A Palermo è scoppiata una disputa tra l’Arcidiocesi e il commercio legato alle celebrazioni religiose. Il nuovo percorso di catechismo, introdotto dall’anno pastorale 2025-2026, prevede cinque anni di formazione e porta alla celebrazione congiunta di Prima Comunione e Cresima, modificando così il tradizionale calendario delle cerimonie. Ristoratori, fotografi, fiorai, pasticceri e commercianti temono una forte contrazione dell’indotto: secondo Confimprese, a Palermo si celebravano circa 3.000-3.300 prime comunioni ogni anno, con un impatto economico stimato dall’associazione in decine di milioni di euro. L’Arcidiocesi difende invece la riforma sostenendo che i sacramenti non debbano essere semplici tappe separate, ma il culmine di un autentico percorso di formazione cristiana e di inserimento nella comunità. La diocesi ha inoltre respinto l’idea di modificare il percorso per salvaguardare l’indotto economico delle cerimonie, ribadendo che la propria missione educativa non può essere subordinata a esigenze di profitto.
Effettivamente è vero, se arrivassimo al punto di organizzare il catechismo in funzione del fatturato dei ristoranti, dei fotografi e dei fioristi, potremmo tranquillamente chiudere le porte delle chiese e aprire quelle di una sala ricevimenti. La vicenda di Palermo mette sul tavolo una questione assai più seria dei milioni lamentati dalle categorie commerciali. Sia chiaro, nessuno ignora le difficoltà di chi lavora, ma la Chiesa non può stabilire i tempi della propria missione pastorale sulla base del calendario dei ristoranti. Il problema vero, infatti, è un altro. Non ci sono più tremila bambini che chiedono la Prima Comunione. Non ci sono più migliaia di ragazzi che frequentano il catechismo così come non ci sono più, con la stessa naturalezza di ieri, famiglie che trasmettono la fede. E allora quei tremila eventi che vengono a mancare non sono anzitutto tremila pranzi persi, ma sono il sintomo di una cristianità che si assottiglia.
La Curia palermitana, piaccia o non piaccia la soluzione adottata, ha almeno avuto il coraggio di affrontare questa emergenza. Il suo nuovo itinerario nasce precisamente dal tentativo di evitare che i sacramenti diventino semplici cerimonie, dopo le quali bambini e famiglie scompaiono dalla vita della Chiesa. Ed è qui che occorre avere il coraggio di capovolgere la domanda. Non chiediamoci quanti ristoranti perderanno clienti. Chiediamoci perché abbiamo così pochi bambini da battezzare, così pochi ragazzi da catechizzare e così poche famiglie da accompagnare alla fede. Il giorno in cui torneranno a riempirsi le parrocchie, torneranno anche i fiorai, i fotografi e i ristoratori, ma la Chiesa non può riempire le chiese per riempire i ristoranti.
Sarebbe un magnifico affare per l’economia e una bancarotta per il Vangelo.
