Il mobilismo - Ecclesia Dei

di Edoardo Consonni

Nello ‘Iota Unum’ di Romano Amerio, capolavoro di apologia cattolica nonchè manuale di vita per sopravvivere al post-concilio, si presenta più volte (e si richiama con un intero capitolo) il concetto del Mobilismo. Una bevanda a base di conciliarismo e progressismo laicista, che può arrecare seri danni alla salute dell’anima del cristiano cattolico. Sopratutto, se si pensa che il Mobilismo sia l’impianto filosofico usato dai Papi postconciliari e dai loro coetanei per costruire una contro-Chiesa, in tutto e per tutto distaccata dalla Chiesa di Cristo.

Il Mobilismo: la filosofia del post-modernismo

La Chiesa Cattolica zoppica, perchè a renderla zoppa è stata la Chiesa stessa. La ragione delle difficoltà di questa andatura obliqua non va cercata nella accusa al mondo, laicista e rigettante il Cristo. Occorre invece ricercare quali siano le ragioni per cui la liquida dottrina della Chiesa post-conciliare, intrisa di modernismo e di esistenzialismo, sia arrivata fino ad ora cosí debole, e di fatto impreparata nei confronti del laicismo sfrenato che oramai spopola nel mondo indomito e senza incontrare resistenza. La dinamicità della Chiesa è dovuta principalmente alla volontà conciliare di scappare dal vecchio, per conseguire il nuovo. Il mobilismo si innesta in questo contesto specifico, nel quale si ricerca in maniera ossessiva il distacco dalla corazza preconciliare, per ricercare la definizione di una Nuova Chiesa, che non deve essere statica, ma dinamica. Una Chiesa che non deve mai essere definita, ma sempre ridefinibile con continuità.

Scrive Amerio nello Iota Unum: “[…] La sistemazione teoretica più compiuta del mobilismo è la filosofia di Hegel: l’esistente è il diveniente infinitamente volubile nel tempo e il divenire si comunica a Dio, togliendogli gli attributi dell’immutabilità e dell’intemporabilità assolute.”

L’idea di mutevolezza è divenuto un canone assoluto sul quale impostare l’idea di Chiesa moderna. Nonostante, dice l’Amerio, il messaggio evangelico sia chiaro e in aperto contrasto con la mutevolezza del cattolicesimo [San Paolo dice espressivamente: “Stabiles estote et immobiles” ( I Con.,15,58)], la volontà di dover cambiare sempre aria, in ambito dottrinale e non, è divenuta una verità assoluta e imprescindibile. Ricercare una Chiesa in evoluzione, questo è l’imperativo. Come diceva Paolo VI: “la Chiesa è entrata nel moto della storia che si evolve e cambia ( Osservatore Romano, 29 settembre 1971). I più accettano questo mobilismo rimettendo il giudizio alle autorità ecclesiastiche, condannano chi rimane fermo, giudicandolo ed accusandolo di essere “reazionario” nonchè “stazionario”. Questi mobilisti, celebrano la nuova prassi dottrinale di Amoris Lætita e di Lumen Gentium, ma si scordano di un importante vertice del cattolicismo. Un conto è dire “cambio la forma con cui comunico un precetto” (e già in questo caso siamo al limite, perchè mutare una forma con cui trasmettere un dogma o una prassi cattolica è cosa assai ardua). Un conto è invece “scusare con una necessità di forma mutante il contenuto del precetto”. In questo caso, se un pastore, chiunque esso sia, pronuncia insegnamenti, dottrine, metodi pastorali che sono in contrasto con il depositum oppure con le parole del Verbo stesso, mascherando la mutevolezza con un “comunicare” la sua autorità decade in maniera reversibile, fino a quando il pastore non ritiri la propria tesi (questo è il contenuto della Bolla “Cum ex apostolatus officio”, del Papa Paolo IV).

