Gloria!» (Sal 23). La presenza del Signore ci pervade in ogni ambito della nostra persona, così che, quando vedremo Dio attorniato dai suoi angeli nel giorno in cui suoneranno le trombe del Giudizio, saremo capaci di offrire noi stessi, puri così come Lui ci ha creati, davvero splendenti, vivi e veri, a Sua immagine e somiglianza.

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