Frutto della terra e del lavoro dell’uomo?

Una delle espressioni più celebri del nuovo rito, riportata anche su alcuni vini da tavola e utilizzata per convegni sull’ambito agricolo tradisce in realtà la propria volontà di non dire più quello che si diceva prima.

Abbiamo molte volte l’occasione di confrontare la Messa prima e dopo la riforma liturgica nel suo svolgimento rituale. Spesso il raffronto avviene sulla base di immagini e filmati, a volte (va detto) in maniera non del tutto onesta, confrontando una sublime celebrazione in terzo con la più squallida Messa celebrata con clown, biciclette sull’altare o materassini gonfiabili. Così, tuttavia, è fin troppo facile individuare la discontinuità. Bisogna invece raffrontare quel che è paragonabile, quindi non la prassi liturgica (retta o meno) ma la sua costituzione testuale.

Una delle espressioni più interessanti della deriva antropocentrica è situata nelle formule offertoriali, dove si parla di «frutto della terra e del lavoro dell’uomo».

Tanto per cominciare, è bene notare che nel Messale riformato non si parla più di Offertorio: la dicitura del testo italiano è quella di «presentazione dei doni» [1]: si instaura qui il secondo principio regolatore, dopo quello antropocentrico, che è quello della diminuzione dell’accento sulla dimensione sacrificale a favore di quella conviviale.

La dimensione tipografica non è poi casuale: lo spazio occupato dal nuovo rito offertoriale è nettamente inferiore a quello precedente, testimoniando senza troppa difficoltà la riduzione osservabile anche in termini quantitativi.

Il pane e il vino vengono quindi presentati e non più offerti; sono «frutto della terra e del lavoro dell’uomo»; non che prima della riforma liturgica la materia per l’Eucarestia venisse dall’iperuranio (anzi, era analizzata in maniera molto dettagliata come vedremo in uno dei prossimi articoli), ma la focalizzazione è differente: non serve a nulla offrire a Dio dei prodotti della terra se non nella dimensione sacrificale. Infatti, già la Sacra Scrittura testimonia l’inutilità dei sacrifici materiali in favore dell’unica, vera, legittima oblazione che si compie con Gesù Cristo, in Lui e per Lui[2].

Dai nuovi testi postconciliari scompare la menzione dell’oblazione compiuta per i peccati del sacerdote (il sacrificatore) e di tutti i fedeli e dell’offerta indirizzata alla Santissima Trinità (misteriosamente, una delle grandi assenti del nuovo Messale[3]). “Poco Dio, tanto io”: sembra uno di quegli slogan da bollettino parrocchiale eppure funziona molto per esprimere il cambiamento della riforma liturgica: anticipando l’obiezione diciamo subito che è vero che anche nell’Offertorio tradizionale il sacerdote parla in prima persona («offero tibi», «pro peccatis meis») ma lo fa, appunto, in maniera sacerdotale, offrendo un sacrificio alla Maestà divina: il pane e il vino sono offerti non per se stessi ma in vista di quel che dovranno diventare con la transustanziazione. La presentazione dei doni del nuovo rito (come del resto avviene anche in altre parti della liturgia riformata) presenta piuttosto il celebrante come uno che, semplicemente, guida una preghiera comune (svolgendo le funzioni di quello che gli studiosi di comunicazione verbale chiamano vocalizer).

Don Davide Pagliarani ha speso parole interessanti su questo tema: «Il significato e le implicazioni dell’offertorio tradizionale sono chiarissime. Offrendo a Dio l’ostia e il vino, il sacerdote non intende offrire dei semplici elementi; in essi già vede la vittima che di lì a poco sarà presente sull’altare. Ed infatti egli non offre il “pane, frutto della terra e del lavoro dell’uomo”, bensì “Questa ostia (vittima) immacolata”; e parimenti non offre “vino, frutto della vite e del lavoro dell’uomo”, ma “il calice di salvezza”. L’offertorio dunque, anticipa in certo modo la Consacrazione, nel senso che esprime chiaramente che quelle oblate non hanno altro fine che l’essere transustanziate nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore, divenendo così l’unica vera offerta sacrificale gradita a Dio Padre. […] L’Offertorio è per il Canone; l’Offertorio non sta da solo; l’Offertorio è per il Sacrificio»[4].

Senza andare a scomodare quindi la presenza massonica, gnostica o luciferina nei nuovi testi come fanno alcuni siti sedevacantisti americani, basta notare come l’utilizzo di una formula di ringraziamento e benedizione su modello di una berakhah ebraica impoverisce il significato propiziatorio della Messa cattolica, non essendoci questo aspetto nella teologia giudaica[5]. È significativo notare che una formula di questo tipo non ha mai trovato posto in nessun rito della Chiesa, né occidentale, né orientale: anzi, Jungmann testimonia l’immensa varietà di formule liturgiche romane, franche, germaniche tutte con chiara valenza sacrificale e propiziatoria.[6] 

È evidente dunque che anche qui la manipolazione è subentrata attraverso la trasformazione delle formule rituali, anche se spesso non udite dai fedeli poiché coperte dal canto. L’antropocentrismo e la diminuzione della dimensione sacrificale sono due aspetti che in realtà si compenetrano (qui è ben visibile); spero che la lettura dei nostri articoli di liturgia serva a far capire che un cambiamento liturgico incide sul modo di insegnare la dottrina molto più di centinaia di prediche, libri e incontri.


Note

  1. Ordinamento Generale del Messale Romano 73.
  2. Vedasi il Salmo 49 ed Eb 10, 5-9, dove, si badi bene, Dio non rifiuta il concetto di sacrificio ma rifiuta le offerte vane degli uomini.
  3. Si tratta del resto di un concetto veramente banale, di un elemento di piccolissimo rilievo: ma tra i vari Gloria Patri omessi, Placeat e preghiere offertoriali la sparizione dei tanti elementi (che avevamo analizzato qui) possiamo dire che il fenomeno è preoccupante.
  4. D. Pagliarani, articolo apparso su «Roma felix» del novembre 2007. Purtroppo non è stato possibile accedere agli altri dati bibliografici, della cui mancanza mi scuso coi lettori.
  5. Le berakoth sono preghiere utilizzate tanto nella preghiera pubblica che in quella privata. Tra di esse troviamo quelle di benedizione e ringraziamento per il pane e il vino, estremamente simili alla formulazione presente nel nuovo Messale.
  6. J.A. Jungmann, Missarum sollemnia, Marietti, Torino 1961 (=Ancora, Milano 2004), 2 voll., II, pp. 35-55.

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