ATTUALITÀ

II fantabosco dell’ecologismo militante

La natura, quindi, è un mezzo, che sicuramente necessita di cura e di attenzione,
ma solo la fede cattolica è capace di garantire
un tale approccio in maniera completa.



 

Edoardo Consonni  |  31 Maggio 2021  |  Tempo di lettura: 4 minuti

 

ATTUALITÀ

II fantabosco dell’ecologismo militante

La natura, quindi, è un mezzo, che sicuramente necessita di cura e di attenzione, ma solo la fede cattolica è capace di garantire un tale approccio in maniera completa.

Edoardo Consonni
31 Maggio 2021
Tempo di lettura: 4 minuti

 

Il Santo Padre Pio IX, tramite la voce autoritativa del S.Uffizio, promulgava il decreto intitolato “Errore Ontologistarum” (18 settembre 1861) in cui si afferma:
“Res creatae sunt in Deo tamquam pars in toto, non quidem in toto formali, sed in toto infinito, simplicissimo, quod suas quasi partes absque ulla sui divisione et diminutione extra se ponit.”

Questa proposizione riprende in qualche modo il motore del pensiero filosofico del cattolicesimo, secondo cui il creato è uno strumento per la gloria di Dio, nella misura in cui esso è specchio indiretto della potenza creatrice di Dio. La natura, quindi, è un mezzo, che sicuramente necessita di cura e di attenzione, ma solo la fede cattolica è capace di garantire un tale approccio in maniera completa. Il mondo, invece, abbandonata la Verità insegnata dal Vangelo e dalla Santa Chiesa, distorce la visione della natura e dell’ambiente in generale, tramutando in fine e in madre ciò che invece è solamente un mezzo per la gloria di Dio. L’ecologismo, quindi, oltre ad essere un movimento sociale o “scientista”, è prima di tutto una gnosi, una eresia, perché distorce la Verità circa un fatto essente, semplificandolo o manipolandolo in maniera erronea. L’uomo, poi, emancipato dall’abito oscurantista e cavernicolo del cattolicesimo, ha rivolto il proprio culto alla natura e all’ambiente, usando la scienza come magistero vivente della proto-religione ecologica. Ma dietro l’eresia c’è il Demonio, che fa le pentole ma si scorda i coperchi: constatiamo quindi delle atroci falsità ambientaliste, che la stessa scienza condanna come esecrabili fantasie. Vediamone alcune, a titolo di esempio.

1) L’effetto serra costituisce un problema serio per il surriscaldamento globale

Questa affermazione è viziata di un errore non di poco conto. L’effetto serra è innanzitutto un fenomeno naturale, ed è grazie a esso se possiamo pensare di non passare un anno intero vivendo con 13 cappotti addosso. Basta infatti fare un piccolo calcolo di bilancio radiativo tra Sole e Terra (approssimando entrambi come corpi neri, di cui il primo irraggi energia in tutte le lunghezze d’onda, il secondo prevalentemente nell’Infrarosso (I.R.)) per scoprire che la temperatura media globale, senza effetto serra, si attesterebbe attorno a 255 K, ovvero -18 °C. L’effetto serra è un fenomeno naturale che è dovuto all’intrappolamento della radiazione infrarossa da parte delle nubi e di alcuni gas atmosferici (gas serra, che assorbono nella banda dell’I.R.), riemettendola verso la superficie terrestre e riscaldando così l’atmosfera. Il problema di tale effetto è perciò il suo aumento! Per vivere, l’uomo deve mangiare. Se mangia troppo, possono subentrare le malattie. La colpa della malattia non è il mangiare, ma il mangiare troppo. L’effetto serra in sé costituisce un’ancora di salvezza: una cosa che tanti ecologisti non riescono proprio a capire, conducendo gli altri in errore. Il più delle volte, perché studiare non è il loro forte.

