Il 15 maggio 1891, Papa Leone XIII firmava l’enciclica Rerum Novarum, affrontando le “cose nuove” di un’epoca travolta dalla prorompenza della rivoluzione industriale e destinata, nei decenni successivi, a dilazionarne lungamente il processo di assorbimento. Centotrentacinque anni dopo, il 15 maggio 2026, Papa Leone XIV ha scelto programmaticamente la stessa data per siglare la Magnifica Humanitas, sul tema della custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il caso è quello di un esplicito e ricercato parallelismo magisteriale: come allora la Chiesa fu chiamata a decifrare l’impatto della trasformazione (macchinistica) del lavoro e, di conseguenza, le effettive ricadute sulla carne viva del ceto operaio, oggi è chiamata a fronteggiare una rivoluzione che, oltre che industriale, è anche cognitiva, linguistica e spirituale. La Chiesa non interviene qui con intenti regolatori, ma per difendere la struttura stessa dell’autocoscienza umana da una mutazione antropologica radicale.
Per comprendere la profondità della Magnifica Humanitas è necessario leggere il testo in controluce, scorgendovi una potente ripresa, in chiave teologica e cattolica, invece che atea, della critica alla tecnica moderna formulata nel secolo scorso da Martin Heidegger. Il filosofo tedesco aveva intuito che la tecnica non è un semplice insieme di strumenti neutrali a disposizione dell’uomo, ma “un’Imposizione” (Gestell), un modo di disvelare il reale che trasforma tutto ciò che è, gli enti, la natura, le relazioni, gli individui, in “fondo”, ovvero in materiale a disposizione, risorsa calcolabile, catalogabile e sacrificabile in vista di processi di ottimizzazione.
L’intelligenza artificiale generativa e predittiva rappresenta, perlomeno dal punto di vista di una serrata analitica, il compimento perfetto e definitivo del Gestell heideggeriano. Quando il Papa descrive i moderni modelli di calcolo non come semplici macchine costruite, ma come architetture “coltivate” che crescono sulla base di miliardi di dati, egli fotografa esattamente il rischio della riduzione dell’uomo a funzione computazionale. L’algoritmo, allora, profila, calcola e anticipa l’imprevedibilità dell’animo umano, riducendola a dato statistico, a target commerciale o a obiettivo militare. La griglia tecnocratica, denunciata nell’enciclica, tende a espellere il mistero, il limite e il fallimento, sostituendoli con il “dogma”, utilitaristico quanto anti-cristiano, dell’efficienza pura.
È proprio in questo punto di massima convergenza diagnostica, tuttavia, che si consuma il definitivo ribaltamento teologico operato da Leone XIV. Dove Heidegger si ferma, scivolando in un abbandono rassegnato per cui l’uomo è intrappolato in un destino epocale e cieco, sintetizzato nella celebre frase, nonché titolo editoriale di una nota intervista pubblicata postuma, «ormai solo un Dio ci può salvare», il Papa risponde con il realismo della grazia e della rivelazione, giacché Dio è già entrato nella storia per salvarci. La teologia dell’enciclica assume quindi la severità della diagnosi heideggeriana, rifiutandone tuttavia l’esito deterministico e, in un certo senso, le derive nichilistiche. La tecnica, lungi dall’essere un destino metafisico insuperabile, si risolve semmai nel suo porsi come “natura coltivata” dall’uomo, un prodotto della creatività umana che, eventualmente, rischia di smarrire il proprio fine e il proprio orientamento morale.
La risposta della Magnifica Humanitas all’imposizione algoritmica è la riaffermazione della roccia della relazione con Dio. L’essere umano, in quanto creato a immagine e somiglianza di Dio, conserva un’eccedenza spirituale e relazionale originaria che nessuna capacità di calcolo potrà mai interamente digitalizzare o recintare. Il limite biologico ed esistenziale dell’uomo non è un errore del codice da correggere attraverso derive transumaniste, ma il perimetro stesso della nostra libertà e della nostra capacità di entrare in relazione autentica con il Creatore.
Sia detto, con intento introduttivo e prima di soffermarci sull’analisi e le implicazioni del testo (rispettivamente la seconda e terza parte di prossima pubblicazione) che la via indicata dall’enciclica è quella di una custodia attiva della persona umana, radicata nella relazione con Dio e orientata al bene comune. Si tratta di un impegno vigile e creativo che rifiuta tanto l’entusiasmo acritico quanto il rifiuto nostalgico della tecnica, per difendere il primato della verità e preservare la realtà delle relazioni umane, impedendo che essa venga appiattita su logiche puramente algoritmiche o, addirittura, sostituita da simulacri digitali.