Testimoni dell’inganno conciliare

Testimoni dell’inganno conciliare

La manipolazione del concilio, raccontata tramite due difensori della Chiesa
La manipolazione del concilio, raccontata tramite due difensori della Chiesa

Il recente ritorno sul palcoscenico del card. Alfredo Ottaviani e di mons. Marcel Lefevbre indirizza la nostra attenzione verso i possibili punti di contatto tra due personaggi che, a motivo delle scelte, dei gradi, e delle vicende storiche susseguitesi, hanno chiaramente difeso la Chiesa Cattolica dalla avanzata del modernismo, insinuatosi definitivamente come un repellente parassita dentro il suo ospite, grazie alla manipolazione del Concilio Vaticano II. Vediamo quindi perchè questi due personaggi sono accomunati, e sopratutto perchè la loro storia racconta uno dei più grandi colpi piazzati dal Nemico contro la Santa Chiesa Cattolica.

Il 4 marzo 1948, Pio XII convocò il card. Alfredo Ottaviani per formare, in gran segreto, una ‘Commissione preparatoria‘ di un futuro concilio per la “ridefinizione dei vari punti della dottrina cattolica minacciati da errori non soltanto teologici, ma anche morali e filosofici, e perfino da abbagli sociologici. Egli è preoccupato per i gravi problemi che il comunismo pone alla Chiesa ad ovest […] e per gli irenismi e i compromessi di alcune frange del mondo cattolico occidentale, che ha imboccato alla via in discesa dell’opulenza” (Il Baluardo, card. Alfredo Ottaviani).

Dopo la morte di Pacelli, il cardinale Roncalli venne eletto Papa il 28 ottobre 1958, prendendo il nome di Giovanni XXIII. La Chiesa è uscita da un pontificato illuminante e pieno di zelo apostolico, sotto la impressionante figura di Pio XII. La Chiesa consegnata a Papa Roncalli era una Chiesa uscita ferita dai conflitti mondiali, ma rafforzata nella fede. La progressiva chiusura alla modernità, al modernismo e al materialismo dialettico delle dottrine della sinistra (vedi il Decreto del ’47 con la scomunica ai comunisti per professione di dottrina omologa), e questa fase di preparazione nascosta, guidata da Pio XII, lasciava presagire l’avvento di un concilio della Chiesa Cattolica, che potesse definitivamente distinguere ciò che è vero da ciò che non lo è, condannando definitivamente il modernismo. Si prevedeva una lunga attesa, viste le direttive di prudenza lasciate dai Santi Padri antecedenti.

Giovanni XXIII decise tuttavia di lavorare ad un concilio fin da subito, ignorando invece le direttive del suo predecessore, seppur nascoste e in gran segreto, che aveva richiesto di temporeggiare. Troppi alti prelati, compresi cardinali e vescovi, erano infatti modernisti. Alcuni di loro, addirittura, erano collaboratori della massoneria, la stessa condannata aspramente dall’incessabile lavoro di Leone XIII. L’apertura del Concilio avrebbe rappresentato un rischio troppo elevato per la Chiesa. Non a caso, già Pio XI voleva convocare un concilio per chiudere le porte al modernismo, ma su consiglio dei colleghi cardinali, aveva deciso di aspettare: troppo rischioso aprire un concilio, con i lupi dentro il recinto.

Giovanni XXIII ignorò queste direttive, e cominciò fin da subito i lavori. Venne cosí istituita una commissione teologica, presidiata da un capo: il cardinale Alfredo Ottaviani. Giovanni XXIII inizializzò ovviamente altre commissioni. La fase di preparazione del Concilio era cosí aperta.

La commissione di Ottaviani cominciò un lavoro di ben tre anni, che convogliò nella stesura di uno schema dottrinale, intitolato De deposito fidei pure custodiendo. Lo schema, approvato ufficialmente nel luglio del 1962 da Giovanni XXIII, sviluppava dei punti salienti della dottrina cattolica, dove era necessario riaffermare la granitica posizione della Chiesa Cattolica. In esso, si condannavano le eresie del modernismo e del post-modernismo, il pelagianesimo, il protestantesimo, il comunismo, e altri errori dottrinali relativi alla natura dei dogmi. Lo schema ribadisce, di fatto, quel caro deposito dottrinale che la Chiesa aveva conservato e affermato fin dal concilio di Trento, nel periodo della controriforma. Lo schema è cattolico, al 100%.

