Il confessore

Il confessore

In questo testo narrativo immaginario, si vive l'esperienza di un giovane penitente nel confessionale. Un racconto immaginario, sì, ma non poi così tanto separato dalla realtà.
In questo testo narrativo immaginario, si vive l'esperienza di un giovane penitente nel confessionale. Un racconto immaginario, sì, ma non poi così tanto separato dalla realtà.

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In questo testo narrativo immaginario, si vive l'esperienza di un giovane penitente nel confessionale. Un racconto immaginario, sì, ma non poi così tanto separato dalla realtà.

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Caro diario,

Avrò avuto più o meno, 17 anni, o giù per lì. Insomma, ero sufficientemente giovane per essere suscettibile agli eventi particolarmente strani, nella mia quotidiana vita di giovane cattolico.

Faceva freddo, eravamo sul limitare dell’autunno, e mi ricordo che una sera (saranno state pressappoco le 21), dopo essere uscito dal tabacchino per comprarmi le sigarette, ero passato davanti alla chiesa parrocchiale, e l’avevo trovata misteriosamente aperta. Non ero solito fumare, ma la recente perdita di mio padre, morto in un incidente stradale, mi aveva precipitato in una situazione di necessaria ricerca di una valvola di sfogo. Mamma non reagiva, i miei due fratelli erano piccoli, ed io mi preparavo a lasciare gli studi per mantenere la famiglia, che mio padre aveva ben pensato di caricarmi sulle spalle senza darmi preavviso. 

Quella sera, assorto nelle mie preoccupazioni e nella mia rabbia con il Signore, avevo notato che il portone della chiesa era spalancato, e che le vetrate della chiesa erano grigie (avevo perciò dedotto che fosse spenta all’interno, almeno per quanto concernesse le luci artificiali).

Ero molto stanco, ma la mia insaziabile curiosità, condita con un sano senso di preoccupazione, mi spinsero ad entrare.

La Chiesa era effettivamente buia. Solo delle deboli ombre, movimentate dalla labile fiamma delle candele, proiettava le possenti statue sul muro. Nel silenzio più assoluto, mi guardavo in giro cercando qualcuno. Inizialmente pensavo l’amato sacrista, Giuseppe, si fosse scordato di chiudere il luogo sacro. Ma in quella chiesa non c’era nessuno. Il buio creava quell’atmosfera particolare di Mistero, un brivido continuava a correre su e giù per la mia schiena, mentre la mia testa cercava di capire che cosa, effettivamente, stesse succedendo.

Tutto ad un tratto, sentì uno scricchiolio molto forte, un vero e proprio colpo di forte intensità. Quel tipico rumore che fanno le panche di legno vecchie, quando, da inginocchiato, ti scrolli un attimo dalla posizione, per poter far riposare le doloranti gambe. Guardando sulle panche, però non c’era nessuno. Notai, tuttavia, che il vecchio confessionale, solitamente lasciato come addobbo architettonico, e mai utilizzato dal parroco, che preferiva due sedie comode e all’aria aperta, aveva la tendina tirata.

Un secondo scricchiolio, proveniente dallo stesso posto della struttura in legno, mi convinse che qualcuno fosse dentro quel confessionale.

Ebbi paura. Pensai che si fosse nascosto qualcuno, per nascondervi a sua volta qualcosa: sai, spesso gli spacciatori entravano in chiesa per nascondere delle bustine di droga, per poi mandare terzi a recuperarle. Presi coraggio, e mi avvicinai al confessionale. Cercai di non fare troppo rumore, e tenevo un piede quasi sempre girato verso l’uscita, nel caso fosse successo qualcosa.

Avvicinandomi, notai che la tendina si muoveva, non perché qualcuno la agitava toccandola, ma banalmente perché qualcuno, respirando, causava il suo movimento.

“Buonasera figliuolo, devi confessarti?”

Una voce uscì dal buio, lasciandomi impietrito di fronte al confessionale.

Giusto il tempo di processare quello che stava succedendo, di fronte ai miei stessi occhi.

Non si udirono altre parole. Forse il misterioso uomo dietro la tenda (la voce mi sembrava maschile) voleva sapere una risposta. Ma non volevo stare al suo gioco.

“Chi sei?” –  risposi, con un tono secco.

“Sono un sacerdote, altrimenti non sarei qui nel posto in cui mi vedi. Devi confessarti?”

“Ma il parroco sa che sai qui?”

“Certo che lo sa. Altrimenti non sarei qui, ripeto. Devi confessarti, si o no?”

