Il Sacramento dell’Eucarestia

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L’Eucarestia è il più grande dei sacramenti, poiché in esso: «Cristo, sotto le specie del pane e del vino, è realmente presente con il suo corpo e il suo sangue, per offrirsi in sacrificio (incruento) al Padre celeste e darsi come cibo spirituale ai fedeli» (Ott, 610). Il termine Eucarestia, dal greco εὐχαριστία, significa letteralmente ringraziamento e indica uno dei fini per i quali viene offerto il sacrificio del pane e del vino. Per quanto riguarda la celebrazione, essa ha acquisito nel tempo diverse denominazioni. Nelle lettere paoline si trova l’espressione “cena del Signore” (cfr. 1Cor 11,20), che rimanda direttamente al momento istitutivo del sacramento. Nelle comunità cristiane latine si diffuse la denominazione di fractio panis, che fa riferimento al gesto simbolico principale della celebrazione. Più correttamente è usata l’espressione “santo sacrificio o sacrificio eucaristico” con riferimento alla natura sacrificale della celebrazione. Il termine di uso comune messa, dal latino missa, è di incerta etimologiaesecondo alcuni autori deriva dal saluto finale del diacono:«Ite, missa est».

Di questo augustissimo sacramento consideriamo qui tre aspetti fondamentali: la presenza reale del Signore nelle Sante Specie, l’Eucarestia come sacramento e l’Eucarestia come sacrificio. Partendo dal primo punto, va rilevato che è dogma di fede che: «Gesù Cristo è veramente, realmente e sostanzialmente presente nell’Eucarestia con la carne ed il sangue, il corpo e l’anima, l’umanità e la divinità» (Bartmann, 177). Nonostante, nel corso della storia sia stato messo in discussione a più riprese, la Chiesa ha sempre confermato nel suo magistero questo dogma fondamentale, senza il qualeil sacramento dell’Eucarestia non può essere compreso. Il Signore stesso, nell’istituire questo sacramento durante l’Ultima Cena, utilizzò delle parole inequivocabili: «Questo è il mio corpo (τοῦτόἐστιντὸσῶμάμου)» (Mc 14,22; cfr. Mt 26,26; Lc 22,19; 1Cor 11,24) e «Questo è il mio sangue (τοῦτόἐστιντὸ αἷμάμου)» (Mc 14,24; cfr. Mt 26,28; Lc 22,20; 1Cor 11,25). L’utilizzo del verbo εἰμί, riportato dalle fonti canoniche, non lascia spazio a dubbi, poiché indica l’identità tra il pane e il corpo del Signore, nonché tra il vino e il sangue del Signore. Come affermato dagli studiosi: «gli Apostoli sono i migliori interpreti delle parole del Signore; ora, essi scrivono “è” e non “significa”» (Bartmann, 183). L’attuazione di questa presenza reale avviene attraverso la transustanziazione, anch’essa dogma di fede. Con il termine “transustanziazione” indichiamo l’azione dello Spirito Santo nella Celebrazione Eucaristica, per mezzo del quale: «Cristo è reso presente nel sacramento dell’altare mediante la conversione di tutta la sostanza del pane nel suo corpo e di tutta la sostanza del vino nel suo sangue» (Ott, 622). È un fenomeno del tutto singolare, unico in tutto l’ordine naturale, poiché viene mutata non solo la forma sostanziale, ma la stessa materia. Infatti, per l’onnipotenza di Dio nell’Eucarestia si opera «il passaggio totale della materia e della forma del pane nel corpo di Cristo, rimanendo intatti soltanto gli accidenti» (Piolanti, 515-516).

Passando a trattare dell’Eucarestia come sacramento, bisogna individuare gli elementi del segno sensibile. Innanzitutto, materia del sacramento sono il pane di frumento e il vino d’uva. Il can. 924 regola ufficialmente l’utilizzo della materia per la celebrazione valida del sacramento. Si prescrive per il pane che «deve essere solo di frumento e confezionato di recente, in modo che non ci sia pericolo alcuno di alterazione» (§2) e per il vino che «deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato» (§3). Nel solo ambito di vigenza del Codex iuris canonici, ovvero nella sola Chiesa latina, è richiesto ad validitatem che al vino sia aggiunta un po’ d’acqua (can. 924 §1 CIC), mentre nelle Chiese sui iuris orientali, in cui vige il Codex canonum Ecclesiarum orientalium, non è richiesta ad validitatem l’aggiunta dell’acqua, non presente in alcuni riti orientali (can. 706 CCEO). Per quanto riguarda la forma del sacramento, è costituita dalle parole con le quali il Signore ha istituito l’Eucarestia così come formulate nei libri liturgici. Paolo VI, nella Costituzione Apostolica Missale romanum del 3 aprile 1969, ha fissato così la forma del sacramento, per il pane: «Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi» e per il vino: «Prendete, e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me». 

