TEOLOGIA

Se veramente esiste un Inferno

Fin dalle origini si trova l’esistenza di un inferno eterno di fuoco,
chiaramente affidato ai più antichi libri conosciuti, quelli di Mosè.
Io non li cito qui se non da un punto di vista puramente storico.



 

Mons. De Segùr (a cura di Edoardo Consonni)  |  21 Dicembre 2021  |  Tempo di lettura: 2 minuti

 

TEOLOGIA

Se veramente esiste un Inferno

Fin dalle origini si trova l’esistenza di un inferno eterno di fuoco, chiaramente affidato ai più antichi libri conosciuti, quelli di Mosè. Io non li cito qui se non da un punto di vista puramente storico.

Mons. De Segùr (a cura di Edoardo Consonni)
21 Dicembre 2021
Tempo di lettura: 2 minuti

 

C’è l’inferno: è la credenza di tutti i popoli, in tutti i tempi.

Ciò che tutti i popoli hanno sempre creduto, in tutti i tempi, costituisce ciò che si chiama una verità di senso comune, o meglio, di comune sentimento universale. Se qualcuno si rifiuta di ammettere una di queste grandi verità universali, non avrebbe, come si dice giustamente, il senso comune. Bisogna essere folli, in effetti, per pensare che si possa aver ragione contro tutto il mondo. Ora in tutti i tempi, dall’inizio del mondo fino ai nostri giorni, tutti i popoli hanno creduto all’inferno. Sotto un nome o un altro, in forme più o meno alterate, essi hanno ricevuto, conservato e proclamato, la credenza in castighi terribili, in castighi senza fine, in cui appare sempre il fuoco, per punire i malvagi, dopo la morte. Questo è un fatto certo, così luminosamente stabilito dai nostri grandi filosofi cristiani, tanto che è superfluo darsi la pena di provarlo. Fin dalle origini si trova l’esistenza di un inferno eterno di fuoco, chiaramente affidato ai più antichi libri conosciuti, quelli di Mosè. Io non li cito qui se non da un punto di vista puramente storico. Il nome stesso dell’inferno si trova a chiare lettere. Così nel sedicesimo capitolo del libro dei Numeri, noi vediamo i tre leviti, Goré, Dathen ed Abiron che avevano blasfemato Dio, ribellandosi a Mosè: “Inghiottiti vivi nell’inferno”, ed il testo ripete: “ … e discesero vivi nell’inferno” “descenderuntque vivi in infernum”; ed il fuoco, “ignis” che il Signore ne fece uscire, divorò altr i duecentocinquanta altri ribelli”. Ora, Mosè scrive questo più di sedici secoli prima della nascita di Nostro Signore, vale a dire quasi tremila e cinquecento anni fa. Nel Deuteronomio, il Signore dice, per bocca di Mosè. “ il fuoco è stato acceso nella mia collera ed i suoi ardori penetreranno fino alle profondità dell’inferno “ardebit usque, ad inferna novissima”. Nel libro di Giobbe, egualmente scritto da Mosè, a testimonianza dei più grandi sapienti, gli empi, per cui la vita abbonda di beni, e che dicono a Dio “noi non abbiamo bisogni di Voi, non vogliamo la vostra legge; perché servirVi e pregarVi!”, questi empi cadono tutto ad un tratto nell’inferno “in puncto ad inferna descendunt”. Giobbe chiama l’inferno “la regione delle tenebre, la regione sprofondata nelle ombre della morte, la regione del dolore e delle tenebre, in cui non c’è alcun ordine, ma vi regna l’orrore eterno “sed sempiternus horror inhabitat”. Ecco già delle testimonianze più che rispettabili, e che risalgono alle origini storiche più remote. Mille anni prima dell’era cristiana, quando non c’era ancora né storia greca, né storia romana, Davide e Salomone parlano frequentemente dell’inferno come di una grande verità, talmente conosciuta e riconosciuta da tutti, per cui non c’è neppure bisogno di dimostrarlo. Nel suo libro dei Salmi, Davide tra l’altro, parlando dei peccatori, dice: “che essi siano gettati nell’inferno, “revertantur peccatores in infernum”. Che gli empi siano confusi e precipitati nell’inferno, “et deducantur in infernum”. E altrove parla dei dolori nell’inferno “dolores inferni”. Salomone non è meno formale. Ricordando i propositi degli empi che vogliono sedurre e perdere il giusto, egli dice: « Divorano ogni vivente, come fa l’inferno, “sicut infernus” ». E in questo famoso passaggio del Libro della Sapienza, dove egli descrive ammirevolmente la disperazione dei dannati, aggiunge: « ecco ciò che dicono nell’inferno, coloro che hanno peccato; perché la speranza dell’empio svanisce come il fumo portato dal vento ». In un altro dei suoi libri, l’Ecclesiastico, egli dice ancora: « la moltitudine dei peccatori è come un fardello di stoppa; ed il loro fine ultimo, è la fiamma del fuoco, “flamma ignis”; questo sono gli inferi, e le tenebre e le pene, et in fine illorum inferi, et tenebrae, et paenae ». Due secoli dopo, più di ottocento anni prima di Gesù Cristo, il grande profeta Isaia diceva a sua volta “Come tu sei caduto dall’alto del cielo, o lucifero? Tu che dicevi nel tuo cuore: “io salirò fino al cielo, io sarò simile all’Altissimo” ti vedo precipitato nell’inferno, in fondo all’abisso, “ad infernum detraheris, in profundum laci”. Per questo “abisso”, per questo misterioso “stagno”, noi vedremo più avanti che bisogna intendere questa spaventosa massa liquida di fuoco che la terra avvolge e nasconde, e che la Chiesa stessa ci indica come il luogo propriamente detto dell’inferno. Salomone e Davide parlano anch’essi di un abisso bruciante. In un altro passaggio delle sue profezie, Isaia parla del fuoco, del fuoco eterno dell’inferno. “I peccatori, egli dice, sono pieni di spavento. Chi di voi potrà entrare nel fuoco che divora, nelle fiamme eterne “cum ardoribus sempiternis?” – Il Profeta Daniele, vissuto duecento anni dopo Isaia, dice, parlando della resurrezione ultima e del giudizio: « E la moltitudine di coloro che dormono nella polvere, si sveglierà, gli uni per la vita eterna, gli altri per un obbrobrio che non finirà mai ». testimonianza simile da parte di altri Profeti, fino al precursore del Messia, san Giovanni Battista, che parla anch’egli al popolo di Gerusalemme del fuoco eterno dell’inferno, come una verità da tutti conosciuta, e della quale nessuno ha mai dubitato. « Ecco il Cristo che si avvicina, esclama, Egli vaglierà il suo grano, raccoglierà il frumento (gli eletti) nei granai; quanto alla paglia (i peccatori) Egli li brucerà nel fuoco che non si spegne mai. In “igne inestinguibili” ». – L’antichità pagana, greca e latina, ci parla ugualmente dell’inferno, e dei suoi terribili castighi che non avranno mai fine. Sotto forme più o meno esatte, a seconda che i popoli si allontanavano più o meno dalle tradizioni primitive e dagli insegnamenti dei Patriarchi e dei Profeti, vi si ritrova sempre la credenza in un inferno, un inferno di fuoco e di tenebre. Tale era il Tartaro dei greci e dei latini. « Gli empi che hanno disprezzato le sante leggi, sono precipitati nel tartaro per non uscirne mai, e per soffrivi tormenti orribili ed eterni », dice Socrate, citato da Platone, suo discepolo. E Platone ancora dice: « Si deve prestar fede alle tradizioni antiche e sacre che insegnano che dopo questa vita l’anima sarà giudicata e punita severamente se non ha vissuto in modo conveniente ». Aristotele, Cicerone, Seneca, parlano di queste stesse tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Omero e Virgilio le hanno rivestite dei colori dei loro versi immortali. Chi non ha letto della discesa di Enea agli inferi, ove, sotto il nome di “Tartaro”, di Plutone, etc. noi ritroviamo le grandi verità primitive, sfigurate ma conservate dal paganesimo? I supplizi dei malvagi sono eterni; ed uno di essi ci viene ritratto come “fissato, eternamente fissato nell’inferno”. Che questa credenza sia universale, incontestabile ed incontestata, lo stesso filosofo scettico Bayle, è il primo a costatarlo, a riconoscerlo. Il suo confratello in voltairianesimo ed in empietà, l’inglese Bolingbroke lo confessa con uguale franchezza. Egli dice formalmente: « La dottrina di uno stato futuro di ricompensa e di castigo sembra perdersi nelle tenebre dell’antichità; essa precede tutto quel che sappiamo di certo. Dal momento che iniziamo a sbrogliare il caos della storia antica, noi ritroviamo questa credenza in modo solido nello spirito delle prime nazioni che noi conosciamo ». Se ne ritrovano i frammenti fin tra le informi superstizioni dei selvaggi dell’America, dell’Africa e dell’Oceania. Il paganesimo dell’India e della Persia ne conserva vestigia impressionanti, ed infine il maomettanesimo annovera l’inferno nel numero dei suoi dogmi. In seno al Cristianesimo, è superfluo dire che il dogma dell’inferno è fortemente insegnato come una delle grandi verità essenziali, che servono come base di tutto l’edificio della Religione. Finanche gli stessi protestanti che hanno distrutto tutto con la loro folle dottrina del “libero esame”, non hanno osato toccare l’inferno. Cosa strana ed inesplicabile in mezzo a tante rovine, Lutero, Calvino e gli altri hanno dovuto lasciare in piedi questa verità terrificante, che doveva pur essere a loro personalmente così inopportuna! Dunque, tutti i popoli, in tutti i tempi, hanno conosciuto l’esistenza dell’inferno. Questo dogma terribile fa parte allora di questo tesoro delle grandi verità universali, che costituiscono la luce dell’umanità. Pertanto un uomo appena sensato non può metterlo in dubbio dicendo, nella follia di un’orgogliosa ignoranza: “Non c’è l’inferno!”. In conclusione, quindi: l’inferno c’è!
 
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