Un altro schema venne redatto, uno schema concernente la Divina Rivelazione, perciò di natura dogmatica. Questo schema si intitolava “De Fontibus Revelationis “. In esso era esposto l’insegnamento plurisecolare della Chiesa Cattolica. Si parlava infatti di Tradizione Apostolica, Sacra Scrittura, ispirazione divina, inerranza assoluta dei Libri Sacri, ecc.

Anche questo schema, preparato da studiosi autorevoli e estremamente ferrati in materia, avrebbe costituito sostanzialmente uno degli argomenti di discussione in aula.

Entrambi gli schemi, però, non vennero mai approvati per intero.

De Fontibus, attaccato dalla sponda progressista della Chiesa (tra cui ritroviamo alcuni cardinali, molti “teologi” come Rahner e Schilleebeckx), venne modificato con uno stampo modernista, per convogliare nella Dei Verbum del Vaticano II.

De deposito non vide mai l’aula di discussione.

Come è possibile che si siano verificati questi fenomeni?

Alfredo Ottaviani e Marcel Lefevbre, denigrati e osteggiati dal post-concilio e visti come “oscurantisti non-cattolici”, ci raccontano lo sfondo e i fatti che hanno potuto sfociare in queste manipolazioni illegittime, a danno della Chiesa e del cosiddetto “concilio preparato”.

Entrambi, sia con libri che con discorsi, citano alcuni personaggi che hanno a che fare con la manipolazione del Concilio Vaticano II, operata, loro dicono, con la acquiescenza di Giovanni XXIII.

Il primo è Yves Congar (citato da entrambi tra libri e discorsi), un teologo modernista che, assieme a noti personaggi come De Lubac (esponente di primo grado della Nouvelle Thèologie), Küng, Rahner (promotore della etica esistenziale di stampo kantiano), era stato indirettamente condannato da Pio XII nella enciclica Humani Generis, perchè chiaramente profumato di eresia ed estremamente modernista, per poi essere richiamato come “ospite e supervisore” del Concilio Vaticano II. Da chi? Da Giovanni XXIII.

Perchè Giovanni XXIII richiamò teologi che non dovevano neanche essere accettati, per le loro posizioni moderniste, nella Chiesa Cattolica?

Congar fu inoltre un grande promotore della “pastoralità del concilio“, muovendo una accusa di “estrema scolasticità” agli schemi di preparazione dogmatici. Questa accusa venne mossa sulla scia delle considerazioni di Schilleebeckx, il domenicano odorante di eresia.

Il secondo personaggio denunciato, assieme a cardinali modernisti come Tisserant, Lienart (dichiaratosi massone in punto di morte), Dofner e König, ritroviamo un certo cardinale Augustin Bea.

Il cardinale Bea, confessore di Pio XII, rappresenta un personaggio chiave nella manipolazione del Concilio Vaticano II. Difensore della dottrina della Chiesa contro la Nouvelle Théologie, fu il principale portatore di sventura nonchè sovvertire durante il concilio.

Il Cardinale Augustin Bea

Fu, in poche parole, il Giuda del Concilio Vaticano II.

Quando lo schema De Fontibus venne portato in aula per la discussione, si verificò un fenomeno a dir poco inquietante. Molti vescovi infatti si opposero al contenuto dello schema trattato, accusandolo di essere “troppo poco pastorale“, “poco ecumenico” (da notare il legame con la visione di Congar e Schilleebeckx, forse si erano messi d’accordo?).

Ciò che procura maggiormente il riso è che questo schema fosse di natura dottrinale-dogmatica. In esso si esponeva la posizione non di Ottaviani o della commissione teologica da lui guidata, bensí del MAGISTERO BIMILLENARIO DELLA CHIESA CATTOLICA. Le fonti della rivelazione sono, infatti, due, per i cattolici: la Sacra Scrittura e la Tradizione della Chiesa. I novatori, avendo già in mente di imporre, con l’appoggio dei cardinali modernisti, lo sfrenato e vomitevole dialogo interreligioso sfrenato e lussureggiante, dovevano tassativamente imporre una sola fonte, eliminando l’altra. La Tradizione doveva, in qualche modo sparire.