Con riferimento al ministro, bisogna distinguere tra la celebrazione dell’Eucarestia e l’amministrazione della Comunione. Ministro della celebrazione dell’Eucarestia è solo il sacerdote (vescovo o presbitero) validamente ordinato (can. 900), mentre «ai diaconi e ai laici non è consentito proferire le orazioni, in particolare la preghiera eucaristica, o eseguire le azioni che sono proprie del sacerdote celebrante» (can. 907). Per quanto riguarda la Sacra Comunione, invece, si distingue tra ministro ordinario e ministro straordinario. La Comunione può essere amministrata ai fedeli come ministro ordinario da un chierico (vescovo, presbitero e diacono), mentre come ministro straordinario anche dall’accolito o da un altro fedele incaricato (can. 910). 

Per quanto riguarda gli effetti, come ogni sacramento, l’Eucarestia produce innanzitutto l’aumento della grazia santificante in chi la riceve, oltre a diverse grazie sacramentali specifiche. La prima e più importante è l’intima unione con Cristo, realmente presente nel suo Corpo e nel suo Sanguee poi la conservazione e l’aumento della vita soprannaturale, in quanto nutrimento dell’anima, ed è pegno della beatitudine eterna e della risurrezione del corpo (cfr. Ott, 645-648).

Da ultimo prendiamo in considerazione l’Eucarestia come sacrificio: dogma di fede, confermato dal Concilio di Trento, secondo cui la Santa Messa è un vero e proprio sacrificio. Nella celebrazione sacramento e sacrificio sono compiuti nella stessa consacrazione, ma sono concettualmente distinti: «l’Eucarestia è sacramento in quanto in essa si riceve Cristo come nutrimento dell’anima, ed è sacrificio in quanto in essa Cristo si offre a Dio come vittima» (Ott, 656). La natura sacrificale della Celebrazione Eucaristica emerge sia dalle parole che dai gesti istitutivi. Le parole del Signore, riportate nei testi canonici, fanno riferimento al suo Corpo «dato, consegnato per voi» («τὸ ὑπὲρὑμῶνδιδόμενον» in Lc 22,19 e «τὸ ὑπὲρὑμῶν» in 1Cor 11,24) e al suo Sangue «offerto in sacrificio per molti per la remissione dei peccati» («τὸ περὶ πολλῶνἐκχυννόμενονεἰςἄφεσινἁμαρτιῶν» in Mt 26,28, «τὸἐκχυννόμενον ὑπὲρ πολλῶν» in Mc 14,24 e «τὸ ὑπὲρὑμῶνἐκχυννόμενον» in Lc 22,20). Da ciò si evince che Gesù Cristo ha istituito l’Eucarestia come sacrificio, poiché ha utilizzato delle proposizioni che fanno riferimento esplicito alla natura sacrificale dell’offerta del suo Corpo e del suo Sangue. A questo si aggiunge l’esplicito riferimento di San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi, in cui, dopo aver riferito l’istituzione dell’Eucarestia, afferma: «Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga» (1Cor 11,26). L’Eucarestia, quindi, è un vero e proprio sacrificio: «rappresenta sacramentalmente il sacrificio di Cristo sulla croce, ne perpetua la memoria e ne applica la virtù salutare» (Ott, 662). Tra il sacrificio di Cristo sul Calvario e la Santa Messa c’è un legame inscindibile, sebbene il sacrificio della Croce sia assoluto, in quanto unico e definitivo, mentre quello della messa sia relativo, in quanto sempre in relazione con il primo. Il Sacrificio Eucaristico, in conclusione, è rappresentazione, memoria e applicazione del Sacrificio della Croce. È rappresentazione sacramentale, poiché «il corpo e il sangue di Cristo sono resi presenti sotto specie separate che simboleggiano la reale separazione del corpo e del sangue di Cristