"Siediti, cuore mio" - Ecclesia Dei

“Siediti, cuore mio” 

L’esperienza ci insegna infatti che un’amicizia è veramente profonda solo quando è possibile rimanere in silenzio con l’altro. Finché si ha bisogno di parlare per mantenere il contatto, vuol dire che il rapporto è ancora superficiale. Così avviene nel rapporto col Signore: la nostra preghiera è approdata alla maturità quando abbiamo imparato a sentirci bene accanto a Lui, in silenzio.

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Che cosa si intende per “orazione mentale”?

Il Catechismo (n. 997) chiama l’orazione mentale “orazione di raccoglimento” e la descrive con queste parole:

«Con l’andar del tempo l’esercizio della meditazione (che consiste nel riflettere su qualche verità della fede, per crederla con più convinzione, amarla come un valore attraente e concreto, praticarla con l’aiuto dello Spirito Santo… implica riflessione, amore e proposito pratico: n. 996) si semplifica, il cuore prevale sulla riflessione. Si arriva gradualmente all’orazione di raccoglimento. Ci si libera da immagini e pensieri particolari, da ricordi, preoccupazioni e progetti. Si rivolge una semplice attenzione amorosa a Dio, a Gesù Cristo, a qualche sua perfezione, a qualche evento salvifico. Si rimane in atteggiamento di amore silenzioso davanti al Signore presente nel nostro intimo. Ci si lascia trasformare dal suo Spirito, che può causare consolazione o desolazione, ma senz’altro purifica e fortifica nella carità. Quando il fervore di questa esperienza si attenua, è bene ritornare alla meditazione discorsiva o alla preghiera vocale». 

Il combattimento della preghiera

Colui che si intente intraprendere una vita di preghiera si accorgerà presto che più si vuole pregare, più tale azione diventa difficile. Perché?  La preghiera è un atto interiore, spirituale: e gli atti interiori risultano pesanti per noi che siamo fatti di materia e protesi verso tutto ciò che è sensibile, ovvero che colpisce i sensi. Questo è vero soprattutto oggi per noi, che viviamo sommersi da un fiume di immagini, di parole, di suoni e di sensazioni. La preghiera è un atto che coinvolge l’intelligenza ed il cuore, e dunque un impegno faticoso. Di solito è più semplice lavorare con le mani che con la testa, e anche chi si reputa un intellettuale lavora maggiormente con la fantasia o con la sola intelligenza che con cuore ed intelligenza insieme.  La preghiera è un comunicare con l’invisibile: pregando noi non vediamo, non sentiamo e non tocchiamo il nostro interlocutore, che è il Signore: non meravigliamoci se fatichiamo a conservare su di Lui la nostra attenzione, le distrazioni ci sono e rimarranno per sempre.

 C’è poi il mistero del male e l’azione del grande Tentatore-Accusatore (Satana o Diavolo, il separatore, il divisore), che per definizione cerca di distogliere l’uomo dall’unione con Dio e dunque pone tanti ostacoli sul nostro cammino verso una preghiera più profonda e più vera. Ma con la Pasqua del Signore a noi è stato donato il Paraclitos: l’Avvocato-difensore che è seduto al nostro fianco ed alimenta nel nostro cuore la fiducia-parresia che è propria di chi ha conosciuto ed accolto la “buona notizia” di essere divenuto figlio amato nel Figlio Unigenito.

 “Quando pregate, non sprecate parole come i pagani” (Mt 6,7).

L’amore e l’amicizia sono veramente profondi solo quando è possibile rimanere in silenzio con l’altro. Finché si ha bisogno di parlare per mantenere il contatto, vuol dire che il rapporto è ancora superficiale. Così avviene nel rapporto col Signore: la nostra preghiera è approdata alla maturità quando abbiamo imparato a sentirci bene accanto a Lui, a non temere di stare in silenzio sotto il suo sguardo. Se siamo impegnati ad amare non con la lingua, ma con i fatti e nella verità, “davanti a Lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri, perché Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” (1 Gv 19-20). Egli sa che siamo piccoli e fragili, e ci ama già così come siamo. L’importante è rimanere nella Sua volontà e in cammino sotto il Suo sguardo.

 Ma l’ostacolo maggiore per giungere ad un’autentica esperienza contemplativa credo che sia l’inquietudine del nostro cuore, che ci fa sentire poco amabili e ci porta a dubitare continuamente di essere graditi al Signore. E stare a lungo in silenzio vicino ad una persona che riteniamo non sia contenta della nostra presenza e che non percepiamo ben disposta verso di noi ci mette a disagio e ci risulta difficile. Insoddisfatti come siamo di noi stessi, temiamo che lo sia di noi anche il Signore, e allora siamo tentati di sottrarci al suo sguardo. 

Qualcuno potrebbe chiedersi: ma davvero la preghiera personale è così importante? Non basta quella comunitaria, in particolare quella che viviamo con la Chiesa attraverso la Liturgia e i Sacramenti?

Una prima risposta ce la dà san Giovanni Crisostomo: “La preghiera personale e quella liturgica stanno tra loro come la brace e l’incenso: se non c’è la brace, non brucia l’incenso”.

