Cultura Cattolica

Quel filo rosso tra la Chiesa e la Cina

Nell'ambito dei complicati rapporti sino-vaticani, la questione dei martiri cinesi è una costante in filigrana destinata a portare grande luce in mezzo alle ambiguità. La storia del pio sacerdote don Simone Leong Shu Tchi ce lo ricorda.

Andrea Comandone

22 Ottobre 2026

«Carissimi Confratelli,

Da notizie trapelate dalla cortina di bambù alla fine dello scorso anno, notizie dapprima confuse e poi confermate, abbiamo appreso la morte, avvenuta nelle carceri comuniste di Lienhsien, del Confratello Professo Perpetuo sac. Simone LeongShuTchi di anni 43. Si ignorano le circostanze e la data precisa; si sa solo che fu nei primi mesi del 1956.»

Quello che sembra l’intrigante incipit di un crime thriller è invece l’epilogo di una storia reale, quella di un religioso cattolico vissuto nella prima metà del 1900. A darne notizia nel 1957 è il Padre Superiore della Provincia salesiana cinese – don Mario Acquistapace– in una lettera ai confratelli, consultabile online dall’Archivio Salesiano Centrale.

Ecclesia Dei si è già occupata del controverso rapporto tra la Chiesa Cattolica e la Cina contemporanea nell’ultima edizione della rivista Templum Domini: la storia di don Simone è una testimonianza diretta che aiuta a leggere dall’interno la questione cinese, riducendo in qualche modo la distanza con una regione del globo tanto distante per geografia e cultura. È un’occasione, inoltre, per sentire più da vicino il dramma persecutorio al quale oggigiorno sono sottoposti milioni di cristiani nel mondo. Che a noi credenti “occidentali” – spesso troppo sazi e pigri per vivere la fede come una questione di vita o di morte – la testimonianza (e l’intercessione) di questo sacerdote diano una scossa salutare: c’è qualcuno là fuori che continua ad adornare la veste della Chiesa con splendidi ricami color scarlatto. È questo il filo rosso tra la storia del mondo e i martiri di ogni tempo.

La perla preziosa di un’infanzia normale

Simone LeongShuTchi nacque il 3 ottobre 1912 a Zhaoqing, una città della provincia del Guangdong, da una modesta famiglia cristiana che fin da subito lo istruì nella fede. Rimasto orfano di padre, a dieci anni venne indirizzato al Collegio salesiano di Macao dove frequentò le scuole e divenne abile falegname. Buono tra i buoni, di lui raccontano un animo sempre allegro e servizievole, affascinato dalle cose di Dio al punto da far dire ai suoi superiori che «beveva il catechismo ed era sempre il migliore». Così, nella normalità di un’infanzia spesa tra gioco, lavoro e preghiera sotto gli occhi premurosi dei suoi educatori, il giovane Simone iniziò a manifestare il desiderio di diventare salesiano, entrando nel seminario minore di Hoshi: il campo naturale di una vita buona iniziava a mostrare i germogli sovrannaturali di una semina invisibile, destinata presto a fruttare in forme mature di eroismo. 

Che l’adesione alla vita religiosa fu una chiamata libera e autentica, possibile anche in età precoce – e non piuttosto il frutto di oscure manipolazioni dei sacerdoti, come la vulgata comune insegna da tempo – lo dimostra un “fattarello” successo durante gli anni di aspirandato: tornato in famiglia per le vacanze ebbe la sorpresa di trovarsi promesso sposo ad una ragazza, già trasferitasi nella sua abitazione. Secondo gli usi cinesi dell’epoca, in quanto unico erede della sua famiglia, non erano infatti concepibili la rinuncia al matrimonio e l’estinzione della propria linea genealogica. Fu certamente una grande prova mettere in ordine le priorità, ma infine il desiderio di abbracciare la vocazione religiosa prevalse sui costumi e sulle aspettative (pur nobili e virtuose) della famiglia e Simone scelse di accorciare la vacanza per rientrare in seminario.

Studio e sacrificio per diventare sacerdote

Fatta la scelta, bisognava adesso viverla in concreto. A seguito della prima professione religiosa, il chierico Simone subì un’immediata battuta d’arresto a causa della difficoltà negli studi filosofici. Iniziò così a girare per le Case salesiane come consacrato laico, dedito all’aiuto materiale e spirituale dei sacerdoti. Il gesto umile di deporre la veste per dedicarsi ad un servizio più discreto non spense in lui il primo amore e, dopo quattro anni di richieste, commossi dalla sua perseveranza, i superiori ne autorizzarono il trasferimento a Shangai per riprendere gli studi. Cominciò un periodo di sacrifici scolastici, segnato nel frattempo da una ricca formazione umana, fraterna e apostolica, nella quale impegnava tutto se stesso. Così le fonti storiche:

«Notevoli in lui in questi anni di studio la sua pietà mai smentita […] ma soprattutto la sua abilità nel fare il catechismo. All’Oratorio Festivo era stato incaricato della classe degli sbandati, il gruppo cioè degli incostanti, che non si sa mai a quale classe di catechismo aggregare; talvolta raggiungevano il centinaio ed avevano per aula … la scala, e lui sapeva, con le sue industrie, divertire, intrattenere e catechizzare.»

Dopo sette anni, il 1° luglio del 1948, don Simone ricevette finalmente l’ordinazione sacerdotale dalle mani di S.E. Monsignor Michele Arduino, ultimo vescovo delle diocesi di Shiu Chow, messo poi all’arresto coatto e all’espulsione dal Paese nel 1951.

