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L’iconografia della Vergine Maria/2: Arte Medioevale

Parlare della Vergine nell’arte è un argomento vasto. Catacombe, Piazze, Chiese, case private non c’è spazio o luogo in cui non vi sia un’immagine mariana. Oggi iniziamo il nostro viaggio tra i maggiori periodi della storia dell’arte analizzando come nasce e si evolve l’iconografia mariana, continuando con l’arte medioevale .

Tra l’VIII e il IX secolo l’impero bizantino dovette fare i conti, oltre che con le minacce ai suoi confini, anche con disordini interni, il più grave dei quali fu causato dai conflitti religiosi nati dalla controversia sull’iconoclastia. I sostenitori dell’iconoclastia volevano imporre il divieto del culto delle immagini sacre – e appunto la loro distruzione – in quanto sostenevano che tale pratica non fosse altro che una forma di idolatria. In seguito a due editti emanati dall’imperatore Leone III (717-741) nel 726 e nel 730 questo orientamento fu adottato ufficialmente dallo Stato: venne stabilito il divieto del culto delle immagini sacre e fu ordinata la loro distruzione su tutti i territori bizantini. Questo periodo storico diede impulso ai movimenti dei Padri Basiliani che dall’oriente giunsero in  Italia, e che contribuirono a diffondere modelli e schemi iconografici sacri legati in particolare a Maria. L’arte dei primi anni del medioevo è ancora pregna di gusto bizantino, infatti anche il maestro Cimabue ricorre a tali modelli.

Sempre in quest’epoca inizia a diffondersi il fenomeno delle pale d’altare che nello specifico erano dipinti su tavola di grandi dimensioni collocati dietro gli altari. Le più antiche risalgono all’XI secolo; la loro diffusione, tuttavia, iniziò proprio con il XIII secolo. Il tipo più diffuso di pala, quello che in genere veniva appeso dietro gli altari delle navate o delle cappelle laterali, è rettangolare, spesso concluso da una cuspide triangolare, ospitante l’immagine di un santo o più facilmente della Maestà, cioè della Madonna seduta sul trono con il Bambino in braccio.

Cimabue presenta la Madonna, ricorrendo allo schema dell’Odigitria seduta su un trono monumentale, ornato da colonne tornite e decorato finemente a tarsia con preziosi motivi geometrici e vegetali. Otto angeli, uguali e sovrapposti in superficie, sorreggono il trono come se lo avessero appena posato sul basamento ad arcate. Sono distinguibili solo per l’alternanza dei colori rosso e blu degli abiti. Il rosso e il blu indicano la sostanza del corpo angelico fatto di fuoco e di aria. Il modello verrà ripreso anche da Duccio e Giotto.

L’elemento di novità iconografica viene aggiunto proprio da Giotto di Bondone tra la fine del XIII sec e l’inizio del XIV secolo. Nella cappella degli Scrovegni, l’artista racconta con il pennello e l’intonaco la Vita di Maria e di Cristo. Maria qui incarna tratti di umanità, diviene espressiva e assume le prime forme di consistenza terrena. Giotto rompe lo schema tradizionale dell’iconografia bizantina ricorrendo infatti a uno sfondo azzurro, invece che dorato, e inizia a dare le prime pennellate di luce e di ombra sui suoi personaggi. Questo si nota, in particolare, nella scena del pannello relativo al Compianto sul Cristo Morto, tema iconografico di tradizione medioevale anche letteraria (come ad esempio nella  Lauda di Jacopone da Todi), considerato uno dei riquadri più intensi per drammaticità e forza espressiva. I due volti di Cristo e della Madre, l’uno irrigidito dalla morte e l’altro dal dolore, raggiungono un pathos di grande emotività.

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