Un attimo di silenzio seguì, mentre il sacerdote (mi convinsi che doveva esserlo, altrimenti se avesse voluto farmi del male, aveva avuto più occasioni) attendeva la mia risposta.

Mi calmai, e decisi di accettare. Avevo bisogno di confessarmi, come avevo bisogno di confidarmi un attimo per tutto lo schifo che stavo attraversando nella mia vita.

“Certo padre, grazie. Scusi se sono sembrato scortese, ma mi sembrava tutto così strano. La Chiesa aperta, le luci spente, nessuno dentro, e lei nascosto nel confessionale.”

“Bene, inginocchiati pure dove preferisci.”

Mi inginocchiai dal lato rivolto verso l’altare maggiore. Quel confessionale non l’avevo mai visitato. Lo spazio per le ginocchia era molto piccolo: quasi ti costringeva a soffrire, durante la confessione. Una barriera bucherellata, con impressa la forma di un crocefisso, separava me dal sacerdote che, nel silenzio più assoluto, pregava, facendomi intendere che dovevo attendere prima di iniziare il rito del sacramento.

Non ero una cima in materia liturgica, né tantomeno sui temi del sacramento. Tuttavia, nel buio quasi totale, distinguevo chiaramente che il misterioso confessore indossava una cotta ed una stola, che assumevo essere violacea, proprio perché contrastava con la chiazza biancastra del primo paramento.Sentivo delle preghiere sottovoce. Erano sicuramente in latino. Sentii forse la parte finale del primo plico di preghiere, che recitavano così: “…Et exultabit lingua mea justitiam tuam. ”. Dopo una lunga orazione, ma molto lunga (non come le confessioni di Don Marco, quelle si sarebbero già concluse nello stesso arco di tempo), capì che aveva iniziato a confessarmi. Recitò, sempre in latino, la formula di inizio, e io lo seguì con i gesti: “In nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Amen”.

Il confessore
La Confessione – Giuseppe Maria Crespi (1712)

La mia mamma mi aveva insegnato bene la confessione, e sapevo tutte le risposte. Pertanto dissi, con voce sommessa, “Beneditemi, padre”.

Il confessore, pronto, rispose: “Dominus sit in corde tuo, et in labiis tuis, ut rite et competenter confitearis peccata tua: in nomine Patris , et Filii, et Spiritus sancti. Amen. ”

Questo sacerdote sapeva tutto alla perfezione, non avevo mai visto nulla del genere. Ci presi gusto, perché sapevo che, nonostante fosse avvolto nel suo alone misterioso, questo prete era davvero capace. Avrebbe fatto al caso mio.

Stavo per cominciare l’accusa, quando mi accorsi che una piccola candela si era illuminata dal lato del confessore. Molto probabilmente l’aveva accesa per facilitare me nell’interagire con lui. Si vedeva davvero poco attraverso le fessure bucherellate, ma riuscì ad identificare un uomo alto, e abbastanza robusto.

“Mi sono confessato un mese fa, ho chiesto l’assoluzione, l’ho ottenuta e ho fatto la penitenza, padre. Da allora mi accuso di un solo peccato. Ho peccato contro la provvidenza”

Il sacerdote mi ascoltava attentamente, avendo posto l’orecchio vicino alla barriera.

“Dimmi. In che cosa consiste questo tuo peccato?”

Non mi aspettavo questa domanda. Pensavo che l’accusa fosse terminata. Presi coraggio, e vincendo la vergogna, buttai fuori tutto.

“Ho bestemmiato contro Dio, e ho disprezzato i piani che lui ha maturato su di me. Mi ha tolto il padre, mi ha tolto tutto. E sono arrabbiato con Lui, perché mi ha fatto del male. Mi fa soffrire, e non me lo merito.”

“Bene, figliuolo; c’è altro?”

Rimasi stupito. Mi sarei aspettato quanto meno un rimprovero, visto che mi trovavo di fronte a un sacerdote abbastanza impostato, a mio avviso.

“..no, padre. Questo è tutto.”

“Sei addolorato per aver offeso Dio?”

“Non proprio. Sento che mi ha fatto un torto.”

“Dio non fa mai i torti. Ti ha creato dal nulla, per amore. Ti ha donato il suo Figliuolo, e lo ha fatto morire in croce per amore. Ti aspetta qui, per amore. Come fa a farti un torto, lui che non solo ha l’amore ma è l’amore? Dimmi un po’: tu fai della carità?”

“Faccio già tanta carità: ma adesso devo pensare a me!”

