Il Novarismo teologico: analisi degli atti di fede, speranza e carità

Il Novarismo teologico: analisi degli atti di fede, speranza e carità

Contra factum non valet argomentum

Tanti cattolici non sanno neanche cosa essi siano. Altri li recitano solo quando si ricordano della loro esistenza; per pura fluttuazione mentale; altri li rifiutano in nome dell’ecumenismo osannato con una capillarità affannosa e sconcertante.

Stiamo parlando degli atti di fede, di speranza e di carità.

La preghiere ascritte alle tre virtù teologali costano essenzialmente in una raccolta di tre orazioni, differenziate per il soggetto analizzato, che hanno il duplice scopo di richiamare il cattolico alla valutazione dei canoni principali della dottrina cattolica, e allo stesso richiedere l’infusione di tali virtù per richiamare la nostra fede ai doveri quotidiani come figli di Dio.

Qualora recitate tutte insieme, le tre preghiere permettono di lucrare indulgenza parziale (remissione parziale della pena ascritta ai peccati commessi, siano essi veniali o mortali).

Un parametro fondamentale che tuttavia deve essere tenuto in forte considerazione, nella trattazione di questi tre “atti”, è il meccanismo di innovazione continua, noto tentativo pernicioso e duraturo di modifica della dottrina cattolica, basato sulla pretesa modernista di appiattire la religione cattolica a piacimento del vizio e del peccato umano. Questo parametro gioca un ruolo fondamentale nello studio delle variazioni comportate agli atti delle virtù teologali, quasi completamente obliquati e stravolti nella loro natura intrinseca. Come non notare, infatti, una profonda discontinuità tra gli atti, nella formulazione pre-conciliare e post-conciliare?

Obiettivo di questo articolo è perciò proprio questo: analizzare le variazioni degli atti di fede, speranza e carità, per evidenziare le lapalissiane nonchè sconcertanti discontinuità dei singoli atti, e le variazioni comuni a tutte e tre le formulazioni. Questi cambiamenti sono preambolo di una nuova eresia, il Novarismo, che soppianta di fatto il post-Modernismo che ha visto questi cambiamenti. Iniziamo dall’atto di fede:

Actus Fidei

L’atto di fede che ci hanno insegnato nelle nuove catechesi, viene formulato con queste parole:

Dio mio, perché sei verità infallibile,
credo tutto quello che tu hai rivelato
e la santa Chiesa ci propone a credere.
Ed espressamente in te, unico vero Dio
in tre Persone uguali e distinte:
Padre, Figlio e Spirito Santo.
E credo in Gesù Cristo,
Figlio di Dio, incarnato, morto e risorto per noi
il quale darà a ciascuno, secondo i meriti,
il premio o la pena eterna.
Conforme a questa fede voglio sempre vivere
Signore, accresci la mia fede.
Amen.

Mentre nella formulazione pre-conciliare, invece, suonava:

Dómine Deus,
firma fide credo
et confíteor ómnia
et síngula quæ sancta Ecclésia Cathólica propónit,
quia tu, Deus, ea ómnia revelásti,
qui es ætérna véritas
et sapiéntia quæ nec fállere nec falli potest. In hac fíde vívere et mori státuo.
Amen.

Per quanto riguarda l’atto di fede, vediamo che la formulazione volgare è ben più ricca ma teologicamente semplificata della versione latina. Sono entrambi giusti nella formulazione.

  1. Notiamo tuttavia la soppressione della parte finale “In hac fíde vívere et mori státuo” (In questa fede, stabilisco/decido e di vivere e di morire): la soppressione del concetto della morte è un grande classico dei canoni del Novarismo e del post-modernismo: la formulazione dell’atto di fede richiama alla fine (anche se implicitamente) sia la dottrina dei Novissimi che quella del fine della Chiesa (Salvare le anime in aeternum) e dell’uomo (morire in grazia di Dio, aderendo alla unica vera fede, quella rivelata dall’Unico vero Dio all’unica vera Chiesa, nell’unica vera religione). Questo principio viene ovattato nella formulazione volgare (si fa menzione si alla dannazione eterna, ma non alla morte umana). Vedremo come questa caratteristica sarà comune anche agli altri atti.
  2. Domine Deus viene rimpiazzato da un Dio mio. Errore di traduzione? Assolutamente no. La traduzione corretta (“Signore Dio”) viene rimpiazzata da un Dio mio: non è affatto casuale questo passaggio. Vedere Dio anzitutto come un Dominus, un Signore, e poi come confidente o prossimo, Deus meus, richiama la tendenza del post-modernismo a eliminare quella componente di riverenza, di rispetto, di sottomissione alla autorità suprema, implicitamente contenuta nella personalizzazione di Dio quasi fosse un amico comune. Mentre ancor prima che amico, è un giudice, un capo, una autorità suprema.

