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Per una Novena cattolica

Siamo nei giorni della Novena in preparazione al Santo Natale. Ma anche in questi giorni i nostri occhi e orecchie di liturgisti e di cattolici inorridiscono di fronte a certe trovate.

Sono un grande appassionato di programmi di cucina. Nelle trasmissioni in cui vi è una competizione (Masterchef, Bake Off…) si sente spesso affermare da qualche concorrente questa frase: «Io sono un perfezionista. Se devo fare una cosa la faccio bene, alla perfezione, altrimenti neppure la faccio». Pare che questa frase venga fatta proprio anche da coloro che si occupano di liturgia, in particolare dal clero, ma al contrario: «Se bisogna fare qualcosa va fatta male, nel modo peggiore possibile». Anche su cose minime. Così, dopo aver toccato i problemi della riforma liturgica ci concentriamo su un tema molto più semplice: la Novena di Natale.

Di per sé essa non ha una struttura fissa, un rito vincolante. Esistono piuttosto delle modalità tradizionali di celebrarla, fissate nel tempo dalla fede della Chiesa. La struttura più comune è quella di una celebrazione pseudo-vesperale: in piviale, con profezie e polisalmo, il Magnificat accompagnato dalle splendide “antifone O” (sono i vari vocativi preceduti dall’interiezione, ad esempio O Oriens) con relativa incensazione e la benedizione eucaristica. Una funzione troppo bella per essere mantenuta tale e quale.

Ora, se il problema dei novatori e del nuovo corso ecclesiale fosse soltanto la pigrizia (e come negarla?) avremmo ancora tante cose uguali a prima: del resto, perché fare fatica inutile? Basta prendere quello che c’è prima, se necessario tradurlo (visto che pare sussista il dogma secondo il quale tutto deve svolgersi in lingua vernacola) e utilizzarlo. Eh no. La stanchezza di fare qualunque cosa stranamente svanisce quando c’è da introdurre celebrazioni nuove: parte l’art attack, tutti creativi nel trovare (ora dovete leggere con una voce strana e più velocemente possibile) nuove forme di pastorale liturgica capaci di attrarre nuovamente al gesto che comunica il segno che significa l’idea della felicità del Natale e della comunità celebrante che si unisce fraternamente in uno spirito di unità e di festa.

Se non avete capito niente di quel che avete letto, avete capito tutto il ragionamento. Proprio perché è retorica vuota, stupida, insensata, bisogna pensare ad una maniera altrettanto degna del campionato del cringe. Si passa quindi dalla parrocchia chiusa, dove la novena non si fa proprio perché «Dio non vuole questi gesti esteriori» a quella rimasta agli obbrobri degli anni ’80 con cartelloni brutti piazzati attorno all’altare; poi c’è il parroco cool, che piazza le slide dal computer e quello attento al sociale, che fa la novena con testi di Martin Luther King e fa cantare ai bambini Imagine di John Lennon (a proposito, leggetevi il testo e vedete se esprime proprio una visione cattolica del mondo).

Sul vestiario si passa dai più “rigorosi” che indossano addirittura camice e stola ai più gggiovani (categoria non anagrafica ma sociologica: per esempio, Jovanotti si sente gggiovane anche a 56 anni) che indossano il maglione di lana e i jeans.

Ma dove sono finite le Novene cattoliche? Quelle in cui si prega, in cui si ascoltano i vaticini della Sua venuta e Lo si adora? Spero di aver dimostrato come la pigrizia non è mai l’ultima ermeneutica: se c’è qualcosa da distruggere, da ricostruire male il tempo e le forze si trovano, perché questa è la missione data da pseudo-liturgisti che pontificano sul nulla. Così, vi lascio volentieri ai parroci in maglione che intonano «Imagine there’s no heaven and no religion too» e preferisco cantare «Regem venturum Dominum, venite adoremus»!

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