La bestemmia pratica

La bestemmia pratica

L’articolo tratta il tema dell’ateismo pratico, una forma particolarmente diffusa e pericolosa di non-rapporto con Dio, caratterizzata dalla conduzione di una vita in cui il Signore diviene indifferente, irrilevante, in somma sintesi inutile.
L’articolo tratta il tema dell’ateismo pratico, una forma particolarmente diffusa e pericolosa di non-rapporto con Dio, caratterizzata dalla conduzione di una vita in cui il Signore diviene indifferente, irrilevante, in somma sintesi inutile.

Una delle condotte più abominevoli della contemporaneità, al punto da poter essere definita quasi come una vera e propria versione pratica del concetto di bestemmia, è quel modus vivendi, ormai ampiamente diffuso, della conduzione di una vita in cui la presenza di Dio diviene assolutamente irrilevante.

L’irrilevanza di Dio nella vita dell’Uomo può, in un certo senso, essere considerata blasfema in quanto assoluta dimostrazione dell’azione demoniaca sulla Terra e, con maggior enfasi, dimostra inoltre la trionfante presenza luciferina nella società odierna e negli imperativi da essa esaltati e promossi. Poiché è ben noto come l’opposto dell’Amore non sia l’Odio, bensì l’Indifferenza, il traghettamento della società verso un non-rapporto nei confronti del Divino assume caratteri letali per la salvezza dell’uomo. Odiare implicherebbe riconoscere comunque l’esistenza di un soggetto verso cui orientare la propria rabbia, i propri sentimenti, vivere nel totale disinteresse nega invece il riconoscimento totale della presenza dell’Altro, il cui esserci o meno nella vita umana assume carattere di trascurabilità. Per l’uomo contemporaneo Dio è diventato inutile.

Questo concetto, definito accademicamente ateismo pratico (o apateismo) e concepito quale forma ibrida a cavallo fra l’ateismo stricto sensu e l’agnosticismo, è endemicamente cresciuto nelle società occidentali e in special modo nelle fasce d’età più giovani, sebbene non sia loro esclusiva prerogativa (anzi!) grazie all’azione combinata di due elementi che hanno reso il terreno particolarmente fertile alla nascita di una ricchezza materiale capace di appagare apparentemente qualsiasi necessità umana. Trattasi di derive intrinsecamente errate di Scienza ed Economia, legate in origine fra loro nei modelli di pensiero, eppur differenti e separabili per excursus storico.

Da un lato la scienza moderna, figlia dell’Illuminismo e imbevuta di malsane ideologie positiviste, ha condotto la società contemporanea a ritenere corretto ed esistente solamente ciò che la ragione umana può dimostrare per mezzo del metodo scientifico, dall’altro lato si aggiungono i mix letali di materialismo storico tipico del comunismo (o per meglio dire, del marxismo) e materialismo pratico (epicureo) tipico del capitalismo liberista, che hanno reso possibile tradurre e infondere nell’uomo occidentale contemporaneo il concetto base della vita su cui tutto ormai si basa: “nulla esiste al di fuori della materia”.

Basandosi su tali precetti, focalizzando tutte le energie sul benessere economico durante tutto il periodo post Seconda Rivoluzione Industriale e in particolar modo durante tutto il Novecento, l’uomo è stato bombardato di imperativi unilaterali nell’associazione lavoro-produzione-profitto-benessere. Questo quadrinomio ha condotto l’uomo a dare un’enfasi sempre maggiore al lavoro e un valore sempre inferiore alla spiritualità. E lo si vede in realtà anche nei tentativi di tamponamento che la Santa Romana Chiesa ha dovuto intraprendere per cercare di non lasciare esclusa la dimensione della preghiera dalla vita dell’Uomo. Fu così che papa Pio XII istituì nel 1955 la festa di San Giuseppe Artigiano nella data del 1° maggio, al fine di adombrare le origini socialiste di tale manifestazione e ricondurre in seno alla devozione cattolica l’offerta delle proprie fatiche, e fu altresì cosi che nel 1961 Giovanni XXIII istituì l’indulgenza per il Lavoro, “affinché il lavoro umano per l’offerta fattane a Dio venga maggiormente nobilitato ed elevato ad un valore soprannaturale”.

