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SANTI

San Giuseppe lavoratore

Gesù è chiamato il “figlio del carpentiere”. In Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano,
come dovere e perfezionamento dell’uomo, servizio della comunità,
prolungamento dell’opera del Creatore, e contributo al piano della salvezza..



 

Don Riccardo Pecchia  |  01 Maggio 2021  |  Tempo di lettura: 3 minuti

 

SANTI

San Giuseppe lavoratore

Gesù è chiamato il “figlio del carpentiere”. In Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell’uomo, servizio della comunità, prolungamento dell’opera del Creatore, e contributo al piano della salvezza.

Don Riccardo Pecchia
01 Maggio 2021
Tempo di lettura: 3 minuti

 

Gesù è chiamato il “figlio del carpentiere”. In Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell’uomo, servizio della comunità, prolungamento dell’opera del Creatore, e contributo al piano della salvezza. Pio XII istituì nel 1955 la festa di «san Giuseppe artigiano» per dare un protettore ai lavoratori e un senso cristiano alla «festa dei lavoro». Giuseppe, falegname a Nazareth, provvede alle necessità di Maria e Gesù e inizia il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la Festa del Lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono. Giuseppe, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita, sembra essere il segno distintivo di Giuseppe. Il Nuovo Testamento non attribuisce a Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già morto, (alle nozze di Cana, infatti, non lo si nomina) e, non sappiamo né dove né quando sia morto, non conosciamo la sua tomba. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nella Bibbia è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, quale espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale.
Se, nel frattempo, veniva concepito un figlio, lo sposo copriva con il suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era offensiva: la morte dell’adultera era la “lapidazione”. Ora nel Vangelo di Matteo leggiamo che «Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto». Mentre è ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te, Maria tua sposa, perché Colui che è generato in lei, viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,19-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. Egli ubbidisce prontamente all’Angelo e in questo modo dice il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al “sì” di Maria dobbiamo anche pensare al “sì” di Giuseppe al progetto di Dio, egli fa vincere l’Amore. La Chiesa «battezza» oggi la festa del lavoro per proclamare il valore reale del lavoro, per approvare e benedire l’azione delle classi lavoratrici nella lotta che esse continuano, in alcuni paesi, per ottenere maggiore giustizia e libertà. La Chiesa fa questo anche per domandare a tutti i suoi fedeli di riflettere sugli insegnamenti dati dalla gerarchia ecclesiastica soprattutto con le Encicliche «Mater et Magistra» di papa Giovanni XXIII, «Populorum progressio» di Paolo VI e «Laborem exercens» di Giovanni Paolo II.
 
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