TRIDUO PASQUALE

In supremae nocte coenae

La celebrazione Giovedì Santo in Coena Domini,
con cui inizia il Triduo Sacro, apre la commemorazione
della Passione del Signore, l’evento centrale della Storia della Salvezza.


Doctor Angelicus | 01 Aprile 2021 | Tempo di lettura: 4 minuti


TRIDUO PASQUALE

In supremae nocte coenae

La celebrazione Giovedì Santo in Coena Domini, con cui inizia il Triduo Sacro, apre la commemorazione della Passione del Signore, l’evento centrale della Storia della Salvezza.


Doctor Angelicus
01 Aprile 2021
Tempo di lettura: 4 minuti

 

La celebrazione Giovedì Santo in Coena Domini, con cui inizia il Triduo Sacro, apre la commemorazione della Passione del Signore, l’evento centrale della Storia della Salvezza. Nella notte dell’Ultima Cena, come scrive San Tommaso d’Aquino nell’inno Pange lingua, il Signore si consegna ai suoi come cibo. Durante la cena pasquale Cristo anticipa simbolicamente l’immolazione che farà di sé sulla Croce per la salvezza dell’umanità e istituisce due sacramenti della Chiesa: l’Ordine Sacro e la Santissima Eucarestia, che tra loro sono profondamente connessi e compenetranti.
In supremae nocte coenae
recumbens cum fratribus
observata lege plene
cibis in legalibus,
cibun turbae duodenae
se dat suis manibus.

Il più antico racconto dell’istituzione dell’Eucarestia è probabilmente quello trasmesso da San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi (11, 23-26), che rispecchia quanto è tramandato anche nei Vangeli Sinottici (Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; Lc 22, 19-20). Innanzitutto, egli afferma che lo schema della celebrazione non è una sua invenzione, ma è Tradizione della Chiesa, che lui stesso ha ricevuto dagli Apostoli: «Io, infatti, ho ricevuto quello che a mia volta vi ho trasmesso» (1Cor 11,23). Segue la narrazione dell’istituzione, così come ancora oggi si trova nell’ordinario della Santa Messa. In particolare è da sottolineare la ripetizione della frase: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11, 24 e 25), che pone la Celebrazione Eucaristica come un comando del Signore e fonda l’istituzione del Sacerdozio. L’atto ha espressamente carattere sacrificale, come specifica San Paolo: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1Cor 11,26). Quanto Cristo nell’Ultima Cena ha compiuto è, quindi, l’anticipazione simbolica del Sacrificio, che ha offerto l’indomani sulla Croce per la remissione dei peccati. Infatti, consegnando il calice del vino ai suoi Apostoli, Egli afferma: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati» (Mt 26,28). È chiaro il riferimento al sangue dell’agnello sacrificale che veniva asperso sul popolo di Israele come segno di alleanza (Cfr. Es 24, 4-8) e per la remissione dei peccati (Cfr. Lv 16).
 
 
Nel Vangelo secondo Giovanni, invece, a prima vista sembra non esserci l’istituzione dell’Eucarestia, poiché nella lunga sezione dedicata all’Ultima Cena (Gv 13-17) non compare alcun riferimento a quanto narrato dai Sinottici. Tuttavia, è emblematico il fatto che la Chiesa abbia scelto da secoli di leggere nella Messa in Coena Domini la pericope della lavanda dei piedi (Gv 13,1-20), tratta da Giovanni, e non il racconto dell’Ultima Cena proposto dai Sinottici. Essa, infatti, può essere considerata come il corrispettivo giovanneo dell’istituzione sia dell’Eucarestia che del Sacerdozio. Anche la lavanda dei piedi si inserisce nel genere delle azioni simboliche ed è un chiaro anticipo di quanto Gesù ha operato sulla Croce, ovvero il lavacro dei nostri peccati con il suo sangue. Il riferimento più chiaro è la frase: «Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi» (Gv 13,15), che richiama l’espressione «Fate questo in memoria di me» trasmessa da San Paolo. La Celebrazione Eucaristica appare così in tutto il suo carattere sacrificale e redentivo: Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, ha offerto il suo unico ed eterno sacrificio sulla croce, ricapitolando e superando definitivamente i sacrifici dell’Antico Testamento e operando quanto essi non erano in grado di fare, ovvero salvare l’umanità dal peccato e dalla morte (Cfr. Eb 10, 1-18).
 
Tantum ergo Sacramentum
veneremur cernui:
et antiquum documentum
novo cedat ritui:
praestet fides supplementum
sensuum defectui.

Quando si fa riferimento all’Eucarestia, inoltre, è necessario fare una distinzione tra il Sacramento in sé e la sua celebrazione. La Celebrazione Eucaristica o Messa, infatti, è la riattualizzazione incruenta del Sacrificio di Cristo sulla Croce. In quanto memoriale, come qualsiasi azione liturgica, rende attuali ed efficaci gli effetti salvifici di quanto viene commemorato. Così ciò che è avvenuto una sola volta per tutte (il Sacrificio di Cristo sulla croce) è presente ed efficace ogni volta che viene celebrato (in ogni Messa). Scriveva, infatti, San Pio da Pietrelcina ad una sua figlia spirituale: «Nell’assistere alla Messa rinnova la tua fede. Tieni la mente elevata al mistero che si va svolgendo sotto i tuoi occhi. Portati con la mente al Calvario e pensa e medita sulla vittima, che si offre».
Verbum caro, panem verum
verbo carnem efficit:
fitque sanguis Christi merum,
et si sensus deficit,
ad firmandum cor sincerum
sola fides sufficit.

La Santissima Eucarestia è anche e soprattutto sacramento della presenza reale e della comunione con Cristo. Durante la Santa Messa il pane e il vino, offerti all’Eterno Padre, per opera dello Spirito Santo divengono il Corpo e il Sangue di Cristo. È il mistero della transustanziazione, ovvero del cambiamento di sostanza, che avviene per opera divina. Infatti, quando il sacerdote pronuncia le parole della consacrazione, il pane e il vino, pur mantenendo i loro rispettivi accidenti (colore, forma, sapore, ecc.), mutano nella sostanza, che non è più quella di pane e di vino, ma quella di Cristo, presente vere, realiter ac substantialiter (Concilio di Trento, Decreto sul sacramento dell’Eucarestia, c.1: DH 1636) nel suo Corpo, nel suo Sangue, nella sua Anima e nella sua Divinità. In ogni particola e in ogni goccia di vino è presente tutta la Persona di Cristo, il quale si unisce all’anima dei credenti, che si accostano alla Santa Comunione. Questo sacramento così grande e mirabile, infatti, è stato voluto da Cristo principalmente perché «fosse ricevuto come il cibo spirituale delle anime, affinché ne siano alimentate e fortificate, vivendo della vita di colui che disse: “Colui che mangia questo pane, vivrà in eterno”» (Concilio di Trento, Decreto sul sacramento dell’Eucarestia, c.2: DH 1638).
 
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