L’oratorio privato

L’oratorio privato

Secondo il codice di diritto canonico del 1917 l’oratorio privato era il luogo destinato, per indulto della Sede Apostolica, alla celebrazione del culto divino in favore di una persona o di una famiglia.
Secondo il codice di diritto canonico del 1917 l’oratorio privato era il luogo destinato, per indulto della Sede Apostolica, alla celebrazione del culto divino in favore di una persona o di una famiglia.

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Secondo il codice di diritto canonico del 1917 l’oratorio privato era il luogo destinato, per indulto della Sede Apostolica, alla celebrazione del culto divino in favore di una persona o di una famiglia.

Secondo il codice di diritto canonico del 1917 l’oratorio privato era il luogo destinato, per indulto della Sede Apostolica, alla celebrazione del culto divino in favore di una persona o di una famiglia. Negli oratori privati, il codice concedeva la celebrazione della messa quotidiana, ma non delle feste più solenni, salvo indulto per giuste e ragionevoli cause concesso dall’Ordinario. [1]

L’indulto di poter celebrare anche nei giorni solenniori e solennissimi, nonché a Pasqua, tuttavia non era di rara concessione. Soprattutto laddove l’oratorio fosse ad uso di ecclesiastici, soprattutto prelati, i quali per motivi logistici e di officio non potessero celebrare o assistere in parrocchia.

Molti erano gli officiali della curia romana, i quali si rivolgevano alla Santa Sede per l’indulto dell’oratorio privato. Come il 28 ottobre 1937 accadde a Mons. Giuseppe Bracale, ex viceparroco di S. Vitale, archivista della Segreteria di Stato, che lo implorò “per tutti i giorni dell’anno con l’estensione ai consanguinei, affini, ospiti e domestici per l’adempimento del precetto festivo”. Egli destinò la sua supplica alla Congregazione dei Sacramenti, dunque alla Sede Apostolica, e ottenne il breve pontificio, in cui era chiaramente esposto che la concessione dovesse rispettare una serie di normative, tra le quali il luogo dignitoso, libero da qualunque altro uso e con la presenza di tutte le suppellettili sacre. [2]

La riforma del codice di diritto canonico, del 1983, non ha apportato mutamenti sostanziali circa gli oratori privati, che sono stati più appropriatamente definiti col nome di cappelle private ossia luoghi destinati, su licenza dell’Ordinario del luogo, al culto divino in favore di una o più persone fisiche. [3]

Mentre nel codice del 1917 era la Sede Apostolica che concedeva l’oratorio privato; con la riforma del 1983 è il vescovo o ordinario del luogo a dare licenza di erigere una cappella privata e ad autorizzarvi la celebrazione della messa. [4]

Inoltre, l’oratorio o cappella privata era soggetto alla sacra visita, già in epoca precodiciale.

Quindi, il vescovo o suo delegato poteva svolgere sopralluoghi al fine di accertarne l’idoneità. [5]

Un esempio concreto è in un episodio del 23 aprile 1934, quando il delegato diocesano Mons. Francesco Beretti compì la sacra visita presso l’oratorio privato di Mons. Nazareno Patrizi, a Roma, nel territorio parrocchiale di S. Vitale.

L’oratorio, piuttosto datato, si trovava in un appartamento, nel quale Mons. Patrizi si era da poco trasferito e non aveva provveduto ai restauri necessari. Pertanto il visitatore indicò gli accomodamenti opportuni, per la conformità della cappella privata del Monsignore.

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Un oratorio o cappella privata esige l’ossequio di alcune norme canoniche, che sanciscono il rispetto verso il culto divino, pertanto si tratta di luoghi riservati unicamente ad esso e che non devono essere contaminati da altri usi domestici.


Note

  1. Cf. CIC/17, cann. 1188; 1190; 1195.
  2. Cf. AAV, Segr. Stato, Brevi Ap. 502, ff. 6-8.
  3. Cf. CIC/83, can.1226.
  4. Cf. CIC/83, can.1228.
  5. Cf. Benedetto XIV, Enciclica Magno cum animi (2 giugno 1751).
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