2) Il covid-19 si diffonde maggiormente nelle aree urbane fortemente inquinate

Bufala clamorosa. Questo fenomeno è stato smentito nello studio del dott. F. Belosi, (F.Belosi, M. Conte, V. Gianelle, G. Santachiara, D. Contini, 2020. On the concentration of SARS-CoV-2 in outdoor air and the interaction with pre-existing atmospheric particles. Environmental Research 110603), e i risultati sono stati riportati sul sito di ARPA Lombardia, agenzia che si occupa della qualità dell’aria e non solo. Mi limito a citare ciò che viene espressivamente riportato sul sito dell’articolo di riferimento:
“La probabilità che le particelle virali in atmosfera formino agglomerati con il particolato atmosferico pre-esistente, di dimensioni comparabili o maggiori, è trascurabile anche nelle condizioni di alto inquinamento tipico dell'area di Milano in inverno […] È possibile che le particelle virali possano formare un cluster con nanoparticelle molto più piccole del virus ma questo non cambia in maniera significativa la massa delle particelle virali o il loro tempo di permanenza in atmosfera. Pertanto, il particolato atmosferico, in outdoor, non sembra agire come veicolo del coronavirus“. Sfrontata è anche l’opinione secondo cui la deforestazione avrebbe contribuito alla diffusione del virus. Se da un lato è vero che il virus può essere trattato come aerosol atmosferico (ed in tal caso, deve essere studiato come tale, ma ancora poco è stato fatto in questo verso) , dall’altro lato poco si conosce delle proprietà in aria ambiente. L’eventuale interazione del virus con la CO2, contaminante atmosferico (non inquinante, visto che il diossido di carbonio non è tossico a meno di concentrazione elevatissime, altra cosa che fatica a trovare spazio nella mente ottenebrata dell’ecologismo), deve essere dimostrata con accurati studi, ripetuti e tutti concordi in maniera confrontabile nel risultato. La scienza è una nobile disciplina, a differenza del giornalismo: viene richiesta serietà di studio, oggettività di analisi, e sopratutto molta intelligenza. Essa infatti si basa sui fatti, e contra factum non valet argomentum. Non si possono azzardare certi asserti secondo il gusto personale.

3) La CO2 costituisce il problema maggiore del surriscaldamento globale

Questa minestra di concetti è quasi sulla bocca di tutti gli ecologisti. Innanzitutto, se è vero che la CO2 rappresenta un problema perché un gas serra e le emissioni sono in aumento ed i tempi di ritenzione in atmosfera sono lunghi, l’ecologismo usa questo argomento per eliminare gli altri problemi. Nel martellamento costante fornito dai servizi di comunicazione audiovisiva, come la televisione, ogni sorta di pubblicità pullula di parole come “sostenibilità, emissioni a impatto zero”: il collante è sempre e solamente la CO2. L’ecologismo, ad esempio, non fa menzione assoluta dei C.F.C, simbolo del progresso tecnologico tanto osannato del secolo passato, che sono stati dispersi in atmosfera e che sono tra i principali distruttori dell’ozono in stratosfera (con aumento della radiazione ultravioletta che arriva a terra); non si fa menzione degli inquinanti gassosi in generale, sopratutto se sono collegati al mantenimento di svariate risorse (ad esempio, l’H2S emesso negli impianti industriali di produzione della carta; l’ammoniaca, NH3, responsabile della acidificazione degli ecosistemi, della eutrofizzazione delle acque, nonché precursore di particolato secondario, come solfati e nitrati di ammonio). Ancora prima del surriscaldamento globale (che continuerebbe anche a zero emissioni, tra le altre cose, per un meccanismo di risposta automatico del sistema terrestre), ci sono seri problemi di sostanze nocive che fanno morire la gente, e che la stragrande maggioranza degli ecologisti non considera minimamente. Basti pensare all’ozono troposferico, che è prodotto assieme al famoso smog fotochimico nelle aree urbane, e che pullula quando la stabilità atmosferica è elevata. L’ozono troposferisco è tossico, ma gli ecologisti non ne parlano pressochè mai. E poi, assieme alla CO2 ci sono altri gas serra monitorati, come ad esempio il metano o il protossido di azoto, il cui valore del potenziale di riscaldamento globale (Global Warming Potential) è pari a quasi 300 volte quello della CO2, rispetto alla quale il potenziale è sempre normalizzato. Questa proporzione vale su scale temporali minori di cento anni di emissione e presenza in atmosfera. La concentrazione nell’atmosfera, negli ultimi 100 anni, è aumentata del 20% per il protossido di azoto: questo aumento è riconducibile ad una matrice antropica, principalmente a un largo uso di fertilizzanti di sintesi a base azotata. Qualcuno ha mai sentito delle litanie televisive ecologiste a proposito del protossido di azoto? No. Qualcuno parla della degradazione ambientale dovuta all’ozono troposferico? E allora, di che cosa stiamo parlando? I problemi vanno risolti per intero, e se proprio si vuole scomodare la gente con il tema ambientale, occorre parlare a 360 gradi, non solo delle emissioni di CO2 per poter vendere le automobili elettriche, imbambolando la gente con retoriche false ed approssimative. Lasciate alla scienza il lavoro della scienza. A proposito di mezzi veicolari: il falso mito del traffico veicolare come sorgente primaria di CO2 è, appunto, un falso mito. Tra le principali sorgenti di CO2 infatti ci sono la deforestazione (antropica) e i processi di combustione. Non solo da automobili. Il termine industria non suggerisce niente? Magari, per i veicoli sarebbe opportuno sottolineare le emissioni della marmitte catalitiche, oppure l’emissione di particolato per usura degli pneumatici, che tuttavia non vengono mai ricordate. Per non parlare di metalli come Piombo e Titanio.
Quando si è voluto sottolineare il problema ambientale, che come abbiamo visto è stato presentato in una minima parte dall’ecologismo militante buttato in televisione come una forma di culto al sapore Spinoziano, è stato deciso di affidare l’appello ambientale a una bambina che non capisce niente di temi ambientali. Il problema ambientale è un problema complesso, richiede uno studio faticoso e approfondito, richiede che chi ne parli abbia le competenze anche per spiegarlo in maniera corretta ed esauriente. Voi fareste spiegare le meccanica quantistica a un netturbino? Mettereste a capo di una azienda un giocoliere spericolato? Mettereste a dirigere un cantiere navale un giocatore di tennis? Direi di no. Niente contra eos, ma ognuno ha una mansione specificata.

