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Esaurire il mistero

Il male è reale, ed è ingiustificabile. Il male è una contraddizione perché mentre annuncia una morte, mi testimonia la vita. Se dunque il male è ingiustificabile e ed è una contraddizione, come risolvere il problema?

Il tema del male è un tema sempre molto attuale, con il quale tutti i giorni dobbiamo fare i conti. Se parlo del male non parlo di un’idea o di qualcosa di astratto. Il male c’è ed è reale. Lo sperimentiamo tutti i giorni, nella concretezza più profonda delle nostre giornate: gli amici che soffrono, le persone care che muoiono, la solitudine di molti che si cela dietro quel velo di indifferenza che avvolge la nostra società. Il male che è tanto presente nella sfera individuale, quanto in quella collettiva e sociale. Basti pensare alle discriminazioni di ogni genere, all’eutanasia, agli aborti dei milioni di bambini che vengono trucidati silenziosamente nel grembo materno. Questo terribile panorama concreto, che coinvolge ogni singola vita dell’essere umano, ci richiama alla questione del senso. Ma quale senso? Il senso del male. Siamo nel 2023, l’era dei progressi scientifici, l’era della tecnologia, l’era dei diritti umani: com’è possibile che esista il male? Che senso ha?

Ebbene, gli studi etico-sociali fanno notare come non si possa trovare una giustificazione al male. Infatti ogni volta che ci troviamo di fronte ad esso, non ci troviamo di fonte ad un’astrazione, ma ci troviamo di fronte al volto dell’altro che soffre. Giustificare il male razionalmente, equivarrebbe a negare la sofferenza della persona che sta di fronte a me, ferita. Il male è reale, ed è ingiustificabile. Il male è una contraddizione perché mentre annuncia una morte, mi testimonia la vita. Infondo, tutte le cose malvage che vengono compiute nella famigerata epoca del progresso qual è quella che viviamo, ci rimandano all’esistenza del bene: la solitudine ad esempio, richiama l’esistenza della comunione, la divisione mi richiama l’unione. Ma allora non possiamo far altro che dire che il male è contraddizione e come tutte le contraddizioni è irrazionale. Nel libro La domanda di Caino: male, perdono, fraternità del Professor F. Riva¸ si legge che cercare di risolvere questa contraddizione sarebbe pura ipocrisia. Bisogna trovare una soluzione pensando altrimenti. Se dunque il male è ingiustificabile e ed è una contraddizione, come risolvere il problema?

Semplice: il male resta un mistero. E come tutti i misteri resta inesauribile di fronte alla finitudine umana incapace di coglierlo nella sua totalità. Tuttavia, quando ci troviamo di fronte ad un mistero, la nostra superbia ci porta a volerne esaurire la sua realtà. Non accettiamo la contraddizione, vogliamo ingabbiare tutto in un nostro schema mentale per tenere sotto controllo la situazione. Ma la contraddizione è irrazionale e non può essere “tenuta sotto controllo”. Come fare dunque se non è possibile giustificare ed esaurire il mistero? Esiste un altro modo? Ebbene, un altro modo ci sarebbe se invece che continuare a voler superbamente esaurire il mistero, cominciassimo ad abitarlo. Il mistero non si comprende, si abita. Ad esempio, anche la vita, come il male, come la sofferenza, è mistero. E non possiamo in alcun modo fingere di conoscerne l’essenza perché quando lo facciamo, ci sentiamo padroni del mistero, e quindi padroni della vita. Ma questo non è che una grande bugia perché noi non siamo padroni nemmeno del battito del nostro cuore. E credere di essere padroni della vita porta alle grandi barbarie dei nostri giorni come l’aborto, la fecondazione assistita, la clonazione.

Sia chiaro, se da un lato il male è un mistero, dall’altro possiamo dire che non è un mistero come tutti. Ciò che lo rende particolare è che è ha un nome e un cognome, una persona che subisce e una persona che lo opera. Chiaramente, questa concretezza comporta delle responsabilità e chi ha subito rimane ferito, e chi lo ha operato rimane il colpevole. Tuttavia, alla luce di quello che abbiamo detto, ora possiamo dire che anche se il male è mistero, contraddizione e paradosso, ciò che conta non è comprenderlo razionalmente ma imparare a conviverci e ad abitarlo. Occorre imparare a fare i conti con la nostra finitudine e accettare di vivere le nostre giornate consapevoli del fatto che non possiamo avere tutto sotto controllo. Dobbiamo liberarci dall’idolo di una vita che è degna di essere chiamata tale solo che appoggiata a delle superbe certezze. Le certezze, in questa vita, sono molto poche.

Ciò chiaramente non significa abbandonarsi alla disperazione. Infatti, non ho detto che non esistono certezze, ma ho detto che ne esistono molto poche. Sono poche, ma probabilmente sono le più importanti e ci permettono di rileggere la nostra riflessione sotto una nuova luce. Le certezze di cui parlo sono: la certezza di essere nati, la certezza di morire e la certezza dell’amore di Dio. La certezza di essere nati ci deriva, cartesianamente parlando, dal solo fatto che stiamo riflettendo su questo problema. Cartesio avrebbe detto: se non ci fossimo stati, non potremmo nemmeno pensare. La certezza di morire ci deriva invece dal fatto che tutti, in un modo nell’altro, abbiamo sperimentato la perdita di una persona cara e che un giorno anche a noi toccherà la stessa sorte. 

La certezza dell’amore di Dio invece, illumina le certezze precedenti e le rilegge nella dinamica dell’amore. La certezza dell’amore di Dio ci garantisce che se siamo nati, c’è un motivo specifico e che siamo chiamati a qualcosa di grande, che potremo vivere pienamente solo dopo che saremo morti. La certezza di morire dunque, non è un’angosciante consapevolezza ma uno stimolo che richiama la nostra attenzione a ciò che su questa terra conta davvero. Inoltre, è proprio la certezza dell’amore di Dio che ci permette di abitare la contraddizione, il paradosso, il mistero. Questa è la certezza che ci rende consapevoli del fatto che non saremo mai lasciati da soli anche di fronte a ciò che non capiamo, anche di fronte al mistero. La certezza dell’amore di Dio ci richiama all’ordine di creature e ci permette di camminare nel buio della notte, forti della consapevolezza di non essere abbandonati. Nell’incertezza, ci buttiamo nel buio, ma con la Luce del cuore che illumina, passo dopo passo, il cammino da compiere per giungere alla Meta.

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