Mons. Pericle Felici, vista la baraonda procurata dalla discussione dello schema, decise di andare ai voti. La discussione poteva o continuare o essere rimandata in un secondo momento. Una volta effettuata la votazione, Mons. Felici decretò la continuazione della seduta il giorno seguente.

All’indomani, doveva tenersi, da regolamento, la discussione dello schema. Questa, però, fu stroncata da una comunicazione fatta in aula. Il Pontefice, Giovanni XXIII, preoccupato per la obliquazione della discussione, stabilí che lo schema sarebbe stato revisionato da una apposita commissione mista, formata dalla Commissione Teologica (capitanata da Ottaviani) e dal Segretariato per l’Unità dei Cristiani (capitanata da, guarda un pò, il cardinale Bea), una roccaforte impressionante di modernisti. Il regolamento prevedeva i 2/3 dei voti per bocciare uno schema. Roncalli, invece, abbassò la quota al 50% + 1. Leggiamo infatti che:

“[…] Superando la lettera del Regolamento […], sbloccò una crisi estremamente complessa, decidendo che la votazione riguardante lo schema De Fontibus Revelationis, che era stato elaborato in prospettiva interamente “Romana”, equivaleva ad un respingimento del testo (20 Novembre 1962). Qualche giorno dopo il Papa affidò la rielaborazione dello schema a una commissione mista […]. Con questa decisione, papa Giovanni liberò il Concilio appena iniziato dalla duplice ipoteca che gli oratori della scuola romana avevano cercato di imporre alla corrente maggioritaria: abolí il divieto di respingere gli schemi preparatori […], e inoltre tolse l’ipoteca del monopolio dottrinale che il card.Ottaviani non aveva mai cessato di reclamare per la propria commissione preparatoria

J. Grootaers, cit., p.37; cfr. anche G.Alberigo, “Jean XXIII et Vatican II”, in “Jean XXIII devant l’historie”, Parigi, 1989, p.193-195

Non ci soffermiamo tanto sul fatto che, per i novatori, la posizione della Chiesa sulla rivelazione, rimasta costante per secoli di storia, sia stata valutata come erronea da questi mammalucchi insciommiottati di modernismo. Riguardo a questo misfatto, possiamo decretare che il rigettare uno schema dogmatico, redatto con estrema cura e con nessun errore dottrinale, visto che dalla lettura si evince che il testo non presenta errori dottrinali, è un fatto gravissimo. Questo rigetto mostra come già molti cardinali e vescovi fossero divenuti modernisti puri, e questo dimostra la decadenza spudorata del clero a causa dello stesso modernismo condannato già da Pio X.

Ciò che però getta molte ombre sul Concilio, è la complicità del “Papa buono“.

Giovanni XXIII, che nutriva una avversione profonda per il cardinale Ottaviani (come dimostrato nelle lettere da lui scritte e poi rinvenute, in cui lo canzonava per la patologia che gli aveva colpito uno dei due occhi), ha infranto le regole stabilite da lui stesso, in un quadro generale dove non si doveva rivedere lo schema. Aveva lui stesso formato questo Segretariato, aveva posto lui il cardinale Bea a capo di esso. Lui aveva nominato Bea cardinale.

Oltre a non disporre delle competenze dottrinali per la redazione di uno schema teologico (la commissione teologica era stata ottimata con successo a tal fine dallo stesso Giovanni XXIII), il Segretariato doveva svolgere solo ed esclusivamente funzione di comunicazione. Non era una commissione. Non aveva competenze di preparazione. E invece, fu forzatamente messo al lavoro per la revisione dello schema. Questa mossa era, di fatto, premeditata.

Giovanni XXIII, qui come in altri episodi del concilio, ha fatto il doppio gioco. Prima firmò e quindi approvò gli schemi preparatori delle commissioni (quella teologica compresa), dopodichè permise e appoggiò la rivoluzione modernista del concilio, violando il regolamento che lui stesso aveva praticamente decretato. La complicità del Papa è palesemente approvata. Qui, come in tanti altri episodi.

