Teologia e Filosofia

Fondamenti di Filosofia Modernista – Liberalismo e Prammatismo

Iniziamo ad analizzare i primi due preludi del modernismo.

Edoardo Consonni

21 Ottobre 2026

Quando si tratta di analizzare, con un buon livello di certezza analitica, i meccanismi e i fondamenti del modernismo, solitamente si parte con un’analisi ad amplio spettro di tutto quello che può aver contribuito alla formazione di questo informe paccottiglia di eresie. Naturalmente, questo processo è assolutamente lecito e pienamente soddisfacente. Così come, quando un paziente è infermo, si cerca di ricostruire la patogenesi per capire quali siano le fasi e la sequenza di eventi culminata nella malattia. Ciò faremo anche noi, con questa rubrica che ci accingiamo a studiare sulla grande eresia dei tempi recenti, ma è interessante considerare non tanto la patogenesi, bensì l’eziologia del modernismo: risalire, cioè, a quello che la metafisica fa in campo filosofico. 

Individuare “la prima causa” di questo grande guazzabuglio, che è il modernismo.

La risposta è semplice: tutto parte dalla libertà, concepita non come dono elargito da Dio alle creature, per poterlo conoscere, amare e servire con un atto volontario, spinto dalla carità soprannaturale e dalle grazie abituali ed attuali, ma come strumento di ribellione, di emancipazione e di indipendenza della creatura dal suo dio. Questa è la doverosa premessa con la quale possiamo iniziare ad osservare la grande tela del modernismo, quest’orrenda Idra di Lerna. La prima testa, senza ombra di dubbio, è anche la più pericolosa e velenosa tra tutte le teste: il Liberalismo

Il liberalismo filosofico

La quasi totalità della rivoluzione filosofica, religiosa, storica, sociale e culturale di quello che fu il mondo cristiano, un relitto inabissato di cui abbiamo solo qualche monumento o ricordo, è dovuta principalmente a questa corrente dottrinale estremamente complessa e proteiforme. La base del liberalismo è il rifiuto della filosofia come ancilla theologiae, un principio importantissimo per una sana teologia cattolica, cui segue il rifiuto del metodo scolastico e delle prove classiche per l’esistenza di Dio, inteso metafisicamente come l’Essere supremo, Causa Prima. Filosoficamente, si fa risalire a Descartes (1596 – 1650) l’atteggiamento filosofico che respinge ogni sorta di tutela che possa giungerle da fuori di sé. Infatti, è proprio con Descartes che inizia il lento processo di logoramento del logos e dei semplici metodi di speculazione metafisica attorno all’Essere stesso subsistens. Con il suo approccio nominalista, ereditato da Guglielmo di Occam (1288 – 1347), gli universali (“la Verità”, “l’uomo”) sono privati della loro realtà oggettiva, e confinati alla sola realtà soggettiva: per questo motivo, la ragione inizia a reclamare un diritto assoluto alla libertà di pensiero e di giudizio, iniziando ad impigliarsi nei pericolosi roveti del cogito, con la sua res cogitans e res extensa, preludio di tutti quei costrutti psicologici e strani che oggi finiscono nella macedonia chiamata autocoscienza. Cartesio non guarda più il positum ma inizia a adottare un metodo prettamente negativo, orientato a delimitare non un perimetro di conoscenza, ma un metodo per non essere ingannati: rifiutare tutto ciò che di evidente potrebbe giungere dall’esterno, e ricercare una pari solidità gnoseologica nel solo logos. 

Niente più verità come adequatio rei et intellectus, perché la conoscenza dei sensi non è accettabile e sicura. Negando pure il punto cardinale del ragionamento logico caro alla metafisica aristotelico-tomista, ossia il principio di non-contraddizione1, e con esso l’ordine metafisico che vede prima l’esse, poi il cogito. Cartesio, invece, ribalta completamente quest’ordine, per cui non è più possibile dire sum ergo cogito, ma è assolutamente necessario procedere nel verso opposto. 

