Teologia e Filosofia

Magnifica Humanitas e l’intelligenza artificiale come problema teologico – parte 3

Nel capitolo conclusivo della serie, si misura la portata dell’enciclica Magnifica Humanitas a confronto con i vincoli del mercato globale e l’erosione della sovranità politica.

Michele Ferretti

7 Ottobre 2026

Come abbiamo già avuto modo di osservare in precedenza introducendo l’enciclica leonina, l’affermazione di §53, secondo cui la dignità «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata», colloca il valore dell’uomo in una sfera ontologica anteriore a qualsiasi prestazione, utilità o rendita funzionale. Se l’essere umano precede ciò che produce, l’efficienza cessa di essere un criterio assoluto e si riduce a variabile subordinata. In questo snodo, l’etica cessa di essere vernice decorativa e si fa giudizio sul potere. L’avvertenza del §107 per cui, ammonisce Papa Leone XIV, «non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi», costituisce il baricentro teorico dell’opera, poiché smaschera la pretesa neutralità del codice e interroga direttamente i rapporti di forza: chi detiene i centri di calcolo, chi controlla l’infrastruttura materiale dei dati, chi plasma l’architettura del visibile.

Di riflesso, la rivalutazione del limite umano (§118) non configura alcuna fuga reazionaria, bensì la rivendicazione del perimetro entro il quale soltanto possono darsi libertà e relazione incarnata. La custodia del lavoro, la salvaguardia della scuola, la sobrietà digitale e il rifiuto della delega a sistemi artificiali delle decisioni letali sono le logiche filiazioni di questo perno. Privata di questo primo movimento, l’analisi geopolitica ed economica degenererebbe in cinismo empirico: resterebbero sul campo solo algoritmi e capitali, svanendo il soggetto.

Tuttavia, l’inclinazione realistica costringe a un passaggio di cerniera non eludibile: Leone XIV ha chiarito come un’etica decisa da “pochi” tenda già a una forma mascherata di dominio; resta da chiedersi, allora, se i rimedi proposti bastino a impedire che siano quegli stessi pochi a orientare unilateralmente il corso delle cose.

Il mercato globale della conoscenza, del resto, non risponde direttamente a istanze etiche puntuali. I comitati etici indipendenti, le certificazioni e le procedure di audit sopravvivono fintanto che non erodono in misura sostanziale i margini di crescita, gli effetti di rete e le economie di scala generate dall’infrastruttura algoritmica. L’etica compatibile con l’accumulazione viene prontamente assorbita in forma di ethics-washing; quella incompatibile tende a essere espulsa, esternalizzata lungo le catene del valore periferiche o rinviata a tempo indeterminato. Non si tratta necessariamente di una devianza morale dei singoli operatori, ma di incentivi inscritti nella struttura economica entro cui essi agiscono.

Esemplare, al riguardo, è lo scarto riscontrabile nel §67: includere brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche e dati fra le nuove forme di proprietà soggette al principio della destinazione universale dei beni non individua ancora un dispositivo istituzionale dotato di forza coercitiva sufficiente a tradurre il principio in una trasformazione effettiva dei rapporti proprietari e relative strutture di mercato.

L’enciclica indica verifiche indipendenti, trasparenza algoritmica, strumenti di ricorso, regolazione della proprietà dei dati e forme di intervento pubblico e sovranazionale; resta però aperto il problema di come tali strumenti possano incidere su un settore nel quale economie di scala e di scopo, concentrazione del capitale computazionale ed effetti di rete tendono a premiare strutture proprietarie fortemente concentrate.

Allo stesso modo, l’esortazione a “disarmare l’IA” (§110) per sottrarla alla competizione militare e cognitiva coglie la diagnosi, ma rischia l’infecondità se non definisce il soggetto storico in grado di imporre costi materiali ed economici a consorzi privati e apparati bellici capaci di riallocare modelli, dati e carichi computazionali fra infrastrutture e giurisdizioni differenti.

È in questo vuoto che l’appello a una “politica più presente” manifesta la propria drammatica aporia. L’enciclica riconosce lucidamente lo slittamento in atto: motori dell’innovazione prevalentemente privati, concentrazioni transnazionali, frammentazione multilaterale e parzialità delle istituzioni pubbliche. Eppure, la terapia prescritta continua a fare perno sul ritorno dell’autorità politica, sulle capacità dei corpi intermedi e sull’architettura del diritto internazionale.

La proposta trova inerzia sfavorevole nel fatto che la politica a cui il Santo Padre si appella è precisamente quella la cui capacità di governo viene erosa, in numerosi contesti, dalla proliferazione di attori non statali, dalla transnazionalità delle infrastrutture digitali e dalla crescente mediazione privata della sfera simbolica. Schiacciata da tempi decisionali lenti rispetto alla velocità del calcolo, subordinata alla diplomazia delle catene del valore ed essa stessa intrappolata nell’«architettura della visibilità» algoritmica (§171), che condiziona la formazione del consenso, l’autorità pubblica fatica a farsi soggetto autonomo eminentemente politico.

La politica, data la sua riduzione, in molte democrazie avanzate, a gestione contabile e polarizzazione elettorale, caricata di una missione ben al di sopra delle proprie possibilità materiali, rischia di trasformare la custodia dell’umano in una pia delega a un attore sempre meno capace di esercitare unilateralmente la propria sovranità.

L’obiezione interroga la stessa teologia politica: la dottrina sociale non può limitarsi a confidare nella conversione della coscienza dei progettisti (§111). Si tratta di un richiamo antropologicamente doveroso ma politicamente insufficiente: il risveglio morale dell’ingegnere non scalfisce gli incentivi economici, i vincoli di governance e le pressioni competitive cui l’impresa è sottoposta, né arresta da solo l’imperativo sistemico della corsa tecnologica. 

Alla critica politico-economica spetta rilevare che nessun regime cede dinanzi alla sola purezza dei principi se il reticolo degli incentivi materiali resta intatto e la sfera politica (coercitiva) è priva degli strumenti necessari a esercitare una sovranità effettiva sulla scala transnazionale del fenomeno. La custodia della magnifica humanitas esige la costruzione di istituzioni, tutele collettive e forme di vita capaci di imporre un costo reale a chi concentra dati e potenza di calcolo, al netto di tutti i costi collaterali eventuali.

Quale che sia la lente concettuale con cui si interroga il testo, il giudizio definitivo sulla Magnifica Humanitas si gioca interamente su questo crinale: comprendere se la dignità incondizionata della persona troverà ancora un soggetto storico capace di incarnarla nella realtà del conflitto mondano, o se verrà abbandonata, secolarmente, a un’etica senza presa e a una politica senza forza.

© ECCLESIA DEI

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Michele Ferretti

Caposervizio presso Ecclesia Dei. Dottore magistrale in Filosofia e forme del sapere, si è variamente occupato, negli anni, di storia della scienza, di sociologia dei processi produttivi e di geopolitica. Attualmente la questione globale della libertà di pratica religiosa nei contesti di conflitto è al centro dei suoi interessi.

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