Esegesi storica: il Risorgimento – Parte I - Ecclesia Dei

Esegesi storica: il Risorgimento – Parte I 

Risorgimento, cioè il processo di risorgere: questo implica che prima si era morti ed ora si sta tornando alla vita. Fu davvero così? Che volto aveva l’Italia preunitaria e chi fu a farla “risorgere”? I “padri della patria” unirono il paese per amore e spirito di servizio, oppure no? Vedremo tutto questo in due articoli, a causa della grande densità di informazioni.

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Le idee liberali della Rivoluzione Francese vennero diffuse nei territori italiani con le invasioni napoleoniche del 1796/1797; fino al 1814 l’intera Italia fu dominata dai francesi rivoluzionari. In quegli anni il Piemonte era governato da Vittorio Emanuele I di Savoia, un monarca di profonda fede cattolica, che si vide costretto a fuggire in Sardegna per scampare alle baionette dei soldati francesi. Sia Vittorio Emanuele I che il fratello Carlo Felice, insieme ad altri sovrani italiani, avevano ben inteso il pericolo morale connesso all’ideologia rivoluzionaria liberale ed erano intenzionati a combatterla, a costo di perdere i propri regni. Alcuni altri membri della famiglia Savoia si erano convertiti all’ideologia liberale, tra cui Carlo Alberto di Savoia-Carignano, appartenente perciò al ramo cadetto della famiglia che poi regnerà sull’Italia unita; Carlo Alberto era il successivo pretendente al trono del regno sabaudo, in quanto Vittorio Emanuele I ebbe solo quattro figlie femmine e nessun maschio. Per cercare di aggirare la legge salica ed evitare l’ascesa al trono del liberale Carlo Alberto, nel 1812 Vittorio Emanuele I organizzò le nozze tra suo cognato Francesco IV d’Austria-Este (il sovrano più reazionario d’Europa) e la sua giovane figlia ventenne Maria Beatrice, la quale acconsentì in lacrime al matrimonio. A Modena, alla corte del cognato, Vittorio Emanuele I disse a riguardo di Carlo Alberto: «può darsi che Dio abbia fatto il miracolo di convertirlo, ma non ha ancora fatto quello di convincermi». Nel 1814, con la Restaurazione, Vittorio Emanuele I e la famiglia tornarono a Torino, la quale era ormai stata corrotta dai rivoluzionari: nel 1821 il sovrano sabaudo si rifiutò di firmare una costituzione fondata sui principi liberali; egli era profondamente convinto della Verità del mandato divino di governo, come vocazione e dovere assunto nei confronti di Dio a servizio del suo popolo, e non volle in alcun modo approvare l’idea di dover ricevere l’autorità del potere regale dalla nazione, tramite un contratto. Vittorio Emanuele I, quindi, scelse di abdicare in favore del fratello Carlo Felice, il quale regnò fino alla morte, avvenuta nel 1831; furono 10 anni di difficile governo, durante i quali Carlo dovette scongiurare più di un attentato alla sua vita ordito da logge massoniche liberali. Sia Vittorio Emanuele I che Carlo Felice avevano avanzato l’idea di modificare la legge salica per consentire a Maria Beatrice di occupare il trono sabaudo, ma fu Francesco IV a farli desistere dal compiere una simile azione: secondo lui la modifica sarebbe equivalsa ad un tradimento della tradizione e un sotterfugio per scopi politici, quindi un peccato davanti a Dio. Alla fine, la famiglia Savoia non riuscì a trovare un mezzo lecito per aggirare la legge salica e il trono passò a Carlo Alberto. «Signori, noi oggi sotterriamo la monarchia»: queste le parole del cardinale francese Claude-François de Thiollaz pronunciate durante l’ufficio dei funerali di Carlo Felice, conscio del fatto che, con Carlo Alberto, l’ideale monarchico avrebbe cominciato a mutare e avrebbe perso il suo significato di vocazione divina al servizio della società.

