L'importanza della sofferenza - Ecclesia Dei

L’importanza della sofferenza 

Un cristiano che non ama la croce non può piacere a Cristo, che ha amato la croce per amore nostro.

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Humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem.

Tutto il mistero di Cristo, nel periodo della sua Passione, può essere riassunto in questa frase.

Cristo si è davvero umiliato ad un livello ignobile. E nessuno di noi può inquadrare l’intensità del gesto fatto da Dio, per amore gratuito nei nostri confronti. Nessuno può pensare di “immedesimarsi” in quei momenti di angoscia, di paura, di sofferenza, che Gesù passò dal Getsemani alla morte sul patibolo.

Per poter riscattare la colpa infinita del peccato, il peso deve essere altrettanto infinito. 

Ma non finisce qui.

Non solo gli uomini hanno peccato in Adamo, alzando uno schiaffo in faccia al Signore.

Non solo il Verbo si incarna per amore di carità soprannaturale, senza che nessuno potesse chiederlo o volesse farlo, e si sacrifica per riscattare la colpa che noi abbiamo commesso.

Gli uomini continueranno a peccare anche dopo. Questo è il dolore che fa sudare sangue a Gesù (non è un “modo di dire”, la sudorazione di sangue, o ematoidrosi, è un fenomeno associato a forti traumi, dove i capillari, che circondano le ghiandole sudoripare, si restringono e si rompono, rilasciando sangue nel sudore). E qua dentro, ci siamo tutti. Dal primo all’ultimo. Nessuno è escluso.

Se non che, questi abissi di ignominie e di dolori, in cui Cristo ha scelto volontariamente di sprofondare, erano patimenti ricolmi di amore, e questo amore ci ha meritato la misericordia di Dio padre.

Quanto a noi, però, la storia è completamente differente.

Noi siamo peccatori, ed in quanto tali meritiamo disprezzo. Perché non importano le circostanze: il peccato è sempre peccato. Quando pecchiamo, calpestiamo letteralmente il sangue versato da Cristo sulla croce. Lo disprezziamo, ci passiamo sopra perché non ci interessa che un Dio sia morto per noi. Noi vogliamo quel piacere, costi quel che costi. Poco prima del peccato, lo spirito è posta in un turbinio vertiginoso, dove le potenze dell’anima sono letteralmente assediate. 

Capisci che quello che vuoi fare è male, agli occhi di Dio. E lo vuoi fare!

Don Bosco direbbe: “se sai che è sbagliato, perché lo fai?”.

Non c’è una risposta del peccatore, perché in cuor suo sta già covando il tradimento. Ecco allora che l’occasione di peccato non ci fa vedere più niente. Non si pensa più alla vita eterna, all’Inferno, al Paradiso, a Dio, al sacrificio di Cristo. Questa è la potenza singolare degli effetti del peccato originale. Ed ecco, che si commette il peccato. Con l’occasione giusta, il danno è fatto.

In quel momento, il nome viene segnato sul libro delle anime dannate. In quel momento, Satana ti controlla. Hai perso tutto. I meriti, la possibilità di acquistarne altri. 

Sei perduto, non c’è scampo.

Se non che Gesù Cristo ha pensato pure a questo. Ha istituito i Sacramenti. Con cuore pentito e sincero pentimento, con il dolore più profondo e le lacrime agli occhi, il peccatore torna a Dio. Egli si accosta alla santa confessione, sforzandosi di comprendere la gravità del peccato commesso, e si accusa delle proprie colpe. Il sacerdote ti concede l’assoluzione. Felice e beato, esci dal confessionale.

Tanti si fermano qua. Inutile sottolineare che sia sbagliato.

Certo, è sbagliato eccome, perché dimentichi che Dio, oltre ad essere geloso, è sommamente giusto. E come possono dei crimini rimanere impuniti? Non possono. C’è una pena da scontare. 

Ecco perché, in questo contesto, la sofferenza entra in gioco.