Questa teoria del mobilismo ha una origine molto lontana: come l’accozzaglia di modernismo e post-modernismo che ormai ha attaccato il cervello della Chiesa, anche il mobilismo è un prodotto delle filosofie dell’esistenzialismo e delle filosofie hegeliano-derivate. Il concetto di un dio mai essente, ma diveniente, che si autocomunica nell’esistenza dell’uomo, è l’idea di base che ha partorito tale mobilismo, nella misura in cui esso celebra il cambiamento anche di ciò che non può e non deve cambiare (come un dogma o una generale pronunciazione del Verbo (un chiaro esempio è dato dalla pretenziosa modifica, avanzata da Papa Francesco, del Padre Nostro, con un grottesco “non abbandonare”, che oltre ad essere teologicamente anti-cattolico e manifesto di una grave lacuna accademica, è uno sfregio all’insegnamento del Cristo e della teologia cattolica che per anni ha studiato gli articoli del Padre Nostro per costruire intere civiltà)).

Di fatto, l’idea del mobilismo è quella, secondo padre Reginald Garrigou Lagrange (1877-1964) secondo cui “[…] Non si dà verità immutabile”. Sulla base del dubbio radicale di Hegel circa la possibilità (di fatto resa impossibile) di poter dimostrare l’esistenza di una divinità immutabile, increata e separata, si corre ai ripari per ricercare quella stessa divinità non in quanto alla sua esistenza separata ed immutata, quanto alla sua esistenza diveniente e intrecciata con l’esistenza dell’uomo. In questo modo, si rende necessario ricondurre la Chiesa all’uomo, perchè la natura ontologia e assiologia della Chiesa deve essere ricercata nel vissuto dell’uomo. Vediamo un esempio chiarificatore.

Un esempio di mobilismo. La visione mobilistica del matrimonio di Papa Francesco in Amoris Lætitia

Papa Francesco estrae verità di fede creativa, proponendo l’assoluto principio della morale dalla casistica esistenziale. Nel famoso e discusso Capitolo 8 di Amoris Lætitia, con vista sul Matrimonio, si può osservare un fatto molto curioso, che dimostra come il mobilismo abbia di fatto intaccato la base della fede cattolica. Alcuni accorgimenti si rendono necessari, prima di analizzare il caso specifico.

La fede cattolica afferma che l’unica unione tra uomo e donna che abbia una valenza giuridica davanti a Dio, e che non procuri una situazione di peccato mortale è il matrimonio cattolico. Un uomo e una donna sposati possono conseguire l’atto coniugale senza incappare in peccato mortale, e possono condividere il domicilio in base alle parole che il Cristo rivolge ai giudei.

La convivenza è peccato mortale, condannata dalla Chiesa e dal più recente catechismo per due ragioni:

  1. La convivenza contraddice il matrimonio nella misura in cui esso rigetta la natura sacramentale dell’unione sponsale, riducendo Dio a interlocutore scomodo e non chiamato in causa.
  2. A causa di questa contraddizione, la convivenza preclude la via della grazia santificante del coniugio, diventando fonte e sorgente di peccati mortali conseguibili, primo tra tutti la fornicazione. L’unione carnale di due conviventi è una unione extraconiugale, perché priva della approvazione sacramentale, al pari della fornicazione non convivente.

Oltre alla convivenza, cadono in peccato mortale anche gli adulteri, siano essi divorziati o no.

Sulla scorta di queste considerazioni, occorre analizzare la dottrina che AL espone circa la condizione empirica dei cosiddetti ‘divorziati risposati’ e dei conviventi.

Al numero N.297, Papa Francesco dice:

Riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”, i Padri sinodali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: “In ordine a un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro”, sempre possibile con la forza dello Spirito Santo”

In questo breve estratto dal testo di riferimento, si possono notare due tipi di schemi dottrinali modernisti.

Il primo è il mobilismo.

Il secondo è la morale di situazione.

