La fine del traditore - Ecclesia Dei

La fine del traditore 

Ecco la fine umana di colui che tradì Dio. Se da un lato qualche uomo poco avveduto può osar levarsi a difesa di Giuda chiosando come la Volontà di Dio prevedesse proprio quella fine per il Divin Figlio affinché le Scritture si compissero.

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Giuda Iscariota. L’avido, il codardo, il venduto, colui che, citando testualmente Gesù Cristo, “sarebbe stato meglio se non fosse mai nato” (Mt 26,24). Sono le parole più dure di tutti i testi evangelici, destinate dal Signore a quell’essere, così infido, che avendo ricevuto l’immenso dono di poterLo seguire da vicino come membro dei Dodici, scelse di tradirlo, di venderlo, di condannarlo. Che fine ha fatto dunque colui che baciò il Cristo non per amore ma per condanna?

Sebbene una gran parte del pensiero della Chiesa contemporanea abbia il coraggio di ventilare una potenziale salvezza del traditore magno (taluni vescovi romani pare addirittura posseggano un suo dipinto nello studiolo personale), ipotizzando come la Misericordia Divina sia arrivata al punto di contraddire le parole stesse di Cristo e di perdonare così il suo tradimento (e poi il suicidio) in extremis, la teologia e la santa Tradizione, corroborate dagli scritti degli evangelisti e dei santi, paiono non aver alcun dubbio circa l’esito infame del suo triste destino. A fianco del summenzionato capitolo ventiseiesimo di Matteo si può trovare la medesima citazione in Marco (Mc 14,21), a cui si aggiunge l’esplicitazione chiara ed inequivocabile della condanna in Giovanni (Gv 17,12): “nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione”. Se è pur vero che nessun uomo può osare scrutare nei divini pensieri e immischiarsi nella Sua Giustizia, appare sufficientemente chiaro tuttavia come non parrebbe esservi alcun perdono per Giuda, alcuna salvezza, alcuna speranza.

Dante, nella sua lucida visione dei tre Regni, molto più realistica e veritiera di quanto si possa immaginare dai laici e tendenziosi insegnamenti appresi frettolosamente sui banchi di scuola, colloca l’Iscariota nella Giudecca, nel punto più in basso, rovinoso e turpe dell’Inferno: nella bocca di lucifero. Giuda è fra tutti i condannati, colui che subisce la pena peggiore di tutte: rivolto a testa in giù, maciullato costantemente dalle fauci dell’angelo decaduto. Un’immagine orrenda: il traditore del Padre torturante il traditore del Figlio. Insieme, in un’unica orrida visione del luogo e dei due esseri a-spazialmente e spiritualmente più lontani da Dio in assoluto.

La fine del traditore

Così come l’eterna ed infernale dannazione di Giuda appare particolarmente inquietante, anche i suoi ultimi istanti di vita sono all’insegna di una macabra conclusione terrena. È scritto infatti come egli si pentì del fatto commesso, gettando a terra i miseri 30 denari con cui aveva venduto il Figlio dell’Uomo, fuggendo verso la sua ultima meta, quasi come dopo un ultimo guitto di senno che diede lui la consapevolezza dell’atto. Ma il traditore era doloso fino al midollo, era perfettamente conscio del fatto commesso sin dal suo principio, avendo agito con larga premeditazione. Ciò di cui probabilmente si rese conto tardivamente fu la catastrofica conseguenza di tali azioni su di lui e sul mondo intero. Ebbe paura, fuggì di corsa, e si impiccò. La descrizione sembra quasi essere quella di un attacco di panico, è ipotizzabile persino che la gravità assoluta del suo atto possa avergli anticipato l’Apocalisse (Ap 20,12) dal cui libro potrebbe essergli stato mostrato violentemente tutto il male da lui commesso, senza possibilità di appello alcuno e gettandolo dunque in preda, ancor vivo, a tale miseranda condizione dell’anima. 

I vangeli non danno descrizione più approfondita del suicidio di Giuda, esplicitano semplicemente come egli andò a impiccarsi (Mt 27,5), mentre negli Atti di Luca si parla di una sua eviscerazione spontanea (At 1,18). Tuttavia, con le dovute cautele, è possibile introdurre un quadro maggiormente descrittivo degli eventi citati nel Nuovo Testamento, attingendo al Diario della Beata Anna Caterina Emmerich (1774 – 1824). Questa santa donna, nella cui sofferenza terrena il Signore le fece dono della Profezia e delle visioni della Sua Dolorosa Passione, ebbe modo di vedere e descrivere con particolare precisione la sequela di eventi che portarono alla morte di Giuda. Dai suoi diari è possibile leggere come il traditore fosse presente fra la folla accompagnante Gesù dal palazzo di Caifa verso la residenza del Governatore Pilato. Ed è in questo contesto che egli inizia a sentire le voci circolanti fra il popolino mormorante di un tradimento da parte di un apostolo che avrebbe meritato di fare la medesima fine in croce. L’angustia e la disperazione sconvolsero definitivamente la coscienza di Giuda che decise di tornare al Tempio per tentar di spezzare quel patto-contratto con cui aveva venduto il suo Signore. Ma allo sdegnoso rifiuto e soprattutto all’indifferenza dei sommi sacerdoti nei riguardi della sua condizione oramai straziante, la rabbia e la disperazione raggiunsero l’acutezza più parossistica.

