C’è una curiosa forma di superstizione laica per la quale ringraziare Dio dopo una guarigione significherebbe quasi offendere la medicina. Come se il cristiano, levati gli occhi al Cielo, dovesse necessariamente abbassare quelli sulla scienza o come se la gratitudine al Creatore fosse una sottrazione al merito delle creature. In questi giorni poi, dopo l’intervento di Leone XIV al Gemelli, alcuni meme hanno riproposto questa vecchia caricatura: “perché ringraziare Dio, se a operare sono stati i medici?”
La domanda sembra ragionevole soltanto finché non ci si interroga su che cosa significhi, davvero, ringraziare. Il cristiano non ringrazia Dio al posto dei medici. Lo ringrazia anche per i medici. Il cristiano non considera il chirurgo un intruso nella Provvidenza, al contrario, riconosce nell’intelligenza umana, nello studio, nell’esperienza e nella dedizione di chi cura dei beni preziosi, dei talenti da mettere al servizio della vita. Il Siracide, libro sapienziale dell’Antico Testamento, non esita a raccomandare:
«Onora il medico per le sue prestazioni, perché il Signore ha creato anche lui».
Sir 38,1
La Scrittura, dunque, non oppone il medico a Dio, ma li colloca in un ordine che la mentalità moderna, troppo spesso prigioniera di alternative artificiali, fatica a comprendere. Il medico opera con la propria scienza; il credente riconosce che quella scienza, la vita che essa soccorre e le possibilità stesse della cura non sono realtà assolute, autosufficienti, nate dal nulla o dal caos. La fede, che non diminuisce il valore dell’opera umana, le restituisce il suo significato. Un cristiano può essere profondamente grato al chirurgo che gli ha salvato la vita e, nello stesso istante, rendere grazie a Dio. Non c’è contraddizione, perché non si tratta di attribuire due volte lo stesso merito, ma di riconoscere due livelli diversi della realtà: l’azione concreta di chi cura e il dono dell’esistenza entro cui quella cura diventa possibile. Chi ringrazia Dio non sottrae nulla al medico, semmai, sottrae l’uomo alla tentazione di considerarsi padrone assoluto della vita.

Eppure la questione non riguarda soltanto la guarigione in sé. Il mondo fatica a capire che, per il cristiano, ringraziare non è soltanto riconoscere di aver ricevuto qualcosa, ma riconoscersi amato da Qualcuno. Il Siracide, del resto, non mette la medicina in concorrenza con Dio, bensì invita a onorare il medico proprio perché il Signore lo ha creato (Sir 38,1).
Cari detrattori, la fede cattolica non ha bisogno di sminuire la scienza per riconoscere la Provvidenza, né di negare il valore dell’intelligenza umana per rendere gloria al Creatore. Il medico cura con la propria competenza, frutto di studio, esperienza e dedizione; il credente, ringraziando Dio, riconosce anche il dono della vita e dell’intelligenza che rende possibile quella stessa competenza. Le seconde non cancellano la prima, ma collaborano, ciascuna secondo la propria natura, all’ordine della creazione.
Eppure, a quanto pare, per una certa mentalità la gratitudine cristiana è ammissibile soltanto a patto di non nominare Dio. Si può ringraziare il chirurgo, l’équipe, la ricerca, la tecnologia e persino la fortuna; appena si pronuncia il nome del Signore, però, scatta l’allarme, qualcuno teme che alla medicina venga sottratto qualcosa. Ma che cosa, esattamente?
Insomma, la scienza non perde dignità perché un uomo prega, così come la fede non diventa irrazionale perché un uomo si affida alle cure. Se poi qualcuno pretende che il credente, dopo essere guarito, debba tacere la propria gratitudine per non urtare la sensibilità dei laici, forse il problema non è l’eccesso di fede del primo, ma la scarsa tolleranza dei secondi. Una curiosa forma di libertà: tutti possono ringraziare chi vogliono, purché non sia Dio.
