Hai mai provato a tre? - Ecclesia Dei

Clemente Modico

Hai mai provato a tre? 

Un articolo più serio di quanto si pensi. Non siate maliziosi e legete quanto segue. Stavolta non spoileriamo niente nell’abstract.

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L’autunno: la bella stagione dei colori, delle castagne, del vino, delle foglie secche. Sarà per la malinconia per la passata estate, o per una necessità di riposo dalla solita e noiosa serietà, ma la loro caduta spinge anche noi a cadere un po’; e allora facciamo un discorso un po’ basso, da osteria direi, perché a volte la vita diventa pesante e bisogna parlare anche di questo. Diciamoci due parole tra amici che giocano a scopa, e chiediamoci: «Ma tu, a tre, hai mai provato?».

Ascoltando le loro risposte, possiamo paragonarle con la nostra esperienza, e mio malgrado devo confessarvi che mi sarebbe piaciuto, ma non mi è capitato. Forse perché per una Messa in Vetus Ordo già è difficile trovare qualcuno che sia disposto a celebrarla, più complicato trovare qualcuno cui far fare da diacono, figuriamoci da suddiacono. Perché è di questo che si parla tra amici al bar, no? Stavate pensando a questo, vero?

La celebrazione della Messa ha tre forme, discendenti ma di pari dignità, essendo il medesimo il sacrificio celebrato: messa solenne, cantata, letta. La messa solenne è un riadattamento, secondo alcuni, del pontificale papale che allestiva in antichità la Curia dell’Urbe, e di questo ne è traccia la presenza nel Messale, immediatamente sotto l’intestazione della festa, della statio del papa in una delle chiese o basiliche romane. Ne consegue che la messa solenne sia la più alta forma di celebrazione dell’unico sacrificio, poiché specchio della messa pontificale e della liturgia celeste. Così come il sacerdote celebrante agisce, infatti, in persona Christi, è attorniato e servito non solo dai chierichetti, ma anche e soprattutto dai ministri sacri, che svolgono la funzione degli angeli presso l’altare del cielo (cfr. Canon Missae, orazione Supplices te rogamus). Il diacono offre con il sacerdote il pane e il vino, coadiuva il celebrante nel trattamento dei vasi sacri e prega con lui per i vivi e per i defunti. Il suddiacono, una figura da alcuni sottovalutata ma di grande importanza, tuttavia è ancora capace di suscitare un certo fascino, con il diacono prepara le oblate, ed è, nel rito romano, il custode del coltello sacrificale, cioè della patena, che nasconde con il velo omerale fino all’orazione domenicale, dopo la quale avviene la frazione del pane, cioè, nel piano della realtà trascendente, il completamento del sacrificio.

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È chiaro, dunque, come la simbologia più alta legata alla messa è affidata al grado solenne di essa, e che quest’ultimo è preferibile laddove si ha la possibilità di metterlo in pratica.

Tuttavia, non sempre la Messa in terzo può essere celebrata, specialmente a causa della mancanza di chierici adatti al servizio. Dico chierici, perché il ruolo del suddiacono può essere svolto anche da una persona che non sia stata ammessa in quell’ordine ma a patto che sia tonsurato, dunque appartenga al clero.

Ma non tutti gli studiosi di liturgia sono concordi con questo accorgimento. Sono, anzi, diverse le attestazioni contrarie: in diversi manuali di teologia morale il problema è affrontato circa l’eventuale peccato commesso da chi si arroga un compito che non gli è proprio. Ebbene, secondo alcuni autori non v’è alcuna colpa purché il laico di buona condotta svolga questo servizio levitico soltanto in assenza di ministri di grado superiore e senza indossare il manipolo. Ho selezionato volutamente due voci tratte da secoli differenti per dimostrare l’esistenza di un’usanza liturgica mai riprovata, come del resto conferma in ambito strettamente liturgico il magistrale padre Giustino Borgonovo. Egli spiega bene che «è assolutamente proibito che, presente e libero un sacerdote o diacono, serva come suddiacono un chierico non tonsurato, e molto meno (il che parrebbe incredibile) un laico sia pure di buona vita». Il problema non è quindi posto in termini assoluti, ma in relazione alla presenza di un “vero suddiacono” (cioè qualcuno che abbia già ricevuto tale ordinazione). Qualche riga più sotto, infatti, presenta come del tutto pacifica la situazione di un suddiacono laico, specificando che egli serva senza manipolo.

Detto ciò, anche all’interno della nostra redazione le posizioni sono divergenti. La colpa della situazione è però di chi ha smesso, nonostante queste fossero le indicazioni date dal Concilio di Trento, di ordinare diaconi e suddiaconi che rimanessero tali (oggi li chiameremmo permanenti) per la celebrazione solenne del culto. Quel che è importante ricordare è che è la Messa solenne (pontificale quando celebrata da un vescovo) il modello sublime di celebrazione da cui, per sottrazione, derivano le altre. Se vi capita occasione di partecipare ad un Messa solenne fatelo, assisterete alla liturgia in tutta la sua completezza e potrete vantarvi di dire «effettivamente a tre mi è piaciuto». Però usatelo solo per la liturgia, mi raccomando.


Note

  1. M. de Azpilcueta, Manuale de’ confessori et penitenti, traduzione di Camillo Camilli, Giorgio Angelieri, Venezia 1592, p. 584. Egli riporta altresì il fatto che presso alcuni “frati mendicanti” (evidentemente, vista la sua provenienza spagnola, parla di predicatori e minori) era uso far indossare anche il manipolo a chi ancora non era stato ordinato suddiacono. Ma si veda anche L. Montan, Dizionario teorico-pratico di casistica morale, Antonelli, Venezia 1844, XII, p. 146.
  2. G. Borgonovo, Manuale di liturgia ambrosiana, Tipografia Arcivescovile dell’Addolorata, Varese 19533, pp. 253-254.

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