A questo punto, la beata Emmerich annota nei suoi diari (con l’ausilio di Clemens Brentano, un ateo studioso che non mancò di convertirsi dopo esser stato il primo spettatore dei mistici avvenimenti caratterizzanti la sua assistita) come riportato:

Il suo aspetto faceva rabbrividire. Aveva gli occhi stralunati, la bocca fremente, i capelli scarduffati. Poi, per un impeto di collera, strappo le monete dalla cintura, le gettò sul pavimento e fuggì imprecando.

Lo vidi correre all’impazzata, come un frenetico, per la vallata d’Hinnon. Al suo fianco, stava satana che aveva un orribile aspetto. Per aumentare la disperazione del traditorie, il demone gli sussurrava tutte le maledizioni che i Profeti avevano scagliate contro quella valle, dove i giudei avevano sacrificato perfino i propri figli agli idoli.

Ma sembrava a Giuda di essere molto più colpevole di oro e che gli si dicesse: “Ora usciranno i cadaveri di quanti peccarono, i vermi dei quali non morranno e il cui fuoco giammai si estinguerà… Caino! Dov’è tuo fratello Abele? Che delitto hai perpetrato! Il suo sangue grida: «Che tu sia maledetto sulla terra, dove andrai ramingo senza pace».”

Quando il traditore giunse al torrente Cedron e scorse il monte degli ulivi, cominciò anche a tremare, poiché nel volgere gli occhi verso il Getsemani udì queste parole: “Amico! Cosa vieni a fare? Giuda tu tradisci con un bacio il Figlio dell’uomo?!”.

Compreso di orrore sino al fondo dell’anima, Giuda sentiva confondersi la ragione. Allora satana gli sussurrò all’orecchio: “Per di qui passò Davide quando fuggiva da Assalonne, il quale morì appeso a un albero…”

Così Giuda, con la mente ottenebrata da orribili pensieri, giunse alle pendici del cosiddetto Monte degli Scandali: sito fangoso, lercio di rifiuti e d’immondizie. Mentre al suo orecchio attonito echeggiava più distinto il frastuono proveniente dalla città, satana gli sussurrava all’udito: “Adesso Lo conducono a morte perché tu Lo hai venduto… finiscila anche tu, miserabile! Come potresti sopravvivere cosi?”

Allora Giuda, disperato, si tolse la cintura e poi si appese a un albero. Appena impiccato, il suo corpo scoppiò, e le sue viscere colarono al suolo.

[da: Pilla, don Eugenio (2010). Le Rivelazioni di Caterina Emmerick. Edizioni Cantagalli]

Ecco la fine umana di colui che tradì Dio. Se da un lato qualche uomo poco avveduto può osar levarsi a difesa di Giuda chiosando come la Volontà di Dio prevedesse proprio quella fine per il Divin Figlio affinché le Scritture si compissero e soggiungesse che qualcuno doveva pur fare il “lavoro sporco” poiché necessario, è opportuno replicare di no. Dio concede sempre all’uomo una scelta, così come è stata concessa a Giuda. Se è vero che il Cristo doveva passare per la morte in croce frutto di un tradimento iniquo da parte di un suo discepolo, è altresì vero che Dio non ha ispirato Giuda nel compiere quel nefando gesto, men che meno lo ha manovrato contro Sè Stesso. È stata una sua scelta personale, come quelle che ciascun uomo compie durante ogni singola giornata, poiché è secondo le azioni quotidiane che si è buoni o non. La predestinazione dell’uomo e delle sue opere secondo un disegno divino che non prevede margine di manovra per nessuno (e dunque nemmeno per Giuda Iscariota), è una grave eresia calvinista, e come tale va combattuta. Anche Giuda fu libero di scegliere, e scelse la via del tradimento, non provò neppure a pentirsi! In quest’ultimo caso le cose sarebbero andate diversamente per lui? Nessuno può saperlo, ma dal buon cristiano la sua storia non può essere dimenticata, non può essere sconosciuta poiché mostra i frutti della Giustizia Divina, la sorella gemella della Misericordia, che oggidì è più scomoda che venerata.

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