Tuttavia, in seno alla crescente importanza del benessere materiale ottenuto con la grande espansione industriale (di matrice fordista) della seconda metà del XX secolo e alla contigua regressione spirituale della Chiesa post-conciliare, orientata anch’essa verso quella rincorsa ansiosa al “fare” (predominio della Pastorale) rispetto alla precedente maggior sensibilità all’”orare” (predominio della Dottrina), i risultati paiono doppiamente nefasti se tradotti sulla popolazione.

Sia chiaro, nessuno condanna la ricchezza in sé, poiché essa è naturale ricerca di una vita migliore da parte dell’uomo, a nessuno piace arrancare per mettere insieme il pranzo con la cena, ma è la ricchezza totalmente svincolata da qualsiasi dimensione divina a essere particolarmente pericolosa. Quando l’uomo si trova nella condizione di possedere di più, per sua natura tende inconsciamente a lasciarsi pervadere da una sensazione di lascivia nei confronti della religione, ritenuta a questo punto non più cosi utile rispetto agli slanci di preghiera che invece condizionano tipicamente gli stati di bisogno (povertà malattia, disgrazia ecc.). Ciò è inoltre particolarmente e doppiamente vero quando la ricchezza non la si è guadagnata con il proprio sudore, il quale porta spesso a ringraziare per i traguardi raggiunti, bensì è in una qual misura ereditata, ricevuta in consegna, come avviene per le generazioni contemporanee, il cui benessere è senza ombra di dubbio esito del lavoro dei padri e dei nonni.

Certamente la precarietà lavorativa attuale si fa sentire, ma è una precarietà con le AirMax nei piedi e l’iPhone in tasca nella maggior parte dei casi, consolata non già dalla preghiera e da un’intima ricerca di Dio al fine di domandare le grazie necessarie, bensì dal consumismo, dall’atroce illusione di potersi ritenere assuefatti nella propria dimensione spirituale dalla strisciata di un bancomat, ora per un gioiello, ora per un viaggio, ora per godimenti anche più infami.

In questo contesto, che tocca ampiamente i più giovani ma che non esclude affatto anche i più grandi (di ambo i sessi), a nessuno importa più se Dio esiste o meno. Dio è superato! Non si è più nella condizione, considerata ormai vetusta, di dover contestare l’esistenza di Dio per mezzo di convinzioni, di teoremi per assurdo, di filosofie nietzschiane, poiché da un lato date ormai quasi per scontate, ma dall’altra prerogativa pressoché esclusiva di un nugolo ristretto di soggetti ancora abituati a porsi domande e al contempo possidenti sufficiente materia grigia per tentare di cercarne pure le risposte. Il volgo apateista non ha curanza di Dio poiché la società in cui cresce e si sviluppa non gli fornisce minimamente gli estremi per poterlo considerare utile, offrendo di fatto sia un’apparente miscellanea di assuefacenti beveroni moralistici forniti ai ragazzi per endovena sin dalla più tenera età assieme ad uno scientismo para religioso, sia tutti i feticci necessari per poter supplire a quei bisogni edulcorati che esso può provare (e dunque la cura per la solitudine diventa lo shopping, la cura per la depressione è lo yoga o l’attività fisica, la cura per i mali d’amore diventano i viaggi).

Ciò che impedì Mosè, si è tradotto oggi: l’adorazione del Vitello d’Oro, di Mammona, è realtà consolidata, e nessun argine pare esser oggi proposto, da nessuno. Nemmeno dall’Istituzione chiamata in causa, la quale tiepidamente cinguetta su Twitter con vacui riferimenti alla “mondanità” da combattere ma che ironicamente casca nell’apologia di un pauperismo pratico che nuovamente riconduce, come un cane che si morde la coda, al problema di un’arida predominanza della materia. Senza contare la miseria di chi, fra le schiere vaticane più alte, finge di condannare il materialismo e poi spara a zero a suon di perniciosissimi motu proprio su qualunque frangia tenti anche solo di conservare barlumi di sana spiritualità tipicamente e tradizionalmente cattolica: l’ipocrisia è qui non solo evidente, bensì lapalissiana.

