Mons. Nazareno Patrizi e quel poemetto a Giacomo della Chiesa (del 25 luglio 1919)*

Mons. Nazareno Patrizi e quel poemetto a Giacomo della Chiesa (del 25 luglio 1919)*

di Davide Bracale

Mons. Nazareno Patrizi fu un prelato nato a Paliano il 30 maggio 1866, ma originario di una famiglia di Bellegra. Nel 1880 entrò nel seminario minore prenestino. Nel 1883 divenne chierico e proseguì gli studi nel domicilio romano dello zio, Mons. Pietro Patrizi, officiale della S. Congregazione del Concilio. Fu ordinato presbitero il 27 maggio 1893; nel 1895 si laureò in utroque iure; nel 1897 e nel 1901 fu segretario di ablegazione presso le corti di Spagna e dell’Austria-Ungheria; ancora nel 1901 divenne avvocato ecclesiastico; nel 1903 Pio X lo decorò del titolo di cappellano segreto d’onore (titolo che decadeva alla morte del pontefice) e nel 1905 lo incaricò di redigere il volume di diritto pubblico “La dotazione imprescrittibile e la legge delle guarentigie”. Nel 1909 fu ascritto nell’albo degli avvocati rotali ed al contempo svolse la funzione di incaricato d’affari dei vescovi argentini e canonico della collegiata romana dei Ss. Celso e Giuliano. A Bellegra, inoltre, si ritirava ogni estate prodigandosi in opere di pietà, come i restauri per il convento di S. Francesco e la fondazione della Congregazione della Ss.ma Addolorata. Era a tutti gli effetti un pastore d’anime ed un prelato della curia romana.

I documenti su Mons. Nazareno Patrizi riportano spesso che egli avesse conosciuto e frequentato Mons. Giacomo della Chiesa, il quale nel 1914 divenne papa col nome di Benedetto XV. Tra i due vi era una stima reciproca, confermata da almeno tre documenti: due lettere scritte da Mons. Mariano Espinosa, vescovo di Buenos Aires, al card. Gasparri nel 1914 e nel 1915, ed una terza firmata da don Luigi Lannutti e ratificata dal card. Federico Tedeschini nel 1941. In ognuna delle missive si proponeva Mons. Nazareno Patrizi per il titolo di prelato domestico, che ottenne il 27 maggio 1941. Si presume che tale onorificenza non gli sia stata accordata già nel 1914 da Benedetto XV poiché Mons. Patrizi aveva rifiutato una nunziatura apostolica in America Latina, che il Santo Padre gli aveva partecipato. 

Benedetto XV ebbe, tuttavia, un suo modo di premiare Mons. Nazareno Patrizi, elevando tutti i canonici di quella chiesa a cappellani segreti d’onore di Sua Santità durante munere. In questo modo, essi in quanto canonici appartenevano al rango dei prelati di mantellone e facevano parte della corte pontificia. Era un privilegio assegnato a quella collegiata romana, la quale ab immemorabili era definita cappella papale. 

Mons. Nazareno Patrizi rimase, negli anni successivi, costantemente affezionato a Benedetto XV, quel papa che tra l’altro emise il primo Codex Iuris Canonici della Chiesa di Roma (i cui lavori preparatori erano stati avviati da Pio X). Un elemento di immenso rilievo per i canonisti, tra i quali si annoverava lo stesso Mons. Nazareno. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, Benedetto XV si oppose in ogni modo a quell’inutile strage, emanando l’Ubi primum e l’Ad Beatissimi apostolorum e quando l’Italia entrò in guerra nel 1915 non nascose la sua profonda angoscia nella Lettera al Cardinale Serafino Vannutelli del 25 maggio 1915. Ogni gesto fu vano, la guerra si compì ed i risultati furono devastanti: un enorme numero di morti, la caduta dell’Impero asburgico, la crisi della Germania e quella Conferenza di pace di Parigi, che sarebbe stata il prologo della tragedia dei nazionalismi europei e della Seconda Guerra Mondiale. Conclusa la Prima Guerra Mondiale, Mons. Nazareno Patrizi volle comporre un poemetto in onore di Benedetto XV, al secolo Giacomo della Chiesa, nel giorno della sua festa onomastica: A Benedetto XV nella sua festa onomastica. Era il 25 luglio 1919. Egli, nei suoi versi, rivela un mondo che si è allontanato da Dio, senza ascoltare gli appelli di pace del Santo Padre. Il Monsignore indica gli Stati come “un rudere regale”, una “prepotente schiera”, la quale ha abbandonata la “speranza amica” e tradito il fine ultimo dell’umanità: “l’amore e Dio”. I governanti mondiali hanno dimenticato “il dritto di Dio” di contro alla “indomata speranza” della “maestà dell’anima latina” ossia del papa. Sotto il “papale ammanto”, quindi, si rifugiano “l’anime stanche e Italia a Te vicina”, ove quel “Te” è appunto il Santo Padre, il primate d’Italia, vescovo di Roma. Mons. Nazareno Patrizi, a conclusione del poemetto, spera che i suoi versi ascendano, tra i cieli di Roma, alle “bianche stole” e a quel “sorriso che sa di Paradiso” del pontefice Benedetto XV ovvero Giacomo della Chiesa, nel giorno del suo onomastico del 1919. Mons. Nazareno Patrizi, originario dei Monti Prenestini, ci ha così donato un’opera poetica, tutt’oggi attualissima, poiché ancora nelle fatali tempeste l’umanità sovente si affida a quelle “bianche stole” del Santo Padre e vi trova una risposta. 

* I riferimenti bibliografici e le fonti al presente articolo si possono reperire in D. Bracale, Mons. Nazareno Patrizi. Da Bellegra alla Corte Pontificia, Roma 2020, pp. 53-59 e 89-96.

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