Il nominalismo assoluto di Descartes conduce direttamente allo scetticismo completo: la libertà comincia a prendersi troppi spazi, perché viene costretta a dover sostituire un intero apparato di evidenze esterne, che prima erano certezze granitiche, ed interne, ed è così che si giunge all’autosufficienza del pensiero umano in quanto tale. Il piccolo liberalismo, infaticabile anche se solo in forma embrionale, incomincia a mantenersi ostile a qualsiasi metodo di indagine, anche razionale, che possa orientarsi e concludersi nella dimostrazione di “dipendenza” da una Mente superiore, e chiaramente alla dimostrazione “dell’esistenza” di questa Mente superiore: il pensiero umano, per essere veramente libero, deve poter contare solo ed esclusivamente su di sé. Si possono intravedere le pericolosissime conseguenze di questa ribellione, radicata nello scetticismo più oscuro. Sarà semplice scadere nel relativismo, perché la conoscenza umana non può mai avere un “reale valore assoluto ed immutabile”, ma soltanto un “valore relativo”. Il liberalismo poi, nutrito dal Kantismo e dall’Hegelismo, inizia in questo modo a gettare le casseforme del Naturalismo, del Razionalismo, del Positivismo, del Panteismo spinto e assoluto che risolve il problema del Dio trascendente in un Dio immanente, che è un divenire informe assoluto in tutta la materia che gli si appiccica addosso (ed ecco che spunta l’evoluzionismo).

Il liberalismo religioso

Nella prima metà dello scorso secolo, il Liberalismo iniziò ad infiltrarsi come corrente pericolosa tra le mura della Città di Dio, ipnotizzando i cristiani con il suo fascino esplosivo della novità di metodo, dell’esaltazione della ragione non più confinata al rigido schema di SanTommaso e dei suoi sgherri scolastici. La Chiesa dovette intervenire, perché molti cattolici cominciarono a tentare di conciliare il Liberalismo con il cristianesimo, sfornando un obbrobrio terrificante denominato “cattolicesimo liberale”, un insidiosissimo veleno che la Santa Sede silurò fin da subito con l’Enciclica Mirari Vos di Gregorio XVI (1832), con la Quanta Cura corredata dal Syllabus di Pio IX (1864), e con le Encicliche Immortale Dei (1885) e Libertas (1888) di Leone XIII.

I punti cardinali del liberalismo filosofico trovano una netta applicazione nella religione, con una relazione praticamente biunivoca.

Il suo carattere, che propende per un soggettivismo o individualismo pessimistico, lo spinge ad impostare la propria giustificazione sulla libertà, senza alcun riguardo ai diritti della verità oggettiva. Quest’ultima, soprattutto per quanto concerne la Rivelazione, viene sorpassata gerarchicamente dalle verità puramente razionali, sia sul piano naturale che soprannaturale: il rivelato diventa imperfetto, e può divenire completo solo se corredato dalla libertà della ragione umana, che può e deve agire senza dare conto a nessuna autorità, e a nessuna verità che le si possa imporre dall’esterno. 

Questo conduce all’indifferentismo in materia religiosa: ogni mente pensante, poiché completamente libera, può accettare qualsiasi religione conoscibile, oppure, se non si trova soddisfatto, fabbricarsi addirittura una propria religione da campioni che le possono piacere. Non esiste più, quindi, una dimensione pubblica della religione, che diventa un fatto meramente privato. Di qui, una totale radicalizzazione specialmente contro il cattolicesimo, tra le religioni positive, che invece insegna tutto il contrario di quanto professa il liberalismo, soprattutto in materia di principio di autorità (la Chiesa, infatti, anche se oggi molti sembrano essersi dimenticati, è divisa tra una parte docente e una parte discente) e di uniformità di professione dottrinale, impensabile per un liberale.

