Lectio Divina: rinunciare a tutto per poter seguire Gesù

Lectio Divina: rinunciare a tutto per poter seguire Gesù

Lectio Divina della XIII domenica del Tempo Ordinario

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Matteo 10,37: L’amore per Gesù deve superare l’amore per i genitori e per i figli
Gesù dice: “Chi ama suo padre e sua madre più di me non è degno di me; chi ama suo figlio e sua figlia più di me non è degno di me”. Questa stessa affermazione è presente nel Vangelo di Luca con molta più forza: “Se qualcuno viene a me e non odia suo padre e sua madre, moglie, figli, fratelli e sorelle e perfino la propria vita non può essere mio discepolo” (Lc 14,26). Sarà che Gesù vuole disintegrare la vita familiare? Non può essere, perché in un’altra circostanza insiste nell’osservanza del quarto comandamento che obbliga di amare il padre e la madre (Mc 7,8-13; 10,17-19). Lui stesso ha obbedito ai genitori (Lc 2,51). Sembrano due affermazioni contraddittorie. Una cosa è certa: Gesù non si contraddice. Presenteremo anche un’interpretazione per indicare che le due affermazioni sono vere, senza escludersi a vicenda.

Matteo 10,38: La croce forma parte della sequela di Gesù
Gesù dice: “Chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me”. Nel Vangelo di Marco Gesù dice: “Chi vuole seguirmi prenda la sua croce e mi segua!” (Mc 8,34) In quel tempo, la croce era la pena di morte che l’Impero romano infliggeva ai banditi ed agli emarginati. Prendere la croce e portarla dietro Gesù era lo stesso che accettare di essere emarginato dal sistema ingiusto dell’Impero. La croce di Gesù è la conseguenza dell’impegno liberamente assunto di rivelare la Buona Notizia che Dio è Padre e che quindi tutte le persone devono essere accettate e trattate da fratelli e sorelle. A causa di questo annuncio rivoluzionario, Gesù è stato perseguitato e non teme di dare la sua vita. Non c’è prova di amore maggiore che dare la vita per il proprio fratello.

Matteo 10,39: Saper perdere la vita per poter possederla
Questo modo di parlare era assai comune tra i primi cristiani, perché esprimeva ciò che loro stavano vivendo. Per esempio, Paolo per poter essere fedele a Gesù e guadagnarsi la vita, dovette perdere tutto ciò che aveva, una carriera, la stima della sua gente, soffrì persecuzioni. Lo stesso successe a molti cristiani. I cristiani, per essere tali, erano perseguitati. Paolo dice: “Sono crocifisso con Cristo”. “Voglio sperimentare la sua croce e la sua morte, per poter sperimentare anche la resurrezione.” “Sono crocifisso per il mondo e il mondo è crocifisso per me”. E’ il paradosso del Vangelo: L’ultimo è il primo, chi perde vince, chi tutto dà tutto conserva, chi muore vive. Guadagna la vita chi ha il coraggio di perderla. E’ una logica diversa dalla logica del sistema neoliberale che oggi governa il mondo.

Matteo 10,40-41: Gesù si identifica con il missionario e con il discepolo
Per il missionario e per il discepolo è molto importante sapere che non rimarrà mai solo. Se è fedele alla sua missione avrà la certezza che Gesù si identifica con lui (o con lei) ed attraverso Gesù il Padre viene rivelato a coloro a cui il missionario ed il discepolo annunciano la Buona Notizia. E così come Gesù rispecchiava in lui il volto del Padre, così il discepolo e la discepola devono o dovrebbero essere specchio dove la gente possa scorgere qualcosa dell’amore di Gesù.

Matteo 10,42: Il minimo gesto a favore dei piccoli rivela la presenza del Padre
Per cambiare il mondo e la convivenza umana non bastano le decisioni politiche dei grandi, nemmeno le istruzioni dei Concili e dei vescovi. E’ necessario un mutamento nella vita delle persone, nei rapporti interpersonali e comunitari, altrimenti non cambierà nulla. Per questo Gesù dà importanza ai piccoli gesti di condivisione: un bicchiere di acqua data ad un povero!

Approfondimento: Amare il padre e la madre, odiare il padre e la madre!