Con l’ascesa di Carlo Alberto al trono sabaudo prese il via quel processo che portò agli avvenimenti che noi oggi chiamiamo “Risorgimento”: fu lui ad inaugurare le prime politiche liberali del Regno di Sardegna, con l’emanazione dello Statuto Albertino del 1848, proseguite poi da Vittorio Emanuele II e culminate nelle guerre per unificare l’Italia. I principali protagonisti del Risorgimento furono quattro, i cosiddetti “padri della patria”: Vittorio Emanuele II, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini.

Il primo e più grande oppressore dell’Italia e della Chiesa, vero autore dell’unità nazionale, fu il conte di Cavour; voglio ora descrivervi chi egli fosse e riportarvi alcune delle sue opere, terribilmente malvage e sataniche. Camillo Benso nacque da un funzionario napoleonico e da una donna calvinista: dal padre apprese il trasformismo politico, stratagemma che usò con successo per tutta la vita, e dalla madre apprese l’odio per la Chiesa Cattolica; la storiografia ufficiale ricorda Cavour come un politico moderato di destra, ma egli venne eletto primo ministro nel 1852 grazie ad un’alleanza politica con la sinistra storica di Rattazzi: l’elemento in comune era l’astio verso la Chiesa e l’obiettivo di distruggerla.
Oggi viene rappresentato generalmente come un galantuomo, un perbenista e un moralista; in realtà fu immorale, senza principi, disposto a tutto per raggiungere i suoi scopi, un trasformista, un uomo per cui il fine giustifica i mezzi. Durante la sua vita perseguitò Santa Romana Ecclesia in tutti i modi: nel 1850, essendo deputato del parlamento Piemontese, Cavour spinse fortemente per l’approvazione delle Leggi Siccardi, che eliminarono il diritto d’asilo all’interno delle chiese e l’inalienabilità dei beni ecclesiastici, permettendo al Regno di Sardegna di appropriarsene. L’emanazione di tali leggi determinò una violazione unilaterale di un Concordato stipulato tra il Regno e la Santa Sede nel 1841.

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Nel 1853 scoppiò lo scandalo dei Molini di Collegno, dei quali Cavour era un azionista: a causa di una cattiva gestione dei mulini della zona, il popolo si ritrovò senza cibo per sfamarsi e si radunò, protestando e chiedendo pane a gran voce, di fronte al palazzo dove abitava il conte; egli, per tutta risposta, chiamò e fece intervenire la polizia, la quale sparò contro la folla.
Nel 1854 Cavour fece partecipare il Piemonte alla Guerra di Crimea: in condizioni molto svantaggiose per il Regno, vennero inviati alcuni reparti di Bersaglieri come rinforzo alle truppe inglesi combattenti contro i Russi. Don Giacomo Margotti, scrivendo nel suo giornale L’Armonia, dirà che Cavour aveva venduto 15.000 anime dei soldati piemontesi in cambio di 25 milioni di lire, pagate dagli inglesi per il supporto. Don Margotti denunciò molte altre iniquità compiute dal conte di Cavour tramite il suo giornale; Camillo Benso, grandemente infastidito da questo testimone della Verità, arriverà a dare ordine di arrestare il prelato.
Nel 1855 si aprì la Crisi Calabiana, dovuta al varo della legge Rattazzi, proposta nel novembre 1854, la quale mirava a sopprimere i conventi degli ordini religiosi mendicanti e contemplativi, ritenuti improduttivi, inutili e quindi dannosi per la società ed incamerarne i beni, col pretesto di ridistribuirli alle parrocchie più povere. Il vescovo Luigi Nazari di Calabiana, senatore del Regno, fu il primo oppositore della legge e riuscì a destabilizzare l’esecutivo, facendo addirittura intervenire re Vittorio Emanuele II a fermare Cavour, facendolo dimettere il 27 aprile 1855 dall’incarico di primo ministro. Tuttavia, il governo successivo fu di nuovo presieduto dal conte, il quale fece pressioni sul re ed ottenne, il 29 maggio 1855, la firma necessaria per l’approvazione delle leggi. In riferimento a questi avvenimenti, è d’obbligo citare Don Bosco e alcuni dei suoi sogni: verso la fine del novembre 1854, San Giovanni Bosco sognò più volte un valletto di corte che annunciava “Grandi funerali a Corte!”; ogni volta che ebbe questo sogno, il sacerdote inviò lettere al re Vittorio Emanuele II per metterlo in guardia e suggerendo di bloccare le leggi anticlericali. Il monarca si adirò tutte le volte, lasciando proseguire i lavori parlamentari. Il 5 gennaio 1855 la Regina Madre Maria Teresa si ammalò gravemente; morì il 16 gennaio. Il 18 gennaio morì la Regina Maria Adelaide, moglie di Vittorio Emanuele II, dopo aver partorito Vittorio Emanuele Leopoldo l’8 gennaio. L’11 febbraio 1855 morì Ferdinando, fratello del re. Il 16 maggio morì il piccolo Vittorio Emanuele Leopoldo. Don Bosco fece anche una profezia, sempre collegata a quegli avvenimenti sulla legge Rattazzi: “La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione”. Questa profezia è oggi facilmente verificabile: dopo Vittorio Emanuele II regnò suo figlio Umberto I, ucciso a Monza da un anarchico nel 1900. Salì al trono Vittorio Emanuele III, che abdicò alla fine della Seconda Guerra Mondiale in favore di Umberto II, il “Re di Maggio”: egli regnò per meno di un mese e subì l’esilio dovuto alla vittoria repubblicana nel referendum del 1946. Effettivamente si susseguirono quattro monarchi, dopodiché il Regno d’Italia cessò di esistere.

