Novissimis Diebus

Novissimis Diebus

di Edoardo Consonni

San Paolo Apostolo, nella ‘Epistola ad Timotheum Secunda’, ricorda al futuro vescovo nonché suo allora discepolo che ‘Nessun ascritto alla milizia di Dio s’impaccia negli affari del secolo, per piacere a chi l’ha arruolato’ [Caput II, 4]. Inevitabile il giudizio analogico con il presente vissuto: un periodo strano della Chiesa Cattolica, dove i pastori non sono più pastori, perché corrotti da vizi e desideri mondani: desideri di carriera, concupiscenza di aspirazioni antropotropiche. Cerchiamo di slegare i nodi lessicali, per contestualizzare empiricamente i paroloni.

Siamo in Italia, precisamente a San Bartolomeo a Mare (Imperia), dove il profumo del mare accompagna lo svolgimento di uno scenario alquanto raccapricciante. Il parroco celebra la S.Messa, come comunicato da disposizione episcopale, senza la partecipazione del ‘popolo’ (ormai caduto in disuso il concetto di ‘fedeli’, tempora mutantur et nos in illis, ricordate?). Come da disposizione, la Chiesa dove si svolge la celebrazione rimane a porte aperte. Se non che, i fedeli entrano ugualmente, e seguono il Sacrificio Santo. Il comunicato vescovile precisamente dispone che:

 “I Vescovi liguri, in ragione dell’ordinanza emanata dal Presidente della Regione Liguria, di concerto con il Governo, dispongono per quanto attiene al territorio regionale i seguenti provvedimenti:

1. Che le chiese rimangano aperte.

2. La sospensione delle Celebrazioni eucaristiche con concorso di popolo a partire dalla mezzanotte di domenica 23 febbraio fino alla mezzanotte di domenica 1 marzo (termini previsti nell’ordinanza regionale).

“Sulla porta della Chiesa” – scrive invece il parroco – “c’è affisso un divieto. Ho notato, però, che i fedeli entrano per pregare molto di più di prima durante l’orario di apertura[…] del resto in questi momenti ci si rifugia nella preghiera”. Come contraddirlo? Tanto banale e logico quanto affermare che l’acqua sia bagnata. Se non che interviene goffamente il vescovo Guglielmo Borghetti, che tuona : “In una diocesi di preti anarchici è il minimo[…]”. La messa celebratasi è in Rito Antico. Questa estate, a buon proposito, mi recai personalmente presso la Chiesa di S.Giovanni Battista a Cervo (limitrofo di S.Bartolomeo), essendo ivi presente per ragioni vacanziere. Dopo la S.Messa, chiesi al sacerdote dove fosse possibile assistere alla tale messa tridentina. Il sacerdote, con occhi Carontici e improvvisamente incattivito, mi rispose: “ Non lo so e non mi interessa, spero che la chiudano e basta […] sono degli anarchici, fanno quello che vogliono, contro le disposizioni del Motu Proprio”. Ora, non mi curo delle parole del vescovo, del tutto ininfluenti perché professate con ragione di insulto e disprezzo. Quello che infastidisce è il tono sprezzante, privo di rispetto e sottintendente una accusa e al sacerdote e ai fedeli. Una costante del post-conciliarismo: loquimini nobis placentia, non venite a romperci con quella messa lí, che ha partorito Santi a destra e a manca, oppure vi denigriamo con ogni mezzo disponibile. Il problema del virus fa capire che questi vescovi confidano anzitempo nell’uomo, e rifiutano la presenza, ancor prima dell’aiuto, del Cielo. Questi vescovi fanno parte del corpo fisico della Chiesa, di quello spirituale non ne vogliono sapere: meglio confidare nello stato laicista, che nella grazia santificante. Cosí, mentre durante la pestilenza medievale i sacerdoti e i vescovi uscivano in processione e intensificavano le celebrazioni (ed era la peste in loco, non una influenza non in loco, essendo S.Bartolomeo un luogo distante da qualsiasi focolaio del virus). Qui addirittura si rimuove ogni forma di culto, il tutto coronato con indicazioni ambigue e divertenti, e con il contentino delle ‘messe televisive’. Ciò che sfugge a Borghetti è la definizione stessa di anarchia: un anarchico è una persona che, persa ogni fiducia nell’autorità, si rifugia in se stesso. Se esiste l’anarchia, i casi sono due: o gli anarchici sbagliano, o a sbagliare sono i capi. I fedeli e preti ‘anarchici’ sentono il bisogno del Sacro, della Eucaristia e della preghiera, perché hanno bisogno di Cristo per vincere le avversità. E nel corso della storia della Chiesa, gli autentici vescovi hanno sempre risposto contro la paura del laicismo mondano, andando contro le disposizioni dell’uomo testardo e macchiato di presunzione. Confidare nel mondo di oggi è un atteggiamento errato, imperocchè esso ha, sua sponte, rigettato Cristo. Quindi, chi ha ragione? Anarchici o pastori? Mentre i razionalisti uomini di mondo e i ben pensanti si chiudevano nei bunker e in cantina durante i bombardamenti alleati in Italia, Sua Santità Pio XII andava con il popolo in città a pregare, esponendosi al rischio di saltare per aria. E sicuramente avrà intensificato le S.Messe, altroché! Pacelli aveva gli attributi, aveva ben chiaro chi fosse Dio e di che cosa fosse capace. Mentre i sacerdoti e fedeli pregano e si affidano a Cristo, oggi i vescovi si chiudono nei loro palazzi lussuosi, lanciando anatemi e distaccandosi dalle forme di culto, confidando nello stesso stato che ha rigettato il cattolicesimo e che vuole ‘Libera Chiesa in Libero Stato’. Il problema non è il Coronavirus: il problema è che i vescovi non comprendono il cattolicesimo, perchè sono otri stracolmi di filosofante chiesa moderna, rigorosamente falsa. Questi vescovi sono fatti di pongo. E menomale che potrebbero praticare esorcismi: ci immaginiamo la paura dei demoni nell’incontrare chi, per paura di un virus polmonitico, vieta tutte le forme di culto pubblico. Siccome, infine, non ci darete la Messa indietro, nè voi nè i vescovi delle altre regioni bloccate, almeno chiediamo di rimanere in religioso silenzio, e di portare rispetto verso chi rende culto a Dio. Invece di essere impegnato a negarne la possibilità per paura di una influenza e di ricevere critiche dalle autorità politiche, che hanno lasciato il crocifisso in cantina e costruiscono vitelli d’oro al progresso e all’umanesimo, che rigetta Dio in tutto. Questi vescovi hanno paura, perchè i fedeli hanno capito che non sono più apostoli, e non li ascoltano più: che sia occasione per loro di rivalutare il quadro clinico del ministero episcopale, forse smarrito e giunto a una obliquazione preoccupante.

Fera qui plurimum latrat, per raro mordet

Ecclesia Dei

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