Esulteranno di gioia

Esulteranno di gioia

Nel ventunesimo secolo, a ben pensarci, c'è un preciso spettro, una malattia diabolica, un peccato in sordina che contagia le nostre vite e tenta di persuaderci che assecondarlo sia pure giusto.
Nel ventunesimo secolo, a ben pensarci, c'è un preciso spettro, una malattia diabolica, un peccato in sordina che contagia le nostre vite e tenta di persuaderci che assecondarlo sia pure giusto.

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Nel ventunesimo secolo, a ben pensarci, c'è un preciso spettro, una malattia diabolica, un peccato in sordina che contagia le nostre vite e tenta di persuaderci che assecondarlo sia pure giusto.

Esulteranno di gioia

«Fratelli e sorelle, voglio essere molto chiaro con voi. Ho visitato il vostro paese e ho visto i morti. Li ho visti per terra. Ho visto la fame, il sangue, la sete. E la povertà. Tutte queste cose sono figlie della guerra». Con queste parole, lo ‘Young Pope’ di Paolo Sorrentino spronava i fedeli in ascolto durante il suo viaggio apostolico in Africa a riflettere sul valore del dolore e della morte. Lo sapevano bene per cosa morivano i giovani nigeriani uccisi sotto l’altare pochi giorni fa per il solo crimine di avere partecipato al Santo Sacrificio di Cristo. Lo sapevano bene per cosa morivano i soldati che hanno scelto di dare la propria vita nella guerra che ormai da vari mesi infiamma l’Europa. Ed è proprio qui, in Europa, la culla della civiltà, il vecchio continente, che stanno i problemi. D’altronde, come scrisse qualcuno, “uno spettro si aggira per l’Europa”. Si tratta di capire, allora, di quale spettro si tratti.

Nel ventunesimo secolo, a ben pensarci, c’è un preciso spettro, una malattia diabolica, un peccato in sordina che contagia le nostre vite e tenta di persuaderci che assecondarlo sia pure giusto. Per gli economisti, si chiama ‘capitalismo’. Per i moralisti, si chiama ‘ozio’. Per chi vive secondo il mondo, si chiama ‘comfort’. E per noi cristiani? Beh, da qualche decennio a questa parte, noi cristiani abbiamo smesso di riconoscerlo. Lo abbiamo tramutato nella parte più importante della nostra stessa vita, più ancora della preghiera e della vicinanza a Dio. Noi cristiani abbiamo dimenticato una parola fondamentale della nostra fede: il dolore. Crediamo che inginocchiarsi dinanzi alla maestà del Signore sia un gesto plateale e addirittura superbo, crediamo che offrire a Dio il nostro dolore e le nostre rinunce per chiedere il perdono dei peccati e ricevere grazie sia superfluo e incoerente con la ‘felicità’ che la morte del Signore dovrebbe averci lasciato. Ma Gesù stesso ci ha ben mostrato come vivere. Ce lo ha dimostrato soffrendo. Soffrendo sulla croce, patendo, emettendo gemiti, rivolgendosi al Padre nel momento dell’estremo bisogno, rinunciando a sé e accettando di vivere solo e soltanto per donare agli altri l’Amore ricevuto da Dio Padre. Già, così noi cristiani dovremmo vivere. Con dolore.

Esulteranno di gioia

Sì, dovremmo vivere offrendo quotidianamente a Dio il nostro dolore ed evitando di scendere a compromessi con i nostri desideri e con le tentazioni del mondo. Dovremmo offrire ogni giorno a Dio penitenze per i nostri fratelli, che, ogni giorno di più, si allontanano dal Suo amore ignari del male che essi infliggono a se stessi e alle proprie anime. Infatti, nella preghiera e nel dolore, noi cristiani scopriamo il più autentico bisogno del nostro corpo e del nostro spirito della vicinanza e della misericordia del Signore e offriamo a Lui una potentissima preghiera di penitenza, in cui non solo la mente, ma tutte le membra del corpo ci uniscono in una sinfonia di lode e implorazione di perdono da parte del Signore.

Da un secolo, ormai, l’Europa e l’Occidente sono piegate al flagello di questo doppio spettro, quello comunista e quello capitalista, entrambi falsi modelli di società che promettono il piacere, il guadagno, l’ozio, il ‘comfort’. E noi cattolici, imprigionati in una “immagine di sogno”, ci siamo arresi a questo nuovo modo di vivere basato solamente sul ‘sentirsi bene’, al punto da crederlo uno snodo fondamentale della nostra fede. Allora, se davvero siamo cattolici, rifiutiamo questo caldo paradigma di vita e di società, che impone di piegare la testa ad una comodità, totalmente dimentichi dei nostri peccati e della sorte di tanti nostri fratelli sparsi per il mondo, ogni giorno impegnati a vivere senza Dio o a sforzarsi per non dimenticarsene. Spolveriamo gli inginocchiatoi, riscopriamo la sottile preghiera delle nostre ossa poggiate sul duro pavimento. E allora troveremo risposte, allora troveremo piace, allora troveremo Dio. 

In questi giorni, il popolo cristiano rivolge al Signore una preghiera di penitenza  e propiziazione per la stagione estiva in quelle che chiamiamo ‘Quattro Tempora’. Ricordiamoci della Scrittura: “Fammi sentire gioia e letizia: esulteranno le ossa che hai spezzato” (Sal. 51). Perché proprio quando troviamo il coraggio e l’umiltà di lasciarci ‘spezzare le ossa’ dal Cristo medico, ci è dato anche di sperimentare quella gioia, quell’esultanza che è il più autentico sintomo della certezza della nostra fede.

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