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Siamo nati per stare insieme

In questi giorni di fine ottobre, rispetto ai mesi estivi, si moltiplicano le “minacce” di chiusure e di divieti sempre più stringenti a tutela della nostra salute fisica; se da un lato la salute fisica è necessaria per la vita, dall’altro è bene che sopra a questa ve ne sia un’altra, ancora più importante per la nostra esistenza: quella della psiche, che nelle decisioni di confinamento dei primi mesi dell’anno non sembra essere stata debitamente considerata, tanto che gli psicologi hanno trovato posto nel CTS solamente in un secondo momento.

Indubbiamente, durante il confinamento sia la psiche che il corpo hanno subito conseguenze e segni profondi, soprattutto in merito alla vita sociale, richiesta dalla natura umana, poiché senza il rapporto con l’altro l’esistenza stessa risulta svuotata e diviene sempre più fragile.

Aristotele sosteneva che “l’uomo è per sua natura un animale sociale”: l’uomo necessita di un continuo confronto e rapporto con gli altri, infatti, come mostra l’epistemologia, è proprio la socialità a permettere il processo della conoscenza, tanto che risulta impossibile trovare in se stessi il sapere, ma proprio grazie all’esperienza maturata sulla natura e sull’altro, il proprio affine, è possibile arricchirsi, formarsi e aprirsi a nuove conoscenze, idee e punti di vista.


Anche Hegel nella sua filosofia di vita ha ribadito la necessità per l’uomo di intrattenere rapporti interpersonali e sociali, sostenendo che la coscienza umana è incapace di comprendersi e riconoscersi autonomamente e che, per comprendere e amare se stessi, è necessario il confronto con l’altro; possiamo essere “per noi” solo se siamo “per l’altro”: la Fede Cattolica ci ricorda che non è possibile amare se stessi se prima non si ama Dio, rivolgendo poi questo amore verso di sé e verso il proprio prossimo, poiché il prossimo è necessario per non rimanere vuoti e chiusi, ma tutto ciò può essere presente solamente in un mondo di ampia socialità.
Per l’uomo i rapporti e i confronti sono veri e propri bisogni insostituibili, tanto che la psicologia considera la persona come un soggetto che si costruisce e ricostruisce nelle interazioni e nelle relazioni sociali, formando la propria identità sociale, e sottolinea come il riscontro con la società cui si appartiene debba essere continuo.

Nei mesi della prima chiusura, chiaramente ed indiscutibilmente necessaria, è venuta meno la parte “fisica” della socialità e sono sorte distanze sociali che hanno causato o accentuato problemi in molte persone, essendo state obbligate a restare in casa. Secondo l’OMS, già l’utilizzo del termine “distanza sociale”, che indica un distanziamento non solo a livello fisico ma anche a livello sociologico, è stato deleterio, portando le persone a intendere negativamente la “socialità”, tanto che il professor Martin W. Bauer ha constatato: «fin dall’inizio mi sono accorto che “distanziamento sociale” era un’infelice scelta linguistica, poiché quello che si intendeva veramente era “distanziamento fisico”».

Per molti mesi sono mancati quel contatto fisico, quell’affettività sana e quella vicinanza reale che sono necessarie alla vita dell’uomo: basti ricordare quanto dimostrato dagli esperimenti di Spitz e di altri studiosi di psicologia infantile, osservando come un bambino che si nutre di cibo e non di affetto si lascia morire, e sottolineando come questa socialità sia necessaria alla vita umana.

In questo secolo abbiamo certamente molti validi strumenti (social network, chat, chiamate audio e video, …) che ci aiutano a colmare questi temporanei vuoti affettivi, ma dobbiamo domandarci se queste forme di “socialità a distanza” possono veramente sostituire quelle “in presenza”: la risposta non può essere affermativa nel lungo tempo, poiché se nel breve termine può essere sopportabile un rapporto sociale “unicamente digitalizzato”, nel lungo termine questo rapporto da solo non può resistere.
Nei giorni scorsi siamo stati bombardati dai media con immagini “spaventose” e con frasi provocatorie del Presidente del Consiglio, che suonano quasi come una sorta di minaccia a quei nostri comportamenti tipici di una vita normale: certo lo scopo di tutto questo è, seppur attraverso uno shock che appare brutale, quello di sensibilizzarci affinché tutti contribuiamo seriamente al contenimento della pandemia, e non a torto visto il continuo peggiorare della situazione; tuttavia, bisogna considerare anche come dalla fine dell’estate, quando si è ricominciato a parlare di possibili lockdown e/o restrizioni, i livelli di stress siano tornati sempre più a crescere, tanto da stimare che il 59% degli italiani abbia un livello di stress medio-alto: David Lazzarri, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, denuncia, infatti, come l’Italia non abbia attualmente le risorse psicologiche per reggere un nuovo lockdown.

Queste situazioni di necessario confinamento e di “sensibilizzazione aggressiva”, sommate ai problemi economici, hanno causato nel mondo un notevole aumento dei suicidi, legati per lo più a risposte sbagliate rispetto al fronteggiamento di stress, panico diffuso (causato spesso anche dai media), ansia, recessioni economiche, lutti e correlate depressioni, perdite di casa o lavoro, allentamento delle relazioni, isolamento, ritiro sociale e limitazione dei contatti interpersonali; non da meno anche i “sopravvissuti” e gli operatori sanitari, possibili oggetti di stigmatizzazione e quindi di esclusione da parte della famiglia e dell’intera comunità. Indubbiamente bisognerà domandarsi come agire tanto a livello personale quanto a livello di stato: certamente facendo attenzione ad alcuni “indizi” che evidenziano nella vita delle altre persone un rischio suicidario e cercando ovviamente di comprenderle e aiutarle; a livello statale, si dovrebbero poi aumentare i servizi legati alla salute mentale e quelli, socialmente utili, che offrono una chiacchierata amichevole o la semplice vicinanza, tuttavia in Italia gli investimenti pubblici in questo settore sono, rispetto al resto dell’Europa, largamente minori.

In una società che si crede sempre più onnipotente e capace di vivere in eterno, tutto questi alimenta l’idea di curare solamente la salute fisica, non pensando a quella mentale, e questo è molto grave: è meglio, infatti, possedere un corpo malato ma una mente sana, piuttosto che vivere in un corpo sano ma con una mente che non funziona più a dovere; diceva Ezio Bosso due giorni prima di morire: “è pericoloso parlare di “distanziamento sociale” perché questo porta all’isolamento sociale e fa perdere l’umanità. Una delle nostre funzioni di “uomini che si occupano degli altri” è quella di dare sì delle regole, ma di ricordare a tutti che siamo nati per stare insieme, con i nostri dovuti momenti di solitudine.”

“Non dobbiamo assolutamente favorire il diffondersi di timori esagerati che possano portare a una corrosione profonda della salute mentale ed emotiva. […] Non possiamo permetterci che, di giorno in giorno, l’unico criterio sia chiudersi in casa. Senza demordere da tutte le attenzioni dovute, come la mascherina, l’igiene delle mani e il distanziamento, dobbiamo continuare a vivere.”
Monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla