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Per la libertà della Messa di sempre

Un comitato di promotori, che partecipano a titolo personale pur provenendo da diverse realtà cattoliche (come i blog Messainlatino e Campari & de Maistre, e le associazioni Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum e Ass. San Michele Arcangelo), ha voluto rendere pubblico il profondo attaccamento alla Messa tradizionale proprio quando ne sembra programmata l’estinzione.

Anche Ecclesia Dei supporta l’iniziativa del Coordinamento Nazionale del Summorum Pontificum condividendo l’iniziativa di affissione manifesti che inneggiano all’amore del Papa, alla pace e all’unità della Chiesa, e alla libertà della Messa tradizionale in latino.
Di seguito il Comunicato Stampa diffuso poche ore fa dal Comitato Organizzatore, in italiano e in inglese:


LE HEADLINES

Per amore del Papa

Questa campagna è ispirata dall’amore che tutti i cattolici portano al Papa, e desidera esserne espressione.

L’amore del Papa non è un amore servile, ma filiale. In molti ambienti ecclesiastici di oggi, purtroppo, quest’ultimo sembra recessivo rispetto all’amore servile, che, invece, è stucchevolmente eccessivo.

L’amore filiale è un amore che anela ad essere ricambiato: come tutti i figli devoti, anche chi vive la propria fede cattolica al ritmo della liturgia tradizionale desidera intensamente che chi nella Chiesa gli è padre gli mostri affetto, comprensione, vicinanza, e gli dia fiducia, ossia ne abbia un’autentica cura pastorale. «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (Lc, 11, 11-12).

L’amore filiale, poi, si nutre di parresia: non teme di dire la verità al padre, e si sforza di fare tutto ciò che è possibile perché egli dimori nella verità e nella giustizia. La verità esige, innanzi tutto, proprio di considerare i battezzati per quello che sono davvero, senza pregiudizi e al di fuori dagli stereotipi, e, soprattutto, senza filtri ideologici o politici – anche se si tratti di politica ecclesiale.

Infine, è un amore che accorre in soccorso del padre, e si sforza di unire al rispetto dovutogli la volontà operosa di preservarlo dalle azioni precipitose e ingiuste.

Per la pace e l’unità della Chiesa

La serena accettazione della liturgia tradizionale come pienamente cattolica, qual essa è e non ha mai cessato di essere, è indissolubilmente legata alla pace e all’unità della Chiesa. Esse non possono basarsi sulla rottura tra ieri e oggi, tra una teologia del passato e una del presente, tra chi aderisce ad una specie di pensiero unico ecclesiale, e chi no. La pace e l’unità della Chiesa non possono basarsi sulla creazione di qualche riserva liturgica nella quale rinserrare una minoranza, né sulla pretesa di omologare forzatamente ciò in cui, al contrario, la legittima varietà è una ricchezza. Non possono basarsi sulla sopravvenuta illegittimità o eterodossia di ciò che ha costituito per oltre un millennio il pilastro fondamentale della vita spirituale di tutti i cattolici. Ne va della credibilità stessa della Chiesa come comunità di ieri, di oggi e di domani, capace di attraversare i secoli rimanendo perennemente fedele al Signore, e così a sé stessa, a dispetto di ogni moda intellettuale o delle volubili teorie teologiche.

Per la libertà della Messa tradizionale latina

In soli pochi anni, poco più di quindici, la piena accessibilità della Liturgia tradizionale ha liberamente e spontaneamente generato un movimento crescente ormai diffuso in tutta la cattolicità, animato per lo più dai laici, e, tra questi, soprattutto da giovani e da nuove, feconde famiglie cristiane: «per quanto riguarda il caso presente, ecco ciò che vi dico: Non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti questa teoria o questa attività è di origine umana, verrà distrutta; ma se essa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerli; non vi accada di trovarvi a combattere contro Dio!» (At., 5, 38-39). Questo movimento internazionale, particolarmente incoraggiato dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, ha generato conversioni, riavvicinamenti alla fede, vocazioni sacerdotali, in proporzioni e frequenza oggi generalmente inusuali. Quale esempio migliore di ciò che costituisce realmente un segno dei tempi, e una manifestazione pienamente ortodossa della libertà dei battezzati, e del dovere di ogni laico – provvidenzialmente messo in luce negli ultimi decenni – di essere personalmente coinvolto nella responsabilità per la perfezione liturgica della Chiesa? Proprio chi ama e comprende appieno il significato della balaustra, sa che la liturgia non si arresta al di là di essa, ed ha sperimentato la profonda partecipazione ai sacri misteri che deriva dall’aderire spiritualmente, nelle forme totalmente coinvolgenti della Messa tradizionale, all’azione compiuta mirabilmente dal sacerdote in persona Christi. Perché temere questa libertà?

