C’è un grido che sale ogni giorno dall’Africa, ma il mondo non lo ascolta. È il grido dei cristiani della Nigeria, dei fratelli nella fede che vengono perseguitati, cacciati, mutilati, uccisi solo perché portano nel cuore il nome di Cristo. Non sono numeri, ma volti. Madri, padri, bambini, sacerdoti. Ogni giorno, in quella terra martoriata, si consuma un calvario che ricorda le prime persecuzioni della Chiesa nascente. Eppure, silenzio. I grandi media, solerti nel raccontare ogni ingiustizia del mondo, tacciono davanti a questo massacro. Nessun titolo in prima pagina, nessun appello collettivo, nessun grido d’allarme. Sembra che ci siano morti di serie A e morti di serie B: quelli che fanno notizia e quelli che si possono ignorare. Ma per Dio non è così. Per il Signore «è preziosa agli occhi suoi la morte dei suoi fedeli» (Sal 115,15).
Dal 2009, secondo fonti indipendenti, più di 50.000 cristiani sono stati assassinati in Nigeria. Villaggi dati alle fiamme, chiese profanate, comunità intere costrette alla fuga. I carnefici spesso agiscono nel nome di un fanatismo religioso che nulla ha a che vedere con la vera fede, ma che si nutre dell’odio verso la Croce. È un’ecatombe silenziosa che grida vendetta al Cielo. Tertulliano scrive «il sangue dei martiri è seme di cristiani», ma quel seme oggi viene calpestato dal disinteresse di un’umanità sazia, che ha dimenticato la fede e la compassione.

L’Occidente, che un tempo si chiamava “cristiano”, guarda altrove. Preoccupato di non offendere nessuno, preferisce ignorare chi muore per Cristo. Eppure il Vangelo ammonisce: «Se uno mi vuol seguire, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24). Questi fratelli e sorelle, anonimi agli occhi del mondo, sono oggi i veri discepoli, i veri imitatori del Crocifisso. Essi non predicano, ma testimoniano con il sangue la fede che noi spesso riduciamo a parola, a convenzione, a abitudine. San Cipriano, che conobbe il martirio, scriveva: «Nessuno può essere incoronato se non ha combattuto fino alla fine» e in Nigeria, come in molti altri Paesi del mondo, si combatte ancora, ma la battaglia è silenziosa, dimenticata, ignorata da chi preferisce un cristianesimo senza Croce, accomodante e mondano.
È tempo di rompere questo silenzio. È tempo che i cristiani d’Europa e d’Occidente ritrovino il coraggio della fede, la forza della preghiera, la solidarietà della carità. Poichè ogni fratello perseguitato non è un estraneo: è il volto di Cristo che soffre ancora. «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4): in ogni cristiano martirizzato, è il Signore stesso che viene trafitto. Non possiamo tacere. Tacere significa acconsentire, significa rendersi complici. Dobbiamo invece pregare, testimoniare, denunciare, offrire anche le nostre piccole croci quotidiane in unione con i martiri di oggi. Il loro sangue grida dalla terra (cfr. Gen 4,10), e quel grido ci giudicherà.