Sono infatti ormai lontani i tempi del sommo pontefice Benedetto XVI (che Dio l’abbia in gloria poiché il suo gregge ne sente grandemente la mancanza) il cui ministero e il cui acume veramente illuminati dallo Spirito Santo lo portavano ad allertare accoratamente i cattolici in merito all’ateismo pratico e alla sua gravità.

Egli, in una delle sue ultime udienze del mercoledì, nel 2012 ebbe modo di definire così tale nefanda condizione della società odierna:

La fede è messa alla prova da una forma di ateismo pratico, nel quale non si negano le verità della fede o i riti religiosi, ma semplicemente si ritengono irrilevanti per l’esistenza quotidiana, staccati dalla vita, inutili. […] Oggi si crede in Dio in modo superficiale, ma si vive come se Dio non esistesse

 Esplicitando ulteriormente così il proprio pensiero in materia:

Un “modo di vivere”, questo, “ancora più distruttivo” dell’ateismo classico, “perché porta all’indifferenza verso la fede e la questione di Dio». «Nel passato, in Occidente, in una società ritenuta cristiana la fede era l’ambiente in cui ci si muoveva», ed «il riferimento e l’adesione a Dio erano, per la maggioranza della gente, parte della vita quotidiana. Piuttosto era colui che non credeva a dover giustificare la propria incredulità». Nel nostro mondo, invece, «la situazione è cambiata», la fede è messa alla prova, in una «società attraversata da forme sottili e capziose di ateismo teorico e pratico». «Dall’Illuminismo in poi la storia è stata segnata anche dalla presenza di sistemi atei». Il secolo scorso poi ha conosciuto «un forte processo di secolarismo, all’insegna dell’autonomia assoluta dell’uomo».

La riflessione del papa proseguiva attraverso l’interrogativo di come sarebbe possibile invertire il processo di ateismo pratico nel cuore di ogni singolo uomo, e la risposta che ha provato a fornire, sull’onda del pensiero di Sant’Agostino, è stata quella della riscoperta della propria interiorità. È infatti impossibile tentare una scalata in verticale verso Dio se prima non si è scesi nella propria intima e personale profondità, trovando anzitutto del tempo da dedicare all’anima, scevro da lavoro, palestra, social network, ubriachezze e viaggi, provando a colmare la sua “fame di infinito” che si tenta di mettere a tacere con le distrazioni più varie. Solamente in seguito, quando si avrà minimamente preso coscienza dell’identità umana a prescindere dalle sue dinamiche socioeconomiche, tecnologiche e scientifiche, ci si potrà incamminare verso Dio attraverso il sentiero della Fede. Ed è qui che molti si smarriscono, laddove infatti qualcuno arriva a percepire la propria dimensione come quid astratto rispetto al “gregge” e ai suoi imperativi, ecco che in assenza di una presenza forte della Chiesa e del cattolicesimo, capaci di farsi veri portavalori della dimensione di Salvezza, l’uomo cade nell’esoterismo, nell’occultismo o nelle pratiche orientaleggianti e new age oggidì così di moda.

Quale soluzione per tale condizione? Come risvegliare gli animi e ricondurli nel Sacro Ovile? Difficile dare una risposta, non si tratta qui di combattere degli avversari di Dio, bensì degli ignoranti di Dio, tiepidi, molli, indolenti e fintamente inconsapevoli dell’esistenza di Chi per loro ha dato la propria vita. Ne parlava in proposito Santa Faustina Kowalska, a cui Cristo rivelò come nel Getsemani soffrì più che per ogni altro peccatore, proprio per le anime dei tiepidi, fonte di immenso dolore proprio per la loro non curanza del Suo Santissimo Sacrificio. Per loro, come recita la novena alla Divina Misericordia nel nono e ultimo giorno, il ricorso alla Misericordia costituisce davvero l’ultima tavola di salvezza. Per essi, per la rinascita dottrinale e spirituale della Chiesa e per l’astrazione dal materialismo di noi tutti, preghiamo accorati, oggi, domani, fino all’alba di un mondo restaurato, migliore, degno.

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