4) L’aspetto teologico dell’ecologia ambientale: il peccato originale e il fine della Chiesa

Ultimo, ma non ultimo, è l’aspetto legato al peccato. Nel quadro generale, infatti, il cristiano, a differenza del pagano o dell’ateo militante, deve commisurare la propria azione in funzione della Verità cattolica. Ebbene: la natura, intesa come insieme di esseri viventi, è stata contaminata dal peccato originale, e ne porta in maniera indelebile gli effetti. Perciò, se da un lato è importante dedicare una cura del creato, come luogo e ambiente in cui Dio ci ha destinato a vivere per la misura mondana della nostra esistenza, questa cura sarà sempre imperfetta. L’uomo, infatti, può combattere gli effetti del peccato, ma non può pensare di riportare la natura allo stato di perfetta incorrutibilità originale. Certo, egli può e deve impegnarsi nel rispetto del creato, ma non può gnosticamente anteporre i principi primi della sua fede a questa faccenda. Questa tendenza di apostasia green è molto forte nella Chiesa, e ha imbrattato anche Roma con il recente Sinodo per l’Amazzonia, teatro di dissacrazioni e testi insaporiti di ecologismo panteista, come nel caso di Querida Amazonia, autentico vivaio di gnosticismo ecologista lontano dal Cattolicesimo di Santa Romana Chiesa. Prima di tutto, occorre salvare le anime, e poi dedicarsi a “salvare l’ambiente”. Non il contrario. Su questo punto, oggi molti avrebbero da ridire: ma la Verità non muta per il capriccio di pochi gnostici cristiani, siano essi pastori, siano essi perfino vescovi e cardinali. San Francesco, ad esempio, immolato come idolo ecologista del mito progressista, viene sempre utilizzato come stemma dell’ambientalismo sfrenato. Ma, in verità, dai suoi stessi scritti emergenza una attenzione prima alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime, e poi alla cura del creato, secondaria per definizione. Chi meglio di un Papa potrebbe dimostrare tale asserto? Concludiamo perciò con le parole di Pio XI: “Essendo l’araldo del gran Re, Francesco volle che gli uomini si conformassero alla santità evangelica e all’amore della Croce, non già che si trasformassero in sdolcinati amanti di fiori, uccelli, agnelli, pesci o lepri. Se egli mostrava una certa affettuosa tenerezza verso le creature, […] non era mosso da altra causa che dall’amore per quel Dio che è comune origine, e in esse contemplava la divina bontà” (Pio XI, Rite expiatis, §23.)
 
 
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