Chiaramente, il rifiuto pernicioso dell’oggettività di una verità culmina nell’avversione ai dogmi, che proprio per la loro natura sono inconcepibili nel Liberalismo, e soprattutto alla Tradizione, che viene notevolmente svalutata, perché fonte pericolosa di quelle verità immutabili che non possono essere accettate. 

Gli ultimi due attacchi, infine, sono rivolti contro la persona del Romano Pontefice, e controla natura della Chiesa stessa. Il liberalismo nega qualsiasi primato del Romano Pontefice: nega la sua giurisdizione universale, nega il suo primato docente, nega ovviamente la sua infallibilità, e avversa la struttura gerarchica della Chiesa, preferendole una democratica. La Chiesa, poi, non può essere considerata una società perfetta, in possesso di diritti inalienabili per i meriti del suo fondatore, e in ragione della sua missione: invece, essa deve essere separata dalla società civile, e per quanto possibile degradata ad una qualsiasi società o associazione privata, vivente dentro uno stato civile. I liberali ricercano, e professano, una netta separazione dello stato dalla Chiesa, perché ciò che il singolo deve poter avere come diritto (legiferare, pensare, organizzarsi ed agire) in qualsiasi forma di pensiero e di azione, così la collettività dei singoli deve avere lo stesso diritto, qualora si riuniscano per formare una società civile. 

Il prammatismo

Molto simile al liberalismo è anche il prammatismo, seconda testa del mostro modernista e filiazione culturalmente diretta del liberalismo. 

Un sistema filosofico di fine ‘800, comparso in America, che considera come punto di partenza la svalutazione del mondo teoretico delle idee. 

In maniera molto simile al nominalismo dell’Occam, il prammatismo nega che le idee abbiano un valore per se stesse, ma che siano sempre in funzione dell’agire. 

Per agire, secondo i prammatisti, l’uomo deve necessariamente avere un principio che lo possa muovere, e questo principio è la credenza. Questa risulterà vera se, nel corso dell’azione, essa viene verificata. Pertanto, non esiste una verità immutabile di per sé, perché ogni verità per essere tale deve necessariamente essere verificata con l’azione che produce.

I prammatisti rigettano ogni rivelazione esterna, sia come verità che come sistema concettuale, dando invece molta importanza alla coscienza ed esperienza religiosa: sono esse che verificano, di fatto, la verità di un’idea, e quindi sono gli unici apparati religiosi considerabili. L’individuo, tramite quella che i prammatisti identificano come coscienza religiosa, sente il divino e si eleva a Dio con un atto di fede, che non è però adesione dell’intelletto a Dio rivelante, e alla verità rivelata, ma “volontà di credere e volontà di verificare l’utilità e il vantaggio di credere”. Una religione pertanto “non” può essere rivelata, e la stessa esistenza di Dio è confinata alla esperienza psicologica che se ne fa: tutte le religioni sono ugualmente accettabili, purché permettano alla volontà di avere primato sulla ragione, e purché l’esperienza religiosa sia libera di sprigionarsi, senza avere impedimenti e freni esterni che possano soffocarne l’impeto. 


Bibliografia:

  • Enciclopedia Cattolica, vol. 7, Libreria Editrice Vaticana, 1949;
  • Parente, Piolanti, Garofalo, Dizionario di teologia dommatica, EFFEDIEFFE, Viterbo, 2018;
  • R. G. Lagrange, La sintesi tomistica, Fede & Cultura, Verona, 2017 .

Note

  1. Principio che Cartesio afferma dipendere dal libero arbitrio di Dio, che avrebbe potuto fare un mondo in cui ci sarebbero state contraddizioni tradotte in atto. ↩︎

© ECCLESIA DEI

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Edoardo Consonni

Vice-direttore di Ecclesia Dei, ha conseguito il diploma presso il liceo scientifico “Blaise Pascal” di Busto Arsizio. Dottore in Fisica, ha completato gli studi per diventare dottore magistrale presso l’Università degli Studi di Milano.

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