Actus Spei

La versione italina dell’atto di speranza formula i seguenti argomenti:

Mio Dio, spero dalla tua bontà, per le tue promesse e per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore, la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla con le buone opere, che io debbo e voglio fare.

Signore, che io possa goderti in eterno.
[oppure: Signore, che io non resti confuso in eterno.]

La versione latina recita invece:

Dómine Deus, spero per grátiam tuam remissiónem ómnium peccatórum, et post hanc vitam ætérnam felicitátem me esse consecutúrum: quia tu promisísti, qui es infiníte potens, fidélis, benígnus, et miséricors. In hac spe vívere et mori státuo.

Amen

La versione italiana, oltre che essere profondamente lontana dal testo latino per sintassi e vocaboli, generando in tal modo discontinuità evidente, elimina completamente il concetto di peccato. Il testo infatti affronta il tema della redenzione e della vita eterna (in parziale continuità quindi con la teleologia cattolica), tuttavia non si fa riferimento alcuno nè al peccato attuale nè alla redenzione, al perdono dei peccati stessi. Guardiamo infatti la formulazione latina e analizziamola passo passo:

Domine Deus…consecuturum“: l’uomo da solo non si salva. Ha bisogno della grazia di Dio, della partecipazione della vita Divina, che è la vita di Grazia ricevuta in potenza con il Battesimo, per ottenere la coscienza del male e del peccato attuale, il perdono e la remissione dei peccati; solo nel tal modo, l’uomo, in punto di spirare, può sperare di raggiungere l’eterna felicità, cioè guadagnare il Paradiso o direttamente (morte senza colpe e pene residue) o indirettamente (morte senza colpe ma con pene residue, da scontare in Purgatorio per una durata stabilita).

quia tu promisisti,…,misericors“: vengono ivi richiamati i principali caratteri che sono ascritti alla figura di Dio. L’essere cioè infinitamente potente (cioè, onnipotente), infinitamente fedele, infinitamente benigno e misericordioso. Tutto in linea con i precetti teologici enunciati sulla figura di Dio e dalla S.Scrittura e dalla Tradizione. Il testo poi conclude con la frase In hac spe vívere et mori státuo.

In continuità con l’atto di fede, Questa frase è importante perchè ricorda il fatto che la fede cattolica imponga una condizione necessaria ma non sufficiente per la salvezza eterna: l’uomo deve liberamente aderire alla Rivelazione e alla Legge di Dio.

Deve decidere di vivere con questa fede, di morire con questa fede.

Non serve forse neanche, a questo punto, analizzare per bene la versione volgare dell’atto di speranza. Guardiamo solo a tre punti fondamentali:

  1. Ancora una volta, Domine Deus, viene “tradotto” con Dio Mio (cfr. Actus Fidei)
  2. Viene omesso il “In hac spe vívere et mori státuo”. Viene rimpiazzata con una frase al sapore di etere “Signore, che io possa goderti in eterno“, che vuol dire omnia ac nihil.
  3. Si parla dei meriti di Cristo per la salvezza dell’anima, ma non si fa menzione nè al peccato nè al merito umano. L’uomo deve guadagnarsi, deve meritarsi il Paradiso. Ovviamente, non solo attraverso le opere, ma esse sono necessarie per la Salvezza. Una fede senza opere è una fede morta. Le opere servono all’uomo (a differenza della visione eretica dei protestanti) perchè concorrono al guadagno della Eterna Salute. Non è sufficiente credere in Dio o in Cristo o nelle Verità Rivelate, è necessario anche applicare la propria fede con le proprie opere, condotte sempre a Dio e mai all’uomo, per meritare la Salvezza. L’atto di speranza volgare omette completamente questo fattore, degustando cosi’ quella atmosfera protestante che tanto echeggia nella Chiesa Cattolica moderna.