Questa terra è luogo di meriti, dice S. Alfonso, perché è luogo di patimenti. La sofferenza vicaria procede dalla giustizia, perché è attraverso questa che si può espiare la pena dei peccati, e sopratutto si può imitare Cristo. La santità dell’uomo, ci ricorda Dom Marmion, è racchiusa in un duplice aspetto: il distacco dal peccato, l’imitazione di Cristo.

Perché, quindi, ricusiamo di prendere la nostra croce? Perché non seguiamo Cristo in tutto?

Tanti cristiani vogliono infatti farsi santi, ma secondo il gusto personale. “Faccio a modo mio”. Vogliono amare Gesù, lo citano nei discorsi e tengono un bel crocifisso in oro bianco al collo, ma secondo quello che va a genio loro. “Rinunciare ai divertimenti, ai piaceri? Mai. La sofferenza? Ma per favore”. 

Ecco perché, quando un parente muore, i nostri parrocchiani ci chiedono se abbia sofferto, non se abbia ricevuto i Sacramenti. Questa è la mentalità della chiesa-fai-da-te. Si è diffusa ovunque, ha letteralmente incancrenito i nostri ambienti di fede cattolica.

Sia mai offrire un dolore o un patimento per Cristo e per sé, o per il prossimo. 

Quale sciocchezza, pensare che esista una via per il cielo alternativa a quella indicata da Cristo.

Che presunzione! Che falsità!

Chi ama Dio patendo ha capito il perché della fede cattolica.

“Persuadiamoci, dice S. Alfonso, “che in questa valle di lagrime non può aversi vera pace di cuore, se non da chi tollera ed abbraccia con amore i patimenti per dar gusto a Dio: così porta lo stato di corruzione, dalla quale siamo rimasti tutti infettati per lo peccato. Lo stato dei santi in terra è di patire amando: lo stato de’ santi in cielo è di godere amando. Scrisse una volta il P. Paolo Segneri juniore ad una sua penitente, per animarla a patire, che tenesse scritte a’ piedi del Crocifisso queste parole: Così si ama. Non il patire, ma il voler patire per amor di Gesù Cristo è il segno più certo per vedere se un’anima l’ama. «E qual maggior acquisto, dicea S. Teresa, può aversi, che in aver qualche testimonianza che diamo gusto a Dio?» Oimè che la maggior parte degli uomini si sgomentano al solo nome di croce, di umiliazione e di pena! Ma non mancano tante anime amanti che trovano tutto il lor contento nel patire, e sarebbero quasi inconsolabili se vivessero quaggiù senza patire. «Il mirar Gesù crocifisso, dicea una persona santa, mi rende così amabile la croce, che parmi non potere essere felice senza patire; l’amore di Gesù Cristo mi basta per tutto». Ecco quello che Gesù consiglia a chi vuole seguitarlo, il prendere e portar la sua croce: Tollat crucem suam… et sequatur me (Luc. IX, 23). Ma bisogna prenderla e portarla non a forza e con ripugnanza, ma con umiltà, pazienza ed amore.”