Da una parte è vero infatti che uno dei frutti della preghiera è il fatto di entrare progressivamente in una più profonda conoscenza di Dio. Non un Dio riguardo al quale ci accontentiamo di alcune idee ereditate dalla nostra educazione o dalla nostra cultura, o ancora un Dio che sarebbe il prodotto dei nostri giudizi personali, ma il Dio vero. La preghiera ci permette di passare dalle nostre idee su Dio, dalle nostre rappresentazioni (spesso false) a un’esperienza di Dio. È molto diverso. L’oggetto principale di questa rivelazione personale di Dio, frutto essenziale della preghiera, è conoscerlo come Padre. Per mezzo di Cristo, nella luce dello Spirito, Dio si rivela come Padre tenero e misericordioso.

“Siediti, cuore mio”

Ma è vero anche che l’uomo può conoscersi veramente solo nella luce di questo Dio. Tutto ciò che può conoscere di sè stesso mediante mezzi umani (esperienza della vita, psicologia ecc.) non è da disprezzare. Ma ciò dà solo una conoscenza limitata e parziale del suo essere. Egli ha accesso alla sua identità profonda solo nella luce di quel Dio che si è rivelato pienamente come Padre tenero e misericordioso nel volto del Cristo crocifisso e risorto. Questa scoperta di Dio come Padre, frutto che matura con la fedeltà all’orazione, è la cosa più preziosa al mondo, il più grande dei doni dello Spirito.

Se non impariamo a coltivare tempi di silenzio, avremo solo distrazione, diversione, quel divertissement che Pascal indicava come l’ostacolo principale alla conversione a cui ci chiama il Signore e che costituisce il solo percorso verso una vita pienamente umana. Infatti, siamo all’apice della nostra umanità solo quando viviamo da figli di Dio in quel Figlio Unigenito “che gli basta sempre in tutto e per il quale ha fatto a noi cose tanto grandi” come dice S. Francesco d’Assisi ( FF 66). La contemplazione – come sosta silenziosa e serena sotto lo sguardo di quel Dio il cui volto è quello stesso di Gesù – è allora l’espressione più alta dell’amore. Essa si attua quando dal colloquio fatto con le parole si è giunti alla possibilità di dialogare con un silenzio che esprime ancor meglio il bene che ci si vuole. L’esperienza ci insegna infatti che un’amicizia è veramente profonda solo quando è possibile rimanere in silenzio con l’altro. Finché si ha bisogno di parlare per mantenere il contatto, vuol dire che il rapporto è ancora superficiale. Così avviene nel rapporto col Signore: la nostra preghiera è approdata alla maturità quando abbiamo imparato a sentirci bene accanto a Lui, in silenzio.

Anche nella pratica classica della Lectio divina la contemplatio è il punto di arrivo dei tre momenti che la precedono: la lectio (lettura attenta del testo scelto), la meditatio (collegamento della Parola che ho esaminato alla mia esperienza concreta) e la oratio (invocazione della Grazia per poter vivere quanto ho compreso). Nel nostro caso contemplatio vuol dire favorire quel silenzio interiore che mi consente di riconoscere la presenza fedele del Signore nel tratto di vita che ho già percorso e, alla luce della Sacra Scrittura, sapervi leggere quella “storia di salvezza” che Lui, il Signore, sta portando avanti anche con me.

 Ritengo corretto, tuttavia, precisare che il tipo di preghiera di cui sto parlando non lo si improvvisa, non può partire ed essere portato avanti così, a caso, e non è una proposta da fare a dei principianti nella fede. Ma può essere il punto di approdo di un’esperienza cristiana giunta già ad una certa maturità: richiede un retroterra teologico corretto, frutto di una seria e costante frequentazione della Parola. Dobbiamo riconoscere in ogni caso che dal silenzio, invece di una preghiera vera e pacificatrice, possono venire il tedio e la frustrazione. Di fatto, solo davanti a quel Dio che ha il volto di Cristo – e dal quale so di essere amato di un amore che prescinde dai miei meriti e dunque anche nella mia povertà e miseria umana –  posso fermarmi in silenzio, vincendo la tentazione di fuggire davanti alla mia miseria, a quella fragilità che è propria di ogni uomo.

Con le sue molteplici espressioni di limite sul piano fisico, etico e spirituale, la mia finitudine mi accusa e mi pone in un disagio interiore che mi spinge a “stare fuori da me stesso” (ad essere dunque un “alienato”), preferendo alla solitudine che il silenzio mi fa sperimentare la compagnia rumorosa della TV, di internet, della musica più o meno continua. Solo se mi lascio educare dal Signore – come la volpe dal Piccolo Principe – posso giungere a vivere riconciliato con il mio limite e pur sempre in cammino verso la maturità in Cristo. La paziente e progressiva frequentazione di quel Dio che in Cristo si è chinato sulla mia miseria, l’ha assunta su di sé e l’ha così redenta, fa crescere in me la gratitudine per un amore sempre immeritato che risana le ferite e consente al mio cuore di sperimentare una pace profonda. “Siediti, cuore mio – direbbe Santa Chiara – perché Colui che ti ha creato, ti ha anche amato e redento; e Tu, Signore che mi hai creato, sii benedetto” (cf. Processo 3, 20-22: FF 2986; e Leggenda 46: FF 3252).

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