Una delle cose in cui Gesù insiste di più, con coloro che vogliono seguirlo, è quella di abbandonare il padre, la madre, la moglie, i figli, le sorelle, la casa, la terra, abbandonare tutto per amore a Lui ed al Vangelo. (Lc 18, 29; Mt 19,29; Mc 10,29). Ordina perfino di “odiare il padre, la madre, la moglie, i figli, le sorelle, i fratelli. Altrimenti non si può essere miei discepoli” (Lc 14,28). E queste esigenze non sono solo per alcuni, ma per tutti coloro che vogliono seguirlo (Lc 14,25-26.33). Come capire queste affermazioni che sembrano smantellare tutto e spezzare qualsiasi vincolo di vita familiare? Non è possibile immaginare che Gesù potesse esigere a tutti gli uomini ed a tutte le donne della Galilea di abbandonare le loro famiglie, le loro terre, i loro villaggi per seguirlo. E questo non avvenne, se non con il piccolo gruppo di seguaci. Allora, quale è il significato di queste esigenze?

L’esigenza di abbandonare la famiglia, se collocata all’interno del contesto sociale dell’epoca, rivela un altro significato, ben più fondamentale e più attuale. L’invasione della Palestina nel 64 prima di Cristo con l’imposizione del tributo, una politica pro Roma del governo di Erode (35 al 3 avanti Cristo) e di suo figlio Erode Antipa (3 prima fino a 37 dopo Cristo), portò ad un impoverimento progressivo e ad un disimpegno crescente. Mediante la politica di Erode, appoggiata dall’Impero romano, l’ideologia dell’ellenismo penetra nella convivenza quotidiana aumentando l’individualismo. Tutto questo fa disintegrare la grande famiglia, il clan, la comunità. La piccola famiglia, obbligata dalla necessità, comincia a chiudersi in se stessa e non riesce a mettere in pratica la legge. Inoltre la pratica della purezza rituale portava a disprezzare e ad escludere le persone e le famiglie che vivevano nell’impurezza legale. Il contesto economico, sociale, politico e religioso favoriva quindi la chiusura delle famiglie su di sé ed indeboliva il clan. La preoccupazione per i problemi della propria famiglia impediva alle persone di unirsi in comunità. Impediva al clan di realizzare l’obiettivo per cui era stato creato, offrire cioè una vera e propria protezione alle famiglie ed alle persone, preservare l’identità, difendere la terra, impedire l’esclusione ed accogliere gli esclusi ed i poveri, e così rivelare il volto di Dio. Ora, affinché il Regno potesse manifestarsi, di nuovo, nella convivenza, era necessario rompere questo circolo vizioso. Le persone dovevano superare gli stretti limiti della piccola famiglia per aprirsi alla grande famiglia, per aprirsi alla Comunità. E’ questo il contesto che fa da sfondo alle parole pronunciate da Gesù.

Gesù stesso dà l’esempio. Quando la sua famiglia cercò di appoderarsi di lui, reagisce e dice: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?” E guardandosi attorno dice: “Ecco mia madre, ecco i miei fratelli! Chiunque fa la volontà del padre mio, costui è mio fratello, mia sorella, mia madre” (Mc 3,33-35). Allargò la famiglia. Creò comunità. Le persone che lui attraeva e chiamava erano i poveri, gli esclusi (Lc 4,18; Mt 11,25). Lui chiedeva la stessa cosa a tutti coloro che volevano seguirlo. Gli esclusi e gli emarginati dovevano essere accolti, di nuovo, nella convivenza, e così sentirsi accolti da Dio (cf Lc 14,12-14). Era questo il cammino per raggiungere l’obiettivo della Legge che diceva: “Tra di voi non possono esserci poveri” (Dt 15,4).

Gesù cerca di cambiare il processo di disintegrazione del clan, della comunità. Come i grandi profeti del passato, cerca di consolidare la vita comunitaria nei villaggi della Galilea. Riprende il senso profondo del clan, della famiglia, della comunità, quale espressione dell’incarnazione dell’amore di Dio nell’amore del prossimo. Per questo chiede a chi vuole essere suo discepolo o discepola di abbandonare il padre, la madre, la moglie, il fratello, la sorella, la casa, tutto! Devono perdere la vita per poterla possedere! Lui se ne fa il garante: “In verità, in verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna” (Mc 10,29-30). Veramente, chi ha il coraggio di rompere il circolo ristretto della sua famiglia, incontrerà di nuovo, nel clan, nella comunità, cento volte tutto quanto ha abbandonato: fratello, sorella, madre, figlio, terra! Gesù fa ciò che la gente aspettava nei tempi messianici: ricondurre il cuore dei genitori verso i figli, e dei figli verso i genitori, ricostruire il clan, rifare il tessuto sociale.

Ecclesia Dei
Lectio Divina sui vangeli festivi per l’anno liturgico A Ed. italiana a cura di Anthony Cilia, O. Carm. Elledici

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