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L’importanza dell’esame di coscienza

Una piccolissima riflessione sull'esame di coscienza, avendo sempre presente la Sacra Scrittura e il Magistero della Chiesa, il tutto unito al pensiero personale dell'autore sul tema.

Γνῶθι σαυτόν, in latino nosce te ipsum, ovvero conosci te stesso, è forse la più famosa massima di carattere religioso della Grecia arcaica, incisa sul frontone del tempio di Apollo, a Delfi, celebre per essere sede della Pitia, della sacerdotessa interprete di oracoli. 

La locuzione, che fu di enorme importanza in tutta la storia della filosofia greca, da Socrate a Epicuro, è segno dell’importanza, per ogni uomo, di avere una chiara consapevolezza di se stesso, consapevolezza del proprio io, della propria coscienza, delle sue manchevolezze e dei suoi aspetti migliori, che in ambito cristiano ha assunto la forma dell’esame di coscienza, cioè della pratica spirituale, propedeutica alla confessione, di riconoscimento dei propri peccati. 

Già per il suo legame con un sacramento, cioè con un segno sensibile ed efficace, istituito da Gesù Cristo, per la santificazione degli uomini, si comprende la centralità, l’importanza dell’esame di coscienza, che, invece di essere abbandonato o praticato in modo inadeguato, dovrebbe essere insegnato a tutti, per una sempre migliore conversione del singolo a Dio, per un più stretto legame tra creatura e Creatore. 

La Sacra Scrittura, pur non usando esplicitamente il termine, parla spesso della necessità dell’introspezione, della riflessione per tenersi lontano dal peccato, come nel Salmo IV, irascimini et nolite peccare; loquimini in cordibus vestris, in cubilibus vestris et conquiescite (tremate e non peccate, sul vostro giaciglio riflettete e placatevi), o nel capitolo XXI del vangelo secondo Luca, vigilate itaque omni tempore orantes, ut possitis fugere ista omnia, quae futura sunt, et stare ante Filium hominis (vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo); infine, rimanendo nell’ambito dei testi fondamentali, portanti della Chiesa Cattolica, non si può non citare, dal Catechismus Catholicae Ecclesiae, l’articolo MCDLIV: oportet huius sacramenti receptionem per examen conscientiae factum sub lumine Verbi Dei praeparare. Aptissimi textus ad hoc sunt in Decalogo quaerendi atque in Evangeliorum et Epistularum apostolicarum morali catechesi: in sermone montano, in apostolicis doctrinis (è bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. I testi più adatti a questo scopo sono da cercarsi nel Decalogo e nella catechesi morale dei Vangeli e delle lettere degli Apostoli: il discorso della montagna, gli insegnamenti apostolici). 

L’esame di coscienza è già stato definito come propedeutico al sacramento della riconciliazione, ma tale carattere non è sufficiente a definirlo completamente: infatti, esso è prima di tutto un atto orante, di contemplazione grata per quanto concesso dal Signore nel corso della giornata, mezzo efficacissimo, olio per mantenere accesa la lampada della fede. 

Negli anni 60 del XX secolo, il cardinale Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova per un quarantennio a partire dal secondo dopoguerra, scrisse un libro proprio sul nostro tema: l’esame di coscienza pratico, manuale dal sapore eminentemente pastorale, più che teologico, come già il titolo suggerisce, di importanza fondamentale ancora ai nostri giorni, nonostante la non trascurabile distanza temporale e le grandi differenze fra ambiente ecclesiale dell’epoca e ambiente attuale; in questo lavoro, Siri, usando una metafora di chiaro sapore tomista, parla dell’esame di coscienza come di un habitus, di qualcosa che più è praticato, più diventa connaturato all’uomo stesso, aumentando nel contempo di efficacia. 

Infine, un’ultima considerazione generale: per quanto esistano numerosissime pubblicazioni che propongono vari schemi per l’esame di coscienza, dal già citato manuale del cardinale di Genova a pagine web anche molto ben fatte, è importante ricordare la dimensione personale e intima di tale esame, che non può in alcun modo essere ingabbiato in una traccia prefissata, spersonalizzata, ma sempre incarnata nel concreto contesto di vita e di attività di ognuno.

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