Rivestirsi di Cristo

Rivestirsi di Cristo

“La tonaca -diceva San Francesco- porta in sé il sigillo della santità”.

È sabato 29 agosto 2020, i fedeli bergamaschi si riversano nella Chiesa Cattedrale per partecipare all’ordinazione sacerdotale di 3 diaconi; la Chiesa in Bergamo si ritrova nuovamente con il proprio vescovo Francesco nella stupenda cattedrale barocca dove, solo pochi decenni fa, ogni anno venivano ordinati fra i 30 e i 40 preti all’anno, mentre oggi vederne 3 prostrati ai piedi del loro vescovo a promettere obbedienza è già una grazia.
L’ordinazione sacerdotale «è ancora un evento capace di incidere l’indifferenza diffusa verso ciò che ha sapore di fede e di Chiesa»: sono queste alcune delle parole che il vescovo rivolge ai tre nuovi ordinati, sottolineando come, in un mondo secolarizzato e lontano dalla fede, la scelta di 3 giovani di rinunciare al mondo per essere di Cristo suscita grande scalpore e incide inevitabilmente sull’indifferenza che il mondo ha verso la fede.
I tre ordinandi, iniziando il ministero sacerdotale in un mondo così difficile e duro, avranno l’arduo compito di portare ai popoli le semplici parole del Vangelo, di portare al mondo la gioia di Cristo Crocifisso, di portare a ogni uomo amato dal Signore quell’unica e vera parola che salva, Cristo stesso.

Mons. Francesco Beschi, vescovo di Bergamo

Il vescovo Francesco, si rivolge ai 3 chiamandoli: «giovani del nostro tempo e della nostra terra» e questo è indubbiamente vero, tanto che uno dei tre ordinandi, ben conscio del suo ministero, ha compiuto una scelta ordinaria che, nell’assurdo mondo disordinario in cui viviamo, ha suscitato un po’ di scalpore, sopratutto nel clero più anziano, rimasto fermo agli anni ‘70 in cui il clero vive e vuole vivere nella società che cerca il disincanto del mondo anziché la volontà di Cristo, teoria ben spiegata dall’economista e sociologo Max Weber.
Ben conscio di quello che nel presente la società cerca, il “reincanto del mondo” lo definisce il francese Pascal Bruckner, il novello sacerdote ha deciso di portare l’abito ordinario del sacerdote, l’abito talare, nella foggia romana in uso anche nella diocesi di Bergamo; fin qui sembra andare tutto bene (anche se quello che è definito dal diritto canonico come abito ordinario di ogni presbitero si trasforma stranamente nell’abito scelto dai “preti più seri”, ma questo lo vedremo in seguito) però poi un particolare attira l’attenzione di quel clero degli anni ‘70 e scatena lo “scandalo”: il novello presbitero indossa anche una semplice fascia con le frange e questo dettaglio ha spinto il Rev.mo Mons. Alberto Carrara a scrivere un commento su facebook, sostenendo anzitutto che il clero bergamasco può portare la talare ma non la fascia.
Questa è, purtroppo per il monsignore, falso: la fascia nera con le frange è un accessorio all’abito talare sia per i sacerdoti semplici sia per i diaconi transeunti e, come si evince dalla tradizione, è concessa anche a chi serve all’altare, sopratutto nelle funzioni di cerimoniere, anche qualora questi fosse laico.
Da questo ne deriva chiaramente come non solo non sia illecito indossarla (se poi volessimo addentrarci nel tema, vi sono condizioni che addirittura la richiederebbero, espressamente) ma anche che spettino al sacerdote eventuali considerazioni in merito al suo uso o non uso e non certo a terzi.
Non mi risulta poi che la diocesi di Bergamo adotti una talare differente dalla romana classica, per quanto possano esistere realtà diocesane ove si prediliga l’uso della talare bresciana o ambrosiana in forza di una precedente appartenenza di quei territori e di quelle parrocchie alle diocesi vicinie che posseggono invece un abito talare più o meno differente da quello romano.
Mons. Carrara prosegue poi nel suo pensiero: “Perché alla fine uno potrebbe pensare: ci sono preti poco seri che vestono laicamente, ci sono preti abbastanza seri che mettono il clergyman, ci sono preti seri che vanno con la talare, e ci sono preti serissimi che si mettono anche la fascia… Il giorno della prima messa avrei preferito l’affermazione di una fraternità più che l’ardore di una distinzione.”

Mi permetto di far notare anzitutto che l’abito non è una questione di serietà, come ben diceva anche Santa Veronica Giuliani: “Sento tanta fede nell’abito religioso che il solo baciarlo apporta contentezza”; in secondo luogo, vorrei sottolineare nuovamente come l’abito talare sia l’abito ordinario del sacerdote, cosa ribadita più volte dal Concilio Ecumenico Vaticano II, mentre il “clergy” è un abito straordinario, da utilizzarsi solo in casi di particolari necessità, così come è stato più volte ribadito anche dalla CEI, per quanto ultimamente nemmeno i vescovi sembrano ricordarsi ciò che la Santa Chiesa insegna e i pastori ribadiscono.
L’abito proprio del ministero sacerdotale in tutte le sue forme è l’abito talare e ogni altro modo di vestire, “clergy” a parte, non è consentito dal diritto e dovrebbe essere ridimensionato alle sole effettive necessità, clergy compreso: il pigiama si usi solo per dormire, la tuta solo per correre, il costume solo per nuotare, e via di questo passo, altrimenti ogni cosa perde il suo senso; questo sembra essere un problema tropico dei preti, perché non mi pare che infermieri, medici, giudici, … si vestano nelle maniere più stravaganti e ostracizzino l’abito proprio della loro professione.