Quando ci viene tolto qualcosa, non lamentiamoci con Dio. Diciamo invece con Giobbe: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: sia benedetto il nome del Signore”. Se Dio ha voluto questa croce per te, se ti ha assegnato quella mortificazione, quella fatica, se ha permesso quell’affronto o umiliazione, pensi che non lo abbia fatto per il tuo bene? Nessuno chiede che tu comprenda la finalità dell’azione che Dio permette. La capirai a tempo debito. Non ti serve capire. Devi pensare ad uniformare la tua volontà a quella di Dio. Il muratore, che mette mattone su mattone, continua a lavorare senza avere idea di cosa uscirà quando avrà completato. Non gli serve quella consolazione, perché sa che, quando avrà finito, potrà completare l’opera totale. La certezza della fede nel progetto è maggiore della fatica di quel braccio che, meccanicamente, mette prima la calce, e poi il mattone. Sembra non finire mai, sembra essere tutto uguale. Ma la fede gli dice che non è vero, che è una menzogna! Ogni mattone per noi è la croce, e le tante croci che raccoglieremo e porteremo con pazienza, alla fine si uniranno in un grande frutto per noi, come promette Gesù a chi lo segue. Il demonio ora ti vuole dire: “Ma sei pazzo? Ma chi te lo fa fare? Molla tutto e goditi la vita, che vivi solo una volta! Avrai tempo per queste cose, ma adesso sei giovane! Lascia perdere queste cose, non portano a nulla, devi godere ed essere felice! Liberati da questa oppressione delle favole dei preti”. La nostra fede, però, ci dice che non è così. Quando saremo chiamati a giudizio, Dio ci dirà: “fammi vedere cosa hai sofferto per me, visto che io per te ho sopportato tutti quei dolori e quelle mortificazioni”. Dio vorrà vedere le cicatrici sulla pelle, vorrà vedere tutte le botte che avremo preso per accettare le croci e le persecuzioni. E se l’anima non avrà cicatrici o tagli, saranno dolori. Diglielo allora, ciò che il demonio ti diceva. Diglielo allora, che volevi spassartela perché “ti sentivi a posto, non era necessario espiare niente” e che anche i pastori ti avevano detto che questa cosa della sofferenza vicaria era una cosa vecchia, e che la chiesa doveva “aggiornarsi”, pensando al benessere sociale, alla pace e alla felicità. Come risponderà Dio, secondo te?

Tutti devono penare in questa vita, anche i migliori.

“Non vi fu alcun santo, quantunque sublimato ed illuminato, che prima o poi non sia stato tentato . Infatti non è degno dell’alta contemplazione di Dio chi non soffre per Lui qualche tribolazione. Una tentazione è segno della consolazione che sta per venire. Infatti la consolazione celeste è promessa a coloro che sono stati provati dalle tentazioni. «Al vincitore – dice – darò a mangiare i frutti dell’albero della vita» (Ap 2,7). In verità la consolazione divina viene concessa affinché l’uomo sia più forte nel sopportare le avversità. Poi segue ancora la tentazione, perché non s’inorgoglisca di quel bene. Il diavolo non dorme, e neppure la carne è morta: perciò non desistere dal prepararti al combattimento perché i nemici giungono da destra e da sinistra e non danno tregua.” 

Sursum corda! Chiediamo al Signore di infondere nei nostri cuori un fervido e costante amore alle tribolazioni, alle croci, alle mortificazioni, alla penitenza, affinché seguendo Gesù al Calvario, possiamo giungere alla gloria e alla gioia del Paradiso. Impariamo dai grandi santi ad accettare la sofferenza come metodo privilegiato per imitare Cristo e per guadagnarci il Paradiso, dove Dio vuole che andiamo, dal primo all’ultimo. “O che gusto dà a Dio chi con umiltà e pazienza abbraccia le croci che Dio gli manda! Dicea S. Ignazio di Loyola: «Non vi è legno più atto a produrre e conservare l’amore verso Dio, che il legno della santa croce», cioè l’amarlo in mezzo a’ patimenti. Un giorno S. Gertrude dimandò al Signore che cosa potea ella offerirgli di suo maggior gusto; ed egli le rispose: «Figlia, tu non puoi farmi cosa più grata che soffrir con pazienza tutte le tribulazioni che ti si presentano». Quindi diceva la gran serva di Dio Suor Vittoria Angelini, che vale più una giornata crocifissa che cento anni di tutti gli altri esercizi spirituali. E ‘l Venerabile P. Giovanni d’Avila dicea: «Vale più un Benedetto sia Dio nelle cose contrarie, che mille ringraziamenti nelle cose prospere». Oimè che non è conosciuto dagli uomini il valore de’ patimenti sofferti per Dio! Dicea la B. Angela da Foligno che il patire per Dio, se noi lo conoscessimo, «sarebbe oggetto di rapina»: viene a dire che ognuno anderebbe in cerca di rapire agli altri le occasioni di patire. Perciò S. Maria Maddalena de’ Pazzi, conoscendo la preziosità del patire, desiderava che si prolungasse la sua vita più tosto che morire e andare in cielo; perchè, diceva, «in cielo non si può patire».

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