Actus Caritatis

Versione latina:

Dómine Deus, amo te super ómnia et próximum meum propter te, quia tu es summum, infinítum, et perfectíssimum bonum, omni dilectióne dignum. In hac caritáte vívere et mori státuo.

Versione italiana:

Mio Dio, ti amo con tutto il cuore sopra ogni cosa, perché sei bene infinito e nostra eterna felicità; e per amor tuo amo il prossimo come me stesso e perdono le offese ricevute. Signore, che io ti ami sempre più.

L’analisi in questo caso è meno corposa. La versione latina, al solito, presenta “Dómine Deus” e “In hac caritáte vívere et mori státuo“, che la versione italiana ovviamente non presenta. Inoltre, si fanno notare due cose particolari:

  1. La formulazione di “amo te super ómnia et próximum meum propter te“è decisamente più semplice e diretta di quella tradotta in volgare. Inoltre, la versione volgare omette il meum riferito a proximum. Questo fattore non è di poco conto! Amare il prossimo è più generalizzato rispetto ad amare il proprio prossimo. Se io dico “amo il prossimo” questo implica “amo il mio prossimo e quello altrui”: idealmente, l’estensione si amplifica. Il prossimo di mio fratello è anche mio, e il prossimo del prossimo di mio fratello è ancora una volta il mio. Idealmente, il prossimo diventa anche il lontano. Se invece dico “il mio prossimo” (come Gesù stesso sottolinea a più riprese: “ama il prossimo tuo come te stesso”), necessariamente il lontano non può essere prossimo. Al di là del ragionamento rampicante, si capisce come la formulazione latina si molto più chiara quando si parla del cosidetto “comandamento dell’amore”.
  2. Nella formulazione latina, Dio riceve gli attributi e le caratteristiche che Gli competono da sempre: Sommo, Infinito, Perfettissimo. Da notare la specificazione dell’ultimo attributo, proprio solamente di Dio. Egli è inoltre degno di dilezione, termine non casuale che sta ad indicare l’Amore spirituale costante, e spec. quello che unisce le creature nella carità cristiana; è parola frequente nel linguaggio ascetico.

La versione italiana è sufficiente, ma perde quella profondità teologica della versione latina, oltre alla lacuna del proximum e alla comparsa di un “perdono le offese ricevute”, che certamente è collegabile ad un concetto di “carità”, ma che non è una prerogativa esclusivamente cristiana di per sè. Tanti non cattolici perdonano le offese ricevute, ma sicuramente non hanno quella profondità di sguardo che garantisce di poter asserire che Dio sia perfettissimo, e che la dilezione del proprio prossimo sia, come affermava il dottore della Chiesa S.Caterina da Siena, “permanete nella santa e dolce dilezione di Dio.”

Tempo di Avvento

Conclusioni

Abbiamo ampliamente analizzato i tre atti e le relative variazioni.

E’ indiscutibile il fatto che ci sia stato un tentativo di modifica degli atti rivolti alle virtù teologali, e che questa modifica sia evidente dalla sola lettura prima, e della analisi poi, dei rispettivi testi latini e volgari.

Un tentativo che anticipica di fatto il principio di una nuova eresia, che supera ed ingloba il post-modernismo: una eresia che vuole non instaurare omnia in Christo ma renovare omnia in homo. Con il post-Modernismo, si tenta di staccare l’uomo dalla fede vera. Con la nuova eresia, il Novarismo, che definiamo senza indugio, si costruisce una fede nuova per l’uomo nuovo, sul relitto di quella ormai vecchia e obsoleta.

A noi cattolici resta la pugna, per combattere questa nuova eresia: smascherare i cambiamenti lleciti, ribadire la dottrina della Chiesa, pregare e chiedere un intervento divino per poter ridare la Chiesa e il mondo a Cristo.

Ecclesia Dei

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