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SPIRITUALITÀ

«Io sono di Gesù»,
Rolando Rivi seminarista e martire

Rolando Rivi nasce il 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino,
nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi.



 

Massimiliano Pizzorulli  |  15 Aprile 2021  |  Tempo di lettura: 6 minuti

 

SPIRITUALITÀ

«Io sono di Gesù», Rolando Rivi seminarista e martire

Rolando Rivi nasce il 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino, nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi.

Massimiliano Pizzorulli
15 Aprile 2021
Tempo di lettura: 6 minuti

 

Rolando Rivi nasce il 7 gennaio 1931, figlio di contadini cristiani, nella casa del Poggiolo, a San Valentino, nel Comune di Castellarano (Reggio Emilia). Il padre si chiama Roberto Rivi e la madre Albertina Canovi. Ragazzo intelligente e vivace, “il più scatenato nei giochi, il più assorto nella preghiera”, Rolando matura presto un’autentica vocazione al sacerdozio. A soli 11 anni, nel 1942, mentre l’Italia è già in guerra, il ragazzo entra nel seminario di Marola nel Comune di Carpineti (Reggio Emilia) e veste per la prima volta l’abito talare che non lascerà più sino al martirio. Il desiderio di diventare “sacerdote e missionario” cresce guardando alla figura del suo parroco, don Olinto Marzocchini, “uomo di ricchissima vita interiore, attento alle cose che veramente contano”, che fu per il ragazzo una guida e un maestro. Nell’estate del 1944 il seminario di Marola viene occupato dai soldati tedeschi. Rolando, tornato a casa, continua gli studi da seminarista, sotto la guida del parroco, e porta nel suo paese un’ardente testimonianza di fede e di carità, vestendo sempre l’abito talare. Per questa sua testimonianza di amore a Gesù, così intensa da attirare gli altri ragazzi verso l’esperienza cristiana, Rolando, nel clima di odio contro i sacerdoti diffusosi in quel periodo, finisce nel mirino di un gruppo di partigiani comunisti. Il 10 aprile 1945, il seminarista viene sequestrato, portato prigioniero a Piane di Monchio, nel Comune di Palagano sull’Appennino modenese, rinchiuso in un casolare per tre giorni, brutalmente picchiato e torturato. Venerdì 13 aprile 1945, alle tre del pomeriggio, il ragazzo innocente, a soli 14 anni, spogliato a forza della sua veste talare, viene trascinato in un bosco di Piane di Monchio e ucciso con due colpi di pistola. Quando Rolando capisce che i carnefici non avrebbero avuto pietà, chiede solo di poter pregare per il suo papà e per la sua mamma. Anche in quest’ultimo istante, nella preghiera, Rolando riafferma la sua appartenenza all’amico Gesù, al suo amore e alla sua misericordia.
Durante il suo martirio colpisce come il beato Rolando fosse così legato alla sua talare – abito che indossava come se fosse una “seconda pelle”. Questo non perché considerava l’abito ecclesiastico come motivo di ostentazione o di prestigio: tutt’altro! A causa di quell’abito – dunque di Gesù – il beato Rolando è stato martirizzato. Infatti i partigiani che lo avevano tenuto prigioniero per tre giorni oltre a deriderlo, menarlo, sputargli addosso lo inducevano a rinnegare Cristo e a togliersi la talare alla quale era tanto affezionato quanto a Nostro Signore. Ma piuttosto che cedere alle sevizie e spogliarsi dell’abito pur di avere un po’ di sollievo dagli aguzzini, diceva a questi che non se la sarebbe tolta perché «io sono di Gesù.» Così aveva sempre detto anche alla madre quando lo avvertiva di stare attento nel tragitto dalla chiesa a casa a causa dei partigiani comunisti i quali erano dei feroci assassini, in particolar modo verso i membri del clero.
Che il suo esempio e quello di altri Santi (tra cui diversi religiosi) rafforzino in noi la fede in Cristo non facendoci vergognare di Colui in cui riponiamo tutto noi stessi, ma testimoniamoLo nella vita quotidiana con la preghiera e con il buon esempio, senza nascondere anche quei segni esteriori che parlano della nostra appartenenza a Gesù e Maria.
 

Origini dell’abito talare

L'abito talare è la tipica veste ecclesiastica del clero cattolico romano e ambrosiano. A seconda della circostanza in cui viene indossata, ad essa si possono aggiungere altri accessori che completano l'abito cosiddetto “piano” fortemente voluto da papa Pio IX che sostituì, per quasi un secolo, l'abito corto (“in curtis”) che veniva abitualmente usato fuori delle cerimonie liturgiche e nelle occasioni di circostanza. La parola talare deriva dalla parola latina “talus”, che significa tallone. La talare, infatti, prende origine dalla veste dei sacerdoti ebraici che giungeva fino al tallone. Tale veste divenne, poi, tipica anche dei sacerdoti cristiani a partire dal IV secolo. Infatti, con le invasioni di popoli nordici dell’Impero Romano d’Occidente arrivarono diverse mode che prevedevano un vestiario piuttosto scoperto anche per gli arti inferiori. Così, il Papa, vedendo che molti sacerdoti seguivano il “mondo” con le sue mode, impose di indossare questo abito nero e che copre tutto il corpo sino ai talloni, in modo che si potessero distinguere e avvedere dalle strade che conducono al peccato. Insomma era ed è tutt’oggi un modo per comunicare alla società che colui che la indossa è di Cristo.
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