Ero confuso, ed indisposto, perché il sacerdote mi stava dicendo cose che faticavo a comprendere.

“Tu fai della carità facile, ma c’è altro tipo di carità: ed è quella che un buon cristiano deve avere verso Dio, quando il suo Dio gli assegna una prova, una croce, una mortificazione, per consolidare la sua fede. Certo è un amore difficile, non come quello narrato nei romanzi sdolcinati.”

“Ma Padre, mio papà è morto.”

“E con ciò? Pensi che il Signore, l’onnipotente, non abbia voluto la sua morte? Pensi che non l’abbia attentamente valutata? Pensi che tutti i martiri, sotto i crudeli Vespasiano e Diocleziano, non siano stati coronati di gloria immortale? No figliuolo, ogni passo di Dio è avanti a noi. Ogni suo volere è pensato. Tuo padre era credente?”

Tutte queste domande mi stavano attanagliando: ebbi comunque il coraggio di rispondere.

“No, padre. Non lo era.”

“E si è convertito in articulo mortis, ossia in punto di morte? Ha ricevuto i sacramenti per la sua eterna salute?”

Effettivamente si, li aveva ricevuti. Ero stato io a chiamare il cappellano dell’ospedale, quando avevo capito che mio padre sarebbe morto di lì a poco. Mio papà piangeva a dirotto, perché sapeva che gli restava poco da vivere, ma sopratutto perché sapeva che aveva vissuto per niente, e aveva incontrato Dio sul letto dei dolori, morendo con il sorriso. Raccontai tutto al padre, e lui rispose pacatamente.

“Tuo padre ha ricevuto tutto ciò che gli era utile, e se con contrizione vera si è convertito a Dio, allora si è salvato. Chissà, se fosse successo lo stesso, andando avanti con gli anni. Ci metteresti la mano sul fuoco?”

“No padre.”

Mi arresi. Effettivamente aveva ragione lui. Mio padre non si sarebbe mai convertito nel corso della sua vita naturale, nemmeno con l’esempio di mia madre di fianco a lui. E forse morendo aveva avuto l’unica possibilità di salvarsi. Era un ragionamento che mi sembrava essere molto giusto, ma che una potenza dentro di me continuava a respingere.

Riprese il confessore: “vedi, figliuolo, noi siamo abituati a ragionare seguendo ciò che noi riteniamo essere giusto. Ma noi siamo macchiati dal peccato. L’anima che ama Gesù Cristo, sa benissimo che deve rinnegare se stesso, deve prendere la sua croce, e deve seguirLo. Ma non deve seguirLo in un luogo astratto. Deve seguirLo verso il suo trono. E il suo trono è sul Calvario. La sua corona è una corona di spine”

“Ma non capisco padre: il Signore mi ha dato un padre. Perché toglierlo per metterci in difficoltà?”

“Ripeti con la fede le parole di Giobbe. ‘Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore’. Il Signore ti ama non quando ti esalti, ma quando ti umili, e quando decidi di essere strumento nelle mani del Signore, sopratutto nella tribolazione e negli eventi avversi che non comprendiamo, come disse la Santa Madre con il Magnificat: quia respexit humilitatem ancillae suae.

“Ma questa croce è pesante, davvero troppo. La provvidenza è così ingiusta con me!”

“Ti permetti di giudicare la Provvidenza? Dio ha pianto in agonia nel Getsemani, e ha sudato sangue, perché la croce sarebbe stata davvero pesante. E ha portato la croce per le tue colpe, perché tu non avresti potuto portarla. Ma dobbiamo uniformarci alla volontà di Dio, anche quando non la comprendiamo. Devi imitare Cristo. Più diventi simile a Lui, più piacerai a Dio Padre, e più grandi saranno le croci e le prove da affrontare”

Non potevo rispondere o controbattere. Non mi era possibile, perché tutto, attraverso quelle parole, stava acquistando senso.

Il confessore

“Chiedo perdono, padre, e chiedo perdono a Dio. Ho sbagliato. Ma come si può amare soffrendo?”

