La sofferenza vicaria - Ecclesia Dei

La sofferenza vicaria 

La sofferenza vicaria degli innocenti è una vera gemma di salvezza a coronamento della Passione redentiva del Cristo. Occorre vedere in ogni prova della vita, non un male o una sventura, ma una preziosa occasione di santificazione nostra e del nostro prossimo.

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Con l’espressione “sofferenza vicaria” si vuole intendere quella voluta o accettata da una persona, permessa ed offertagli da Dio come potente strumento di riparazione delle colpe altrui, per la conversione dei peccatori e la salvezza eterna delle anime.

E’ anche un’occasione inestimabile, per coloro che la abbracciano, di accrescere eminentemente la propria santità coi più sublimi eroismi di carità.

Essa è il mezzo privilegiato per seguire Nostro Signore Gesù Cristo sulla via del Calvario, per accompagnarlo e sostenerlo, unendo i propri dolori ai suoi, di valore infinito, in riscatto e liberazione dell’umanità dal peccato e dalle sue conseguenze.

In tal modo si può corrispondere perfettamente all’ammonimento che Egli ci dà nel Vangelo: “Diceva poi a tutti: “Se uno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà, e chi avrà perduta la sua vita per amor mio, la salverà”” (Lc 9, 23-24).

La sofferenza vicaria, dunque, non è altro che la manifestazione della Croce, che Nostro Signore ci chiama a portare dietro di Lui ogni giorno della nostra vita, per conformarci totalmente a Lui.

Essa, allora, è il centro e motivo essenziale della missione cristiana, che ci dà un’opportunità straordinaria di dimostrare e accrescere in noi la virtù della carità, osservando perfettamente il comandamento di amare Dio sopra ogni cosa e il nostro prossimo come noi stessi.

Se si ama qualcuno, infatti, si fa ogni cosa solo per il suo bene, e si desidera condividerne le pene e le difficoltà.

Con la sofferenza vicaria, allora, si ama totalmente Dio nella persona del Figlio, desiderando ardentemente partecipare, con quel poco che si ha, alle sue pene, per alleviare i suoi dolori; conseguentemente si ama il prossimo e soprattutto i peccatori, volendo sostituirsi ad essi nella soddisfazione dei loro debiti, procurando loro conversione e salvezza dall’eterna dannazione.

Quale beatitudine per le anime che si saranno offerte a tale scopo!

Elemento determinante perché la sofferenza vicaria sia piena ed efficace è, naturalmente la totale gratuità del sacrificio, cioè che esso sia fatto nell’assenza di ogni fine ulteriore o ricerca di gratificazione personale.

E’ allora che esso veramente procura ogni benedizione divina.

San Francesco di Sales diceva, non a caso: “I sacrifici sono i fiammiferi con cui si accende il fuoco dell’amor di Dio”.

La sofferenza vicaria

Molti cattolici oggi, purtroppo, fuorviati da una teologia deviata e corrotta, non credono più alla sofferenza vicaria, perché non comprendono come Dio, infinito Amore, possa richiedere una penitenza dolorosa per l’espiazione dei peccati.

La risposta, tuttavia, è molto semplice, perché se Dio è Sommo Bene e possiede perfettamente ogni virtù, allora avendo un Amore infinito, deve avere anche un’infinita giustizia, per cui non può non richiedere la riparazione del male compiuto dagli uomini, anche a costo di un’amara sofferenza, altrimenti offenderebbe Se stesso e non sarebbe più Dio.

Se, dunque, permette un male o un dolore per gli esseri umani, in particolare per gli innocenti, è sempre per la possibilità, che Egli conosce, di ricavarne poi un bene maggiore.

In questo si trova anche la spiegazione del senso delle innumerevoli ed atroci pene che nel mondo affliggono migliaia di bambini, e si trova la speranza che solo la Fede Cristiana può dare, ponendosi come alternativa non già alla sofferenza, ma alla disperazione.

Nella fattispecie Dio permette la sofferenza degli innocenti proprio come sofferenza vicaria, perché c’è stato il peccato originale ed esistono i peccati attuali. Quella dei bambini, per la loro purezza e limpidezza di cuore, è straordinariamente preziosa e potente, una vera gemma di salvezza che va a coronare la Passione redentiva del Cristo.

Per questo motivo Dio la tollera in questo mondo dilaniato dalla corruzione del peccato, per sottrarre quante più anime possibili alla dannazione eterna.

Anzi si potrebbe ragionevolmente affermare che è proprio la sofferenza vicaria degli innocenti che permette ancora al mondo di andare avanti, compensando il male e la cattiveria umana e frenando il braccio della giustizia divina dal precipitarlo nel baratro infernale.

