L’araldica del cappello prelatizio - Ecclesia Dei

di Davide Bracale

L’araldica ecclesiastica non ha visto nei secoli una chiara normazione[1], tuttavia dal XIV secolo vi fu un rigoglioso fiorire di stemmi prelatizi timbrati dal rispettivo galero. Nel 1832, la Sacra Congregazione Cerimoniale fissò alcune regole, ma circoscritte ai cappelli cardinalizi, per i quali si prevedevano quindici nappe per lato[2]. Nel 1905, Pio X sancì le tipologie d’insegne araldiche di protonotari apostolici, prelati domestici ed altri prelati della Curia Romana, col motu proprio Inter multiplices. Circa i protonotari apostolici è riportato al n. 18:

Propriis insignibus seu stemmatibus imponere potuerunt pileum cum lemniscis ac flocculis duodecim, sex hinc, sex inde pendentibus eiusdem rubini coloris, sine Cruce vel Mitra[3] .

Scriveva il conte Pasini Frassoni: “Il n. 18 del recente motu proprio di Pio X, Inter multiplices, parla di cappello con fiocchi color rubino, ma non dice affatto che debba essere nero come pretesero alcuni, perché l’uso ha confermato che debba essere color paonazzo”[4].

Per converso, i protonotari apostolici extra urbem non essendo ascritti alla famiglia pontificia, poiché di nomina dei rispettivi ordinari, non avevano diritto ai colori propri dei prelati pontifici (rubino e paonazzo). Il loro cappello araldico presentava sei nappe per lato, il tutto di nero[5]. Agli altri prelati della Curia Romana di rango inferiore, come i prelati domestici, era altresì consentito, a timbro dello scudo, il cappello in tutto rubino con sei nappe per lato[6].

Pio X andò a ratificare quanto consolidato nei secoli, giacché i fiocchi dei cappelli prelatizi sebbene “non ebbero da principio numero fisso, furono sempre disposti simmetricamente […] per file che vanno aumentando”[7].

Circa le insegne araldiche dei prelati di mantellone, vi furono alcune consuetudini pratiche che fungono da testi documentali. Gli stemmi di Mons. Antonio Frassoni, cameriere segreto di Gregorio XV, e Mons. Vincenzo Santini, cameriere d’onore di Clemente XI, attestano che, già dal XVII secolo, per i camerieri segreti e d’onore il cappello fosse nero con dodici fiocchi paonazzi, nell’ordine 1.2.3 su ciascun lato[8]. Ai cappellani segreti era consentito il cappello nero con tre fiocchi paonazzi per lato, in file 1.2, e la regola era simile per i Canonici, con la differenza che costoro mantenevano neri anche i fiocchi[9].

Dal 1915 Benedetto XV vietò di apporre agli stemmi prelatizi le corone nobiliari[10] e Pio XII aggiornò la disposizione specificando che tale abitudine avesse perso il proprio “fondamento giuridico originale” e non fosse consona “allo spirito dei tempi e degli uomini”[11]. D’altronde l’appartenenza ad un rango della corte pontificia era già una decorazione nobilitante. “Se la dignità sacerdotale innalza l’uomo al rango nobiliare, la prelatura può assimilarsi alla gerarchia dei titolati”[12].

“Il cappello cardinalizio sarebbe equiparato alla corona di principe; quello di patriarca alla corona di duca; quello di arcivescovo alla corona di marchese; quello di vescovo alla corona di conte; quello di prelato domestico alla corona di barone; quello di protonotario alla corona di visconte; quello di cameriere d’onore alla corona di patrizio; il cappello del sacerdote al rango di nobile”[13].

Dalla seconda metà del Novecento, con la riforma della corte pontificia, iniziarono a scemare i distintivi di nobiltà[14] e la stessa araldica vide un progressivo declino. L’ultimo documento pontificio in materia è l’Instructio del 1969, la quale ratifica sinteticamente l’uso plurisecolare dei galeri episcopale e cardinalizio. Il cappello è verde con sei nappe del medesimo colore ad ogni lato per i vescovi e dieci per gli arcivescovi, mentre i cardinali ne hanno quindici per parte ed il tutto è di rosso. Di rilievo è che il documento ribadisca l’ottemperanza alle norme araldiche e l’attenzione alla leggibilità dello stemma:

Sive Patribus Cardinalibus, sive Episcopis conceditur, ut generis insigne adhibere possint. Huius vero insignis aspectus ad normam artis exarandorum insignium delineandus erit, idemque simplex atque perspicuus sit oportet. Ab huiusmodi autem insigni sive baculi pastorali sive infulae effigies tollantur[15].

Il mancato riferimento agli stemmi dei prelati minori non significa che siano aboliti. Di fatto non vi è un espresso divieto e pertanto può mantenersi l’uso già in auge dai tempi di S. Pio X. I cappellani di Sua Santità potrebbero timbrare il proprio scudo col cappello degli antichi camerieri segreti ed i prelati d’onore fregiarlo con il medesimo dei prelati domestici.


[1] Cf. A. Cordero Lanza di Montezemolo – A. Pompili, Manuale di araldica ecclesiastica nella Chiesa cattolica, LEV, Città del Vaticano 2016, p. 30.

[2] Decreta S. Congr. Caeremonialis (9 febbraio 1832); il documento è reperibile in R. Vannucci, L’araldica nella Chiesa Cattolica alla luce della legislazione canonica. Ordini, usi, legislazione, Gammarò Edizioni, Sestri Levante 2018, p. 303.

[3] Pio X, Motu Proprio Inter multiplices (21 febbraio 1905),  n. 18.

[4] Cf. F. Pasini Frassoni, I cappelli prelatizi, in “Rivista del Collegio Araldico” 6 (settembre 1908), p. 522

[5] Pio X, Motu Proprio Inter multiplices, cit., nn. 63 e 67.

[6] Pio X, Motu Proprio Inter multiplices, cit., n. 79.

[7] F. Pasini Frassoni, I cappelli prelatizi, cit., p. 517.

[8] Cf. ivi, p. 524.

[9]  Ibidem. Inoltre, cf. P. Guelfi Camajani, Dizionario araldico, Ulrico Hoepli, Milano 1940, sub verbo Contrassegni delle dignità.

[10] Cf. S. Congr. Consistorialis, Decretum de vetitis nobilitatis familiaris titulis et signis in Episcoporum inscriptionibus et armis (15 gennaio 1915).

[11] S. Congr. Consistorialis, Decretum De vetito civilium nobiliarium titulorum usu in episcoporum inscriptionibus et armis (12 maggio 1951).

[12] F. Pasini Frassoni, I cappelli prelatizi, cit., p. 515.

[13] R. Vannucci, L’araldica nella Chiesa Cattolica alla luce della legislazione canonica, cit., p. 106.

[14] Cf. J. A. Nainfa, Costume of Prelates of the Catholic Church, John Murphy Company, New York 1909, p. 168: “[…] at least as a symbol of high dignity and prelatical functions”. La corte pontificia venne riformata e snellita da Paolo VI, quindi, cf. Paolo VI, Lettera Apostolica Motu Proprio Pontificalis Domus (28 marzo 1968), n. 7, §§ 1-8.

[15] Secretaria Status seu Papalis, Instructio Circa vestes, titulos et insignia generis Cardinalium, Episcoporum et Praelatorum ordine minorum (31 marzo 1969), n. 28, in “Acta Apostolicae Sedis” 61 (1969), pp. 334-340.

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