“Devi chiederlo a Lui, perché Lui è salito sulla croce per amore tuo. Vedi, caro figliuolo, S. Paolo dice: “Io mi glorierò nelle mie infermità, affinché la virtù di Gesù Cristo abiti in me. Io mi compiaccio nelle mie infermità, sono forte quando mi sento infermo”. Devi imparare che l’anima che ama Gesù Cristo, ama il patire. Devi imparare la perfetta abnegazione di te stesso, rassegnandoti al volere di Dio senza contraddizioni e senza lamentarti. Se vuoi regnare con Dio, devi portare la tua croce: solo i servi della croce trovano la via della beatitudine e della vera luce. E tu dirai: ci sono troppi doveri nella mia fede. No, ce ne sono solamente due. Uno è quello di amare Dio, e l’altro di amare il prossimo per amore di Dio. Lui si è incarnato per mostrarci la via del Cielo. E la via per il cielo è per forza in salita, appunto perché ivi è diretta! La via al cielo è la via del Calvario. Solo in cima al Calvario, troverai la consolazione e la pace. Ma il Calvario, nessuno lo toglierà. Devi fartelo tutto.”

“Quindi devo imparare a soffrire per diventare simile a Gesù?”

“Si. Perché temi in cuor tuo l’addossarti questa croce?”

“Sono stanco di soffrire, padre. Vorrei essere felice. Vorrei vivere la vita come i ragazzi che stanno nel mondo. Perché loro sì, che sono felici.”

“Sei davvero sicuro di ciò che dici? Io non ne sarei così convinto. Le persone che non abbracciano la croce e la fede, riempono la propria vita con continue distrazioni. Sommergono la drammaticità della condizione umana con il frastuono dei piaceri e dei bagordi. Si lasciano alla concupiscenza, ai diletti. E con ciò? Si guadagna solo altra disperazione. Anche i piaceri della carne, quando soddisfatti, ti lasciano il senso di colpevolezza e di sporcizia. Non ti comunicano certo quella pace che Dio solo sa dare. La sola strada che porti alla vera vita e alla vera pace interiore, è quella della santa croce e della mortificazione quotidiana. Non c’è altro mezzo, caro figliuolo. Organizza pure tutto secondo i tuoi progetti, non ti biasimo: fai pure. Ma non puoi scappare dalla croce. O sentirai qualche dolore nel corpo o soffrirai qualche pena nell’anima.

Se non Dio o il prossimo, sarai tu stesso a metterti alla prova. Accetta la croce. Se la porterai con rassegnazione, essa sarà dolce; se la porti a fatica, cadrai sotto il suo peso. Se la schiverai, inciamperai in un’altra che si paleserà di fronte a te. Perché cerchi una via diversa da quella di Gesù, la via maestra, la via del Calvario?”

Mi arresi totalmente a queste parole. Era la croce, che fino ad allora vedevo solo come un banale amuleto, un simbolo effimero della mia religione. Ed invece, era più di questo.

“Ha ragione padre. Prenderò la mia croce, e seguirò Gesù sulla via del Calvario. Sia lodato il nome del Signore! La mia nonna, nelle lunghi notti insonni accanto ai tanti figli da curare, ripeteva sempre, guardando il crocifisso: Ecco l’alfa, ecco l’omega della vita spiritual. Solo salvo è chi si lega a questo albero vital. Ed ella aveva proprio ragione.”

“Caro figliuolo, siamo tutti sulla via della perfezione cristiana. Ama la tua croce, e chiedi perdono a Dio per i tuoi peccati.”

Recitai l’atto di dolore, con un immenso raccoglimento e con una forte contrizione.

Appena ebbi finito, il sacerdote pronunciò la formula dell’assoluzione. Potei chiaramente discernere il contenuto della sua preghiera: Deinde ego te absolvo a peccatis tuis in nomine Patris, et Filii, et Spiritus Sancti. Conclusa una seconda orazione, mi rivolse queste parole, che rimasero impresse nella mia anima fino ad oggi: Vade in pace et noli amplius peccare. Capii che il significato era di andare in pace, e di non peccare più.

Terminata la confessione, mi rivolsi al confessore:

“Grazie, carissimo padre. Potrei sapere come si chiama? Mi sono trovato davvero bene con lei, sento davvero di essermi confessato bene, e i suoi consigli mi hanno realmente dato un enorme aiuto…chiedo scusa..” Mi fermai un paio di minuti, perché le lacrime mi stavano impedendo di vedere, e il singhiozzo si faceva sempre più forte. Mi ricordo che piansi, pensando al mio papà, ai miei peccati, e all’amore di Gesù che si era fatto crocifiggere per me, e che io avevo nuovamente crocifisso con i miei peccati. “Lui è salito sulla croce per amor tuo”. Un eco continuo, che rimbalzava nella testa, pesante e affranta, carica di quel peso che stava cadendo, e dal quale mi stavo liberando. Il confessore stette in silenzio, ascoltando il mio pianto, come se fosse una sorta di inizio della lunga penitenza che mi aveva assegnato.