La teologia neo-modernista, che attacca il principio della sofferenza vicaria, è, dunque, un’offesa al Santo Sacrificio di Cristo e, insieme ad esso, all’eroismo di miriadi di Santi, anche bambini, che ne hanno fatto il motivo determinante della loro vita, il fondamento della loro eternità, arrivando, per amore del Signore, ad amarla, trovandovi perfino gioia e dolcezza, nella consapevolezza del suo significato e del suo fine.

Pensiamo, ad esempio, a San Pio da Pietrelcina, che ha portato dolorosamente per 50 anni il dono delle Stigmate, ha accolto durissime persecuzioni dagli stessi uomini di Chiesa.

Non ha esitato ad immolarsi come vittima, ricevendo perfino pesanti vessazioni fisiche dal demonio, pur di allontanare le tentazioni dai suoi confratelli e salvare le anime affidate alla sua cura, liberandone parimenti un numero incalcolabile dal Purgatorio.

Il Padre cappuccino Guglielmo Olimonti, nel suo libro “I miei giorni con Padre Pio”, racconta che una volta gli chiese: “Padre, se il Signore ti dicesse, quando sarai in Cielo, che uno dei tuoi figli corre il rischio di perdersi eternamente, che faresti?”.

Rispose: “Gli chiederei semplicemente di tornare sulla terra per ricominciare da capo a patire, pur di salvarlo.”.

Sarebbe, allora, stato disposto non solo a rinunciare temporaneamente al Paradiso, ma pure a tornare a soffrire sulla terra.

E’ evidente quanto sia alto il prezzo della conversione dei peccatori quanto grande la carità dei Santi verso di loro.

A tale proposito è eloquente l’appello rivolto da Maria Santissima a tutti i suoi figli a Fatima, mostrando ai tre pastorelli l’orrenda realtà dell’inferno ed indicando la via della penitenza come l’unica per evitarlo.

Già nel 1916 l’Angelo parlò ai bambini nello stesso spirito e disse loro: “Offrite senza interruzione preghiere e sacrifici all’Altissimo. In tutto ciò in cui vi è possibile offrite a Dio un sacrificio in atto di riparazione per i peccati da cui è offeso, e in atto di supplica per la conversione dei peccatori. Soprattutto accettate e sopportate con sottomissione le sofferenze che il Signore vi invierà.”.

La Madonna, poi, il 13 luglio del 1917 chiese nuovamente: “Sacrificatevi per i peccatori, e dite spesso, specialmente facendo qualche sacrificio: O Gesù, è per vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria”.

La risposta dei piccoli santi veggenti all’invito della Santa Vergine fu commovente, un esempio inestimabile per tutti noi, per crescere nello spirito di espiazione, mediante la preghiera e la riparazione vicaria.

Essi soffrivano tutto con questa intenzione, finanche la più piccola pena personale, come la sete delle calde giornate estive trascorse alla Cova da Iria, insieme alla debolezza ed al dolore alla testa per lo schiamazzo insopportabile delle cicale e delle rane dal vicino pantano.

Andarono, però, assai oltre questo. Vollero farsi vittime innocenti per salvare i peccatori dall’Inferno.

In particolare Francesco si fece insaziabile di sacrifici e preghiere, per consolare Gesù e riparare le colpe degli uomini.

Portò il cilicio, come la piccola Giacinta.

Il 23 dicembre del 1918 entrambi si ammalarono di “spagnola” ed accolsero con generosità tutte le sofferenze e le cure dolorose quanto inutili che subirono, sfruttando ogni occasione per offrire a Dio i loro sacrifici, con l’unico conforto dell’intima assistenza della Santa Vergine.

Fu questa la loro dolorosa passione fino alla morte, avvenuta per Francesco il 4 aprile del 1919 e per Giacinta il 20 febbraio del 1920, all’età di circa 10 anni.

Naturalmente non tutti sono chiamati a raggiungere un tale livello di eroismo e santità, ma ognuno può e deve fare quello che può, anche già nella semplicità dell’adempimento dei doveri del suo stato e dell’accettazione delle prove quotidiane della vita.

Quello che occorre è vedere nella sofferenza non un male o una sventura, ma un dono, una preziosa opportunità di glorificazione del Signore e di santificazione nostra e del nostro prossimo.

Le parole della Madonna riecheggiano più che mai nell’ora presente, in cui non solo sono rimasti in pochissimi a pregare e a sacrificarsi per i peccatori, ma si è drammaticamente perduto il senso stesso del peccato e la sofferenza è considerata un male assoluto da estirpare, anche con l’aiuto al suicidio, dipinto falsamente come atto di carità.

In questo tragico momento facciamo nostro l’appello della Vergine Immacolata e, come veri cristiani, poniamo la Croce al centro della nostra vita, offrendo la nostra sofferenza vicaria per salvare dall’inferno il maggior numero di anime.

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