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CULTURA RELIGIOSA

L'Abito Ecclesiastico - II

Svanita la presenza dell’abito, svanisce quello che esso suggerisce,
resta aperto il campo ad ogni debolezza; tutte le tendenze e le sollecitazioni si fanno prepotenti,
e – salva sempre la azione della grazia – sotto questo aspetto non esiste più protezione.



 

A cura di Ecclesia Dei  |  17 Maggio 2021  |  Tempo di lettura: 4 minuti

 

CULTURA RELIGIOSA

L'Abito Ecclesiastico - II

Svanita la presenza dell’abito, svanisce quello che esso suggerisce, resta aperto il campo ad ogni debolezza; tutte le tendenze e le sollecitazioni si fanno prepotenti, e – salva sempre la azione della grazia – sotto questo aspetto non esiste più protezione.

A cura di Ecclesia Dei
17 Maggio 2021
Tempo di lettura: 4 minuti

 

2. L’abito non fa il monaco al 100%, ma lo fa certamente in parte notevole; in parte maggiore, secondo che cresce la sua debolezza di temperamento.
Svanita la presenza dell’abito, svanisce quello che esso suggerisce, resta aperto il campo ad ogni debolezza; tutte le tendenze e le sollecitazioni si fanno prepotenti, e – salva sempre la azione della grazia – sotto questo aspetto non esiste più protezione.
Nei giovani, l’impulso, la curiosità, il fremito della vita, la sua esuberanza fanno sì che l’assenza della divisa diventi più compromettente che negli adulti. Nella vita ecclesiastica e nella professione religiosa le prove da evitare, i pericoli da sfuggire sono ben maggiori che nei laici ed hanno pertanto più bisogno degli altri di essere sostenuti da un abito impegnativo. La prova patente verrà in quello che dirò appresso. Molti hanno vinto l’ultima, decisiva spinta della tentazione solo perché avevano un abito, una divisa qualificante addosso. Per tale motivo la questione della divisa ingigantisce nel campo ecclesiastico e si impone alla attenzione di quanti vogliono salvare vocazioni, perseveranza negli accettati doveri, disciplina, pietà, santità! Tutto quello che vengo dicendo ha nei Paesi latini una ragione ben maggiore che nei Paesi anglosassoni. La ragione è che in tali Paesi l’abito “corto” o “clergyman” fu imposto dalla situazione non sempre serena di diaspora in Paesi a maggioranza protestante; rappresentava pertanto una costrizione odiosa e per nulla la posta di un desiderio di liberazione. Nei Paesi latini l’abito non talare fu il desiderio di una maggiore indipendenza. Ed è questo che crea il problema. Diversamente si dovrebbe ragionare, se solo fosse una questione di fungibilità. Ma non lo è affatto ed è inutile, oltreché dannoso, illudersi.
3. Quel che succede
Quel che succede altrove dice quello che succederà tra noi domani, se oggi non avremo disciplinatamente un indirizzo di giusta austerità in fatto di vestito.
Succede (altrove, a Genova il caso è stato più unico che raro) che si comincia a togliere il colletto romano al clergyman, cioè l’unico elemento vero che classifica. Alcuni hanno già adottato, in aperta violazione del Decreto della CEI, l’abito grigio chiaro, conservando tuttavia il colletto romano. Poi si arriva al maglione scuro, e tale colore fa presto a schiarirsi, con tutto il resto dell’abbigliamento. Finalmente siamo all’abito borghese, senza alcuna riserva.
Analogamente succede che in talune città d’Italia (non citiamo ovviamente i nomi, ma siamo ben sicuri di quello che diciamo) per l’assenza di ritegno imposto dalla sacra divisa si arriva ai divertimenti tuttavia proibiti dal Codice di Diritto Canonico, ai night clubs, alle case malfamate e peggio. Sappiamo di retate di seminaristi fatte in cinema malfamati ed in altri non più consigliabili locali.
Tutto per colpa dell’abito tradito!
4. Quello che il popolo ne pensa
È difficile usare la parola popolo. Certo è che non sono “popolo” gruppuscoli, votati alla distruzione, non delle strutture soltanto, ma della Chiesa di Cristo. Neppure sono “popolo” ristretti ambienti legati ormai solo dal comune odio verso chi difende la Verità e la tradizione cattolica, come se questa non fosse altra cosa dalle altre tradizioni, e non fosse di origine divina. Nemmeno sono “popolo” coloro che nella Chiesa sabotano quanto fanno i Pastori a qualunque livello, portano alla perversione disgraziati preti e disgraziati frati. “Popolo” è quello che va in chiesa con umiltà e devozione, che forse non va più in chiesa, ma che crede ancora e, nei momenti in cui dimostra questa Fede, ragiona secondo il catechismo, rispetta le cose sacre, ha un concetto teologico del ministero sacerdotale, fa celebrare le sante Messe, va al cimitero e qualche volta col santo timore di Dio, ma senza presunzione, o prima o poi pensa alla vita eterna. Popolo sono tutti coloro che non vogliono saperne di preti e di Chiesa, ma al primo guaio, al momento dell’abbandono degli altri, quando la disgrazia bussa alla porta, ricorrono ai propri anche umili Pastori, dando così una attestazione inequivocabile del loro giudizio sulla Fede. Nelle visite pastorali ho raccolto tanti episodi da poterne scrivere un gran libro di “Fioretti”. Questo “popolo”, da noi, sono ancora i più. I molti che se ne staccano al tempo del carnevale giovanile, poi alla chetichella, o prima o poi, li trovate alla Guardia ed a tutti i Santuari…
Ecco allora quello che pensa questo “popolo”.
In genere si scandalizza del prete senza l’abito talare; immaginate che pensa quando il prete non ha alcun abito ecclesiastico. Lo schermo dei pochi, contenti di rovinarci, non serve e non illude il vero “popolo”.
Qui da noi ormai molti disertano il confessionale del prete senza talare.
A Genova, e non in un posto solo, ho sentito di peggio e tale che non oso qui riportarlo. I casi in cui i preti o il prete rimasti con la talare sono pubblicamente preferiti aumentano ogni giorno. Il “popolo” avrà i suoi peccati, ma ha una sua severità di giudizio.
 
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