LE CITAZIONI DEI SOMMI PONTEFICI

La citazione della Quo Primum

È noto anche a chi abbia una conoscenza solo superficiale della storia liturgica che il Messale promulgato nel 1570 da Papa Ghislieri non è il frutto di una sua elaborazione innovativa, come se si trattasse di una creazione del Pontefice o della Commissione istituita all’uopo, ma costituisce la codificazione delle rubriche e dei testi della Messa romana, così come essa si era sviluppata secondo un processo costante e ininterrotto probabilmente dai tempi di Papa Damaso I, se non prima, traendo assai attendibilmente origine dalle forme liturgiche dell’età apostolica e patristica.

Ne è riprova, fra le tante, il fatto che il Messale del 1570 corrisponde quasi completamente ai messali romani anteriori conosciuti, e, così, anche ai primi messali a stampa, che risalgono ad un secolo prima (l’Ordo Missalis secundum consuetudinem Curiae Romanae uscì nel 1474 per i tipi del milanese Antonio Zarotto), e sono ben anteriori alla stessa crisi luterana.

La Quo Primum, dunque, esprime la volontà magisteriale del Pontefice di fare del Messale romano il paradigma liturgico universale, permanente e irrevocabile della Chiesa latina. Si tratta di una disposizione che va ben oltre il suo portato giuridico e il suo valore disciplinare, per quanto fondamentali, e che pone un limite invalicabile alla creatività liturgica di ieri, di oggi e di domani, e alla proiezione sulla liturgia – pur nella provvidenziale, doviziosa varietà dei riti legittimi – delle sperimentazioni teologiche, esposte alla normale aleatorietà delle opinioni e delle teorie scientifiche (come ammoniva Benedetto XVI, allora Card. Ratzinger, nella nota conferenza tenuta a Fontgombault nel 2001: «una cosa dovrebbe essere chiara. La liturgia non deve essere il terreno di sperimentazione per ipotesi teologiche. In questi ultimi decenni, congetture di esperti sono entrate troppo rapidamente nella pratica liturgica, spesso anche passando a lato dell’autorità ecclesiastica, tramite il canale di commissioni che seppero divulgare a livello internazionale il loro consenso del momento e nella pratica seppero trasformarlo in legge liturgica. La liturgia trae la sua grandezza da ciò che essa è e non da ciò che noi ne facciamo. La nostra partecipazione è certamente necessaria, ma come un mezzo per inserirci umilmente nello spirito della liturgia e per servire Colui che è il vero soggetto della liturgia: Gesù Cristo»).

La citazione del Messaggio di Giovanni Paolo II ai  partecipanti all’Assemblea Plenaria della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, 21 settembre 2001

Questa citazione – inserita in una allocuzione ufficiale, poi diventata parte integrante del Direttorio su Pietà Popolare e Liturgia – Principi e Orientamenti, pubblicato nel 2002 dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e tuttora presente sul sito della Santa Sede – è fra le meno note di Papa Wojtyla: forse perché, all’epoca, fu oggetto di una vera e propria censura di cui furono protagonisti perfino personalità ecclesiastiche, che venne addirittura documentata dalla stampa. L’affermazione per cui le preghiere del Messale tradizionale esprimono il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri, e rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia, mostra che l’adesione alla liturgia tradizionale è pienamente cattolica, ed implica il carattere esemplare, e il valore formativo, della Messa antica. Il suo soffocamento, dunque, costituirebbe un impoverimento reale per tutti i fedeli, anche per quelli che non seguono il Messale tradizionale; nello stesso tempo, quest’ultimo è una delle cose preziose che ogni battezzato ha il diritto di poter estrarre dal forziere della Chiesa.

La citazione del Summorum Pontificum e della relativa Lettera di accompagnamento

A differenza della citazione giovanpaolina, quelle di Benedetto XVI sono invece ben note. Esse esprimono sia l’utilità pastorale, sia la necessità spirituale della conservazione della liturgia antica come liturgia davvero viva nella Chiesa.

Già sul finire degli anni ‘90, l’allora Card. Ratzinger notava che «una comunità mette in questione sé stessa, quando considera improvvisamente proibito quello che fino a poco tempo prima le appariva sacro e quando ne fa sentire riprovevole il desiderio. Perché le si dovrebbe credere ancora? Non vieterà forse domani, ciò che oggi prescrive?» (J. Ratzinger, Il sale della terra. Cristianesimo e Chiesa Cattolica nella svolta del terzo millennio. Un colloquio con Peter Seewald, Ed. S.Paolo, 1997, p. 199).

Costruire – anzi, imporre – una soluzione di continuità tra la liturgia di ieri e la liturgia di oggi realizza una devastante divisione tra il passato e il presente, che compromette l’unità della Chiesa ed erige indebitamente lo spirito di rottura quale orientamento fondamentale della sua vita e della sua azione pastorale.

La difesa della liturgia antica, la sua preservazione come viva espressione delle fede dei credenti, la sua diffusa celebrazione, costituiscono dunque il più efficace baluardo che possiamo contrapporre alle spinte centrifughe che, purtroppo, caratterizzano dolorosamente l’attualità ecclesiale.

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