Questa commissione mista portò a conflitto Bea e Ottaviani. Bea, che viene anche aspramente criticato (in maniera legittima) da Lefevbre in un suo testo scritto, viene attaccato anche da Ottaviani, che forse aveva ormai capito che cosa stesse succedendo. Mons. Lefevbre, che faceva parte di una commissione di preparazione del concilio, riporta un duro scontro tra i due cardinali. Lo schema dottrinale “De Tolerantia Religiosa“, redatto dalla commissione teologica di Ottaviani, viene rigettato e viene presentato in alternativa lo schema “De Libertate Religiosa“, del cardinale Bea. Lo schema di Bea diventerà poi il ben noto Dignitatis humanæ personæ, un documento conciliare che è in aperto contrasto con il magistero della Chiesa. Questa manomissione sfocia in uno scontro frontale tra i due porporati:

“[…] il card. Ottaviani si alza e, segnandolo col dito, dice al card. Bea: “Eminenza, lei non aveva il diritto di fare questo schema, perchè è uno schema teologico e dunque di pertinenza della Commissione di Teologia“. E il card. Bea alzandosi dice: “Scusi, avevo il diritto di fare questo schema come presidente della Commissione per l’Unità: se c’é una cosa che interessa l’unità é proprio la libertà religiosa“, ed aggiunse rivolto al card. Ottaviani: “Mi oppongo radicalmente a quanto dite nel vostro schema De Tolerantia Religiosa“.

M.Lefevbre, Il colpo da maestro di Satana, Milano, Il Falco, 1978, pp.13-14

Lefevbre, oltre ad aver riportato questo scontro tra i due porporati, ha anche affermato che Bea collaborò con la associazione massonica dei B’nai B’rith, che assieme ad altre Internazionali (come quella dell’oro e quella nera) costituisce la struttura principale della massoneria anticristiana. Bea chiamava la sua Commissione per l’Unità, quando in realtà la sua mansione era di Segretariato per l’Unità: non aveva alcun diritto di mettere mano su di uno schema teologico, perchè semplicemente non era un organo avente le competenze necessarie per redigere quello schema.

Bea, inoltre, si tradisce da solo: egli affermava infatti che la libertà religiosa risiede al vertice della unità tra i cristiani. Questo è tuttavia paralogico, oltre che lontano dall’insegnamento di Cristo stesso. Se si legge la libertà religiosa in ottica massonica, quella in cui tutte le professioni di fede sono uguali, allora si capisce bene il discorso di Bea: un discorso puramente massonico.

La morte di Giovanni XXIII e l’avvento di Paolo VI peggioreranno le cose. Ottaviani darà le dimissioni dal S.Uffizio per non contribuire alla sua distruzione, voluta da Paolo VI con il motu proprio Regimini Ecclesiæ Universæ. Lefevbre verrà messo in cattiva luce, e verrà denigrato da Paolo VI, che invece provvederà allo smantellamento della ricchezza della Chiesa in tutti i suoi settori, con la scusa della “semplificazione”.

Noi abbiamo riportato solo dei piccoli stralci della storia del Concilio. Ci sarebbe tantissimo altro da dire, sopratutto sulle occulte forze e organizzazioni che hanno reso possibile la manipolazione dello stesso. Noi raccogliamo i frutti di questa manomissione conciliare. La Chiesa è in una situazione catastrofica. Al governo di essa ci sono i modernisti. Possiamo dire che S.Pio X ci aveva visto lungo. “Il modernismo è eresia che non fa scisma“.

Ma se oggi possiamo studiare e comprendere la verità su ciò che accadde allora, è anche grazie allo zelo e alla cultura immensa di due grandi personaggi come mons. Marcel Lefevbre e il card. Alfredo Ottaviani, autentici difensori della Ecclesia Militans riaffermata da Pio XII. Il trattamento riservato a questi personaggi rafforza ulteriormente la loro autorevolezza.

I martiri” dice Lefevbre “sono morti per difendere la fede; abbiamo l’episodio di cristiani gettati in carcere, torturati, mandati nei campi di concentramento per la loro fede! Un grano d’incenso offerto alla divinità e, oplà, avrebbero avuto salva la vita. Una volta mi venne consigliato: “Firmate, firmate che accettate tutto, e poi continuate come prima!” No! Non si gioca con la propria fede!

Ecclesia Dei

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