A riprova di questo, riporto il direttorio che la Congregazione per il Clero, in data 31 gennaio 1994, ha emanato per il ministero e la vita dei presbiteri, il quale, al n° 66, recita: “In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire, è particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità, anche per l’abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e della sua identità di detentore di un ministero pubblico. Il presbitero dev’essere riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa. Per questa ragione, il chierico deve portare “un abito ecclesiastico decoroso, secondo le norme emanate dalla Conferenza episcopale e secondo le legittime consuetudini locali”. Ciò significa che tale abito, qualora per casi eccezionali non sia quello talare, deve essere diverso dalla maniera di vestire dei laici e conforme alla dignità e alla sacralità del ministero; “la foggia e il colore debbono essere stabiliti dalla Conferenza dei Vescovi, sempre in armonia con le disposizioni del diritto universale. Per la loro incoerenza con lo spirito di tale disciplina, le prassi contrarie non si possono considerare legittime consuetudini e devono essere rimosse dalla competente autorità; fatte salve situazioni del tutto eccezionali, il non uso dell’abito ecclesiastico da parte del chierico può manifestare un debole senso della propria identità di pastore interamente dedicato al servizio della Chiesa”.
Perseguendo la grande bontà propria della Chiesa, il Pontificio Consiglio per l’Interpretazione dei Testi Legislativi ha emanato, in data 22 ottobre 1994, una precisazione circa il valore vincolante del n° 66 che abbiamo riportato prima, nella quale, fra l’altro, si afferma che: “I Vescovi diocesani costituiscono, inoltre, l’autorità competente per sollecitare l’obbedienza alla predetta disciplina e per rimuovere le eventuali prassi contrarie all’uso dell’abito ecclesiastico (cfr. can. 392, § 2).”

Sua Ecc. Rev. Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano in mezzo alle guglie del Duomo di Milano

Ecco allora che, a fronte di quanto detto, mi sento particolarmente vicino a questo novello sacerdote della diocesi a cui appartengo e gli auguro, a lui che ha molto capito il senso del suo ministero e l’importanza di ogni gesto che compie, davvero tanto bene: possano, un giorno, le sue mani benedette benedirmi, assolvermi, donarmi pace e serenità, compiti cardine del ministero sacerdotale.
Se poi a Mons. Carrara piacciono i preti che celebrano messa in infradito e pantaloncini corti, de gustibus! Sicuramente non dovrà risponderne a me, ma alla Santa Chiesa e a Dio: io non posso che auguragli ogni bene, il principale dei quali sia la fecondità dei doni che ha ricevuto dallo Spirito Santo, i quali mi auguro possano permettergli di riconsiderare le sue affermazioni non a fronte del mio commento ma in rapporto al Magistero della Chiesa e all’insegnamento dello stesso Cristo.
Mi permetto tuttavia di sperare che questi sacerdoti, al posto di criticare i propri confratelli che tanto bene fanno, pensino alla situazione della Chiesa attuale, alle vocazioni sempre calanti e al numero sempre crescente di fedeli che lasciano la Chiesa per colpa di preti, divenuti, come diceva Benedetto XVI, “assistenti sociali”.
Come insegna il Vangelo, torniamo a scoprire l’importanza di saper proporre sia l’antico sia il nuovo, sia la tradizione sia la contemporaneità, così da poter arrivare a tutti, tramandando quello che la Chiesa ha sempre insegnato e attualizzando quello che Cristo da duemila anni continua a ripetere.

“Inviati da Cristo per l’annuncio del Vangelo, abbiamo un messaggio da trasmettere, che si esprime sia con le parole, sia anche con i segni esterni, soprattutto nel mondo odierno che si mostra così sensibile al linguaggio delle immagini. L’abito ecclesiastico, come quello religioso, ha un particolare significato: per il sacerdote diocesano esso ha principalmente il carattere di segno, che lo distingue dall’ambiente secolare nel quale vive; per il religioso e per la religiosa esso esprime anche il carattere di consacrazione e mette in evidenza il fine escatologico della vita religiosa. L’abito, pertanto, giova ai fini dell’evangelizzazione ed induce a riflettere sulle realtà che noi rappresentiamo nel mondo e sul primato dei valori spirituali che noi affermiamo nell’esistenza dell’uomo. Per mezzo di tale segno, è reso agli altri più facile arrivare al Mistero, di cui siamo portatori, a Colui al quale apparteniamo e che con tutto il nostro essere vogliamo annunciare”. San Giovanni Paolo II

Ecclesia Dei

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