San Leopoldo Mandić - Ecclesia Dei

di Don Riccardo Pecchia

San Leopoldo Mandić (al secolo Bogdan Ivan Mandić), nacque a Castelnuovo di Cattaro (odierna Herceg-Novi, Montenegro) il 12 maggio 1866, da una famiglia cattolica croata. Fin da ragazzo, Bogdan dimostrò una spiccata pietà, nobiltà d’animo e impegno nella scuola. Presto egli si sentì portato alla vita religiosa. Bogdan maturò la decisione di entrare nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini. Fu accolto prima nel seminario di Udine e poi, a 18 anni, il 2 maggio 1884 a Bassano del Grappa (Vicenza) dove vestì l’abito religioso, ricevendo il nome di Leopoldo e impegnandosi a vivere la regola di san Francesco d’Assisi. Continuò gli studi filosofici e teologici a Padova e a Venezia, dove fu ordinato sacerdote il 20 settembre 1890. Leopoldo sin dal 1887, si era sentito chiamato a promuovere l’unione dei cristiani separati con la Chiesa cattolica. Nella prospettiva di un ritorno nella terra natia come missionario, si dedicò all’apprendimento di diverse lingue slave, e di un pò di greco moderno. Fece domanda di partire per le missioni d’Oriente nella propria terra, secondo quell’ideale ecumenico, divenuto poi voto, che coltiverà fino alle fine dei suoi giorni, ma la salute cagionevole sconsigliò i superiori dall’accettare la richiesta. Infatti, a causa dell’esile costituzione fisica e di un difetto di pronuncia, non poteva dedicarsi alla predicazione. I superiori pertanto lo destinarono a servizio delle anime, quale ministro della riconciliazione.

Nel settembre del 1897, ricevette l’incarico di presiedere il piccolo convento cappuccino di Zara in Dalmazia. Durò poco la speranza di poter realizzare l’aspirazione alla missione: già nell’agosto 1900 fu richiamato a Bassano del Grappa (Vicenza) come confessore. A Padova arrivò nella primavera 1909. A partire dall’autunno 1914, a 48 anni, ebbe l’impegno esclusivo nel ministero della confessione. Fortemente legato alla sua terra d’origine, Leopoldo aveva mantenuto la cittadinanza austriaca. La scelta, motivata dalla speranza che i documenti d’identità favorissero un suo ritorno missionario in patria, si muta però in problema, nel 1917, fu sottoposto a indagini di polizia e, visto che non intendeva rinunciare alla cittadinanza austriaca, venne mandato al confino. A fine settembre del 1917, raggiunse il convento dei Cappuccini di Tora (Caserta), dove iniziò a scontare il provvedimento di confino politico. L’anno successivo passò al convento di Nola (Napoli) e poi di Arienzo (Caserta). Al termine della Prima Guerra Mondiale fece ritorno a Padova. Il 27 maggio 1919 giunse al convento dei cappuccini di Padova, dove riprese il proprio posto nel confessionale. Nel 1923 fu trasferito a Fiume (Croazia), ma dopo poche settimane, su insistenti richieste dei padovani, ebbe l’ordine di ritornare nella loro città, dove rimase fino alla morte. Lì, nella sua angusta cella-confessionale continuò ad accogliere numerosi penitenti, ascoltandoli, incoraggiandoli e consolandoli. Negli ultimi mesi del 1940 la sua salute andò sempre più peggiorando. All’inizio di aprile 1942 fu ricoverato all’ospedale: ignorava di avere un tumore all’esofago. Rientrato in convento continuò a confessare, pur in condizioni sempre più precarie. Com’era solito fare, il 29 luglio 1942 confessò senza sosta, trascorrendo poi gran parte della notte in preghiera. All’alba del 30 luglio, nel prepararsi alla santa messa, svenne. Riportato a letto, ricevette il sacramento dell’unzione degli infermi. Pochi minuti dopo, mentre recitava le ultime parole della preghiera Salve Regina, tendendo le mani verso l’alto, spirò. Morì il 30 luglio 1942

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