“Scusi. Volevo solo ringraziarla di cuore. Padre..?”

“Non importa come mi chiamo, figliuolo. Conta che adesso tu sia in grazia di Dio.”

“Va bene, ma potrò rivederla?”

“Certo, ogni qual volta avrai bisogno, io sarò sempre qui”

Ero troppo frastornato per capire quelle parole. Forse ero solo stanco, con la testa invasa da mille e mille pensieri.

“Va bene, la ringrazio. Si è fatto tardi, padre. Meglio che vada a casa. E forse meglio che vada anche lei.”

“Io sono di qui, figliuolo. Vai in pace.”

Mi alzai, e mi avviai all’altare della Madonna per recitare il Rosario, la penitenza assegnatami dal padre. Recitai quel Rosario davanti alla Madre di Dio, con un tale senso di devozione, che ad ogni grano mi dispiaceva proseguire, sapendo che sarebbe terminato all’ultima decade. Giunto sul limitare della quarta, sentì una voce chiamarmi alle spalle.

“Stefano? Sei tu? Cosa ci fai qui?”

Il confessore

Mi girai di scatto. Era il mio parroco, don Marco. Teneva in mano una torcia, che mi puntava in viso, arrecando un certo fastidio.

“Si, don Marco. Scusami. Ho trovato la chiesa aperta, e c’era un padre a confessare e mi sono confessato.”

“Che spavento…ho visto la chiesa illuminarsi per un tratto, e sono corso subito a controllare. Ma il quadro delle luci è spento. Chi ti ha confessato, scusami?”

Chiesa illuminata? Ma che stava dicendo don Marco? Sono stato tutto il tempo al buio, magari ci fosse stata la luce!

“Veramente, don, qua era tutto buio. C’è un padre nel confessionale.”

Don Marco mi guardò con gli occhi fuori dalle orbite. Tanto bastava per dirmi che qualcosa non andava. Si precipitò in sacrestia e accese le luci (il quadro era spento, quindi ero stato davvero al buio: chissà cosa aveva visto il parroco).

A luci accese ritornò nella navata laterale. Mi avvicinai a lui, e soggiunsi a voce bassa:

“Don, mi sono confessato con un padre, è ancora nel confessionale. Mi ha detto che lo hai chiamato tu”

“Stefano, io non ho chiamato nessuno”

Mi sentii le gambe molli, il sudore colava ed era freddo, quasi facevano male quelle gocce che grondavano per la paura.

Ci guardammo in faccia, e decidemmo di spostare la tendina del confessionale.

Don Marco si teneva a debita distanza dal confessionale. Feci i primi passi, silenziosi, verso la struttura in legno. Il silenzio era tornato a dominare quel luogo. Mi avvicinai, e scostai la tendina.

“Stefano, se mi hai fatto uno scherzo, prometto che te la faccio pagare” – borbottò don Marco.

I miei occhi, impietriti, erano di fronte a un posto vuoto. Non c’era niente. Mi gettai dentro nel confessionale, girandomi e rigirandomi.

“Don, non sono scemo. Mi sono confessato! Sono stato qui quaranta minuti. Adesso va bene tutto, ma pazzo no”

“Io dico che sei un po’ suonato. Dai, vai a casa e riposati. E non tirarmi più questi scherzi!”

Il parroco uscì dalla Chiesa, forse un po’ stizzito. Io ero rimasto di fianco al confessionale, ancora incredulo. Non riuscivo a capire. Forse davvero mi ero immaginato tutto? Forse davvero stavo diventando pazzo? Si sa, i grandi traumi riservano grandi sorprese, fanno uscire di testa le persone. Ma no, dai! Io lo avevo visto, eccome! Era lì. O forse no?

Attanagliato da mille dubbi, cominciai a guardarmi attorno. Avevo paura, tanta paura. Ma proprio mentre mi stavo per allontanare, notai che sul posto del confessore c’era qualcosa. Un bellissimo crocifisso, di quasi trenta centimentri di lunghezza. Era davvero bello, grazioso e possente.

Un brivido corse lungo la mia schiena, nuovamente. Raccolsi il prezioso oggetto, guardandolo e riguardandolo. “Accetta la croce. Io sono di qui. Vai in pace”. Mi girai verso il tabernacolo, e caddi ginocchioni in terra. Ivi rimasi, a lungo. Mentre le luci si spegnevano, pensavo e pregavo.

Non poteva essere vero.

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