I primi anni missionari e l’inizio delle persecuzioni

Nel clima politico infuocato di quegli anni, don Simone cominciò l’apostolato nella città di Macao, proprio in quella Casa che lo accolse orfano decenni addietro. Successivamente venne spostato a lavorare nelle scuole nella fiorente Missione di Lienhsien, epicentro della devozione alla Vergine Maria SS. Ausiliatrice che, dal 1924, veniva venerata come patrona di tutta la Cina. E fu proprio nella diocesi di Shiu Chow che iniziarono i guai: già da tempo infatti l’intera regione era finita sotto il controllo del partito comunista e questo segnò le sorti del nostro don Simone. Vale la pena riportare un estratto della già citatalettera:

«Venuti i nuovi padroni, don Simone fu invitato un giorno a parlare in una riunione pseudo-patriottica e anti-americana; memore però degli insegnamenti di Don Bosco di non mescolarsi mai in politica, Egli, nel suo discorso non volle predicare l’odio contro nessuno, e ciò dispiacque ai comunisti; fu subito tacciato da reazionario e controrivoluzionario, messo nella lista nera, candidato presto o tardi a provare l’indottrinamento, la prigione o peggio».

Il crogiuolo del martirio

La persecuzione cominciò in un giorno come tanti, nel bel mezzo della celebrazione della Santa Eucarestia: don Simone venne espulso dall’edificio e relegato in una stalla, nel mentre che i soldati profanavano la Chiesa trasformandola in una sala per le riunioni popolari e sporcavano il dipinto della Madonna. Successivamente venne rapito e trasferito in un’altra comunità cristiana, esposto in ginocchio alle botte e al pubblico ludibrio, “processato” con l’accusa di cospirazione contro lo Stato e coercizione religiosa dei giovani. Don Simone aveva infatti avuto l’ardire di fondare la Legione di Maria per accrescere la devozione mariana in parrocchia, con l’accusa in aggiunta di aver contagiato alcuni giovani con il suo entusiasmo per la vita religiosa. Al termine della farsa, don Simone venne chiuso in carcere per mesi. Qualche tempo dopo, non sazi delle malvagità, alcuni uomini cominciarono a pedinarlo per strada con chissà quali intenti. Don Simone si accorse della loro presenza e cercò di scappare, finendo però per cadere bruscamente a terra nella concitazione della fuga: solo, senza documenti e con tutti i denti rotti, il Nostro raggiunse dopo tre giorni di treno la Casa Salesiana di Shangai nella quale trovò ristoro per qualche tempo. Trasferitosi a Pechino subì ulteriori processi ed interrogatori (che erano all’ordine del giorno)  finchè quella casa non venne soppressa in quanto – riporta il Padre Provinciale – era considerata «centro di resistenza e di reazione» dal momento che i confratelli salesiani «continuavano ad essere Cattolici Romani e non cattolici progressisti».

Convinto dalla polizia ad intraprendere un viaggio per recuperare i documenti, trovandosi a Pechino don Simone finì nel bel mezzo della soppressione della Missione salesiana. Da quel momento la sua sorte seguì quella degli altri Confratelli: imprigionato e trasportato da un carcere all’altro, fino al perdersi delle sue tracce. Fu così che «in quelle luride prigioni, solo, senza conforti ma unito a Dio, stanco degli stenti, dei viaggi, dei maltrattamenti, fedele al Papa e alla Chiesa, nonostante i quotidiani indottrinamenti […], vittima per la sua Fede e missione, rese la sua bell’anima a Dio».

A chi spetta l’ultima parola?

Spaventa, commuove, stupisce, la storia spettacolare di una persecuzione come tante altre. È forse questa incapacità di incasellare il fenomeno che induce molti a trascurare le cronache dei martiri della fede. Scomoda, infatti, è la domanda che pongono con sfrontatezza alla coscienza di ciascuno: «sei pronto a dare la vita per ciò in cui credi?».

La risposta di don Simone è stata quella della Fede, che sulla scia di San Paolo gli ha fatto dire senza tentennamenti «Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,55). 

Ai suoi persecutori ha mostrato il volto senza fuggire, magari spaventato dagli orrori del male ma in fin dei conti fiducioso che soltanto Dio ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte. Passati decenni dalla sua uccisione, ci piace pensare che don Simone stia guardando amorevolmente la situazione del mondo, aiutando il suo maestro, don Bosco, e la tanto venerata Vergine Ausiliatrice a fare di altri suoi connazionali un «bell’abito da regalare al Signore».

A noi credenti e uomini di buona volontà, che ancora militiamo nella precarietà del mondo, non resta che affidarci all’intercessione di questi testimoni coraggiosi, chiedendo di saper rispondere con fervore all’invito fatto da padre Acquistapace in chiusura della sua missiva: «non dimentichiamo di pregare per Lui, nel caso che ce ne fosse bisogno; ma soprattutto di pregare per i nostri Confratelli e per tutti gli altri, clero e fedeli, che […] continuano, nelle carceri o fuori, a difendere la loro Fede ogni giorno insediata dall’ateismo militante del comunismo». Potremmo essere noi chiamati, un giorno, a dover dare la stessa radicale testimonianza di fronte al male, a prescindere dal suo colore politico.


Bibliografia

© ECCLESIA DEI

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Andrea Comandone

Laureato magistrale in Scienze del Governo presso l'Università di Torino, opera nel no-profit a contatto con gli enti del Terzo Settore e gli enti religiosi. Coltiva un interesse particolare per la Dottrina Sociale della Chiesa.

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