Il mobilismo si nota nel fatto che il discernimento della condizione di vissuto delle coppie “non ordinate” non è oggettivo (giudizio secondo un principio assoluto, un principio primo, come il Dogma o la dottrina del Sacramento), bensí soggettivo ( con criteri pastorali, legati al vissuto). In questo modo, la Chiesa deve estrarre il principio morale dalla casistica, ragione per cui ogni coppia avrà una propria dottrina coniugata, che muta a seconda della coppia stessa. Non ci sono più canoni oggettivi con cui giudicare le situazioni. Ma è la pastoralità, una parola che compare ormai più di tutte le altre nei contesti come il matrimonio, che diventa strumento di giudizio.

La morale di situazione è invece il principio, il motore, che muove il giudizio pastorale per il discernimento singolare. La morale decade da oggettiva a soggettiva, diventando coniugale con il vissuto dell’uomo. La condizione esistenziale produce la morale, quando per converso il Verbo dice esattamente IL CONTRARIO.

La dottrina della Chiesa dice chiaramente che il matrimonio cattolico è l’unico matrimonio lecito agli occhi di Dio. A sottolinearlo è ad esempio Benedetto XV, che nel Codex Iuris Canonici dice espressivamente:

Can 1013:

  1. Matrimonii finis primarius est procreatio atque educatio prolis: secundarius mutuum adiutorium et remedium concupiscentiæ.
  2. Essentiales matrimonii proprietates sunt unitas ac indissolubitas, quæ in matrimonio christiano peculiarem obtinent firmitatem ratione sacramenti.

Oppure

Can 1118: Matrimonium validum ratum et consummatum nulla humana potestad nullaque causa, præterquam morte, dissolvi potest.

Le situazioni irregolari citate in AL sono situazioni oggettive di peccato mortale, contrarie alla legge di Dio. Non ci deve essere un “discernimento”. Devono essere educate a capire che stanno vivendo in una condizione oggettiva di peccato mortale, non grata agli occhi di Dio, meritevole di dannazione eterna. Questo è quello che la Chiesa Cattolica dice.

Non esiste una “divina pedagogia della grazia”, perchè le anime che contraggono una unione, una copula, una convivenza illecita sono affette per intero dal peccato attuale. In loro non vi è grazia, e non ci sarà mai, frattanto che essi permangono in una situazione di peccato mortale, grave.

La proposta di Papa Francesco è assurda, oltre che non cattolica, e culmina con una proposta ancora più deplorevole, cioè quella di poter elevare una convivenza a matrimonio, senza uscire però dalla convivenza. Questo viene riportato in AL.

Conclusioni

La defezione della dottrina della Chiesa è la base del mobilismo. Esso pretende di doversi allontanare dalla Chiesa storica, dagli insegnamenti del magistero della Chiesa storica, per poter piacere al mondo, per poter creare qualcosa di più congeniale all’uomo. Questo rispecchia di fatto anche le aspettative del Concilio Vaticano II, in particolare di Gaudium & Spes, dove il sogno-miraggio di una teleologia antropocentrica veniva paventato. Oggi è cruda realtà di fatto. Il mobilismo è la filosofia del papa, di tanti cardinali, di quasi tutti i vescovi, e questo rappresenta un grave problema per la Chiesa. Pretendere di dover scappare a tutti i costi dalla croce, dalla scomoda dottrina di sempre, può solamente comportare effetti devastanti per la Chiesa. E gli effetti li vediamo noi, oggi.

Una Chiesa in uscita, una Chiesa in moto, una Chiesa “mobilista”.

Contro questa prassi, occorre richiamare i fedeli a essere come il cemento. Immobili nella dottrina, immobili nei dogmi, immobili nella catechesi.

Perchè la tempesta modernista e laicista soffia veemente sugli uomini. E solo chi è fermo e radicato può resistere alle intemperie, a differenza di chi si lascia plasmare dai tempi, a chi preferisce una Chiesa di pongo. Una Chiesa che si adatta ai tempi, certo, ma che al primo sbalzo di temperatura, si frantuma in mille pezzi.

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