Tornando al conte di Cavour: egli fu scomunicato da Papa Pio IX in seguito all’approvazione delle Leggi Rattazzi del maggio 1855, insieme al re, al governo e al parlamento. Nel 1857 si tennero le votazioni per eleggere la VI ed ultima legislatura del Regno di Sardegna: fu una massiccia vittoria cattolica, riuscendo a portare in parlamento anche alcuni preti e vescovi, con grande scontento di tutto l’entourage liberale. Cavour, allora, fece annullare una delle tornate elettorali asserendo che i cattolici avevano vinto per “abuso di armi spirituali”. Riporto anche due testimonianze dirette a riguardo del carattere e del comportamento del conte di Cavour, fatte da personaggi dell’epoca che lo conoscevano. Giovanni Siotto Pintor dice di lui:

«Nella scelta dei mezzi non badò mai per il sottile, nella cerna degli uomini fu ancor meno scrupoloso, volle schiavi più che amici e compagni e tenne bassi tutti quelli che osavano contraddirlo. Ambizioso di potere quanto altri mai, non curava le contraddizioni e fu udito più volte difendere a viso aperto una teoria che il giorno innanzi aveva con ogni forza combattuta.» Ferdinando Petruccelli della Gattina: «La forza del conte di Cavour non è nei suoi principi: egli non ne ha alcuno. Ma egli ha uno scopo, uno scopo fisso, netto, la cui grandezza avrebbe data la vertigine a tutt’altro uomo: quello cioè di formare un’Italia, una ed indipendente (n.d.r: solo dall’Austria, in quanto ci si legò a doppia mandata con l’Inghilterra). Gli uomini, i mezzi e le circostanze gli sono stati, e gli sono tutt’ora, indifferenti; egli cammina dritto, sempre salvo, sovente solo, sacrificando i suoi amici, le sue simpatie, il suo cuore e spesso la coscienza. La pieghevolezza del suo spirito è meravigliosa: egli indovina tutto e raramente si inganna, non già sulla verità, ma sul successo dell’opera.» 

Termino qui la prima parte, avendovi mostrato ampiamente chi fu il principale artefice dell’Unità d’Italia: un personaggio del tutto privo di morale. Siamo arrivati appena prima delle guerre della rivoluzione italiana, come è più appropriato chiamare il Risorgimento, e prossimamente vedremo cosa accadde alle genti della penisola durante quei conflitti. Il comportamento dei Savoia e del duca di Modena fu esemplare già 50 anni prima dello scoppio della Seconda Guerra d’Indipendenza, avendo capito l’estrema pericolosità del liberalismo e dei loschi figuri loro contemporanei; vedremo dei veri e propri atti di eroismo compiuti dai legittimi monarchi cattolici, governatori dei tantissimi piccoli stati italiani, avvenuti durante i pochi mesi di guerra. Vedremo, inoltre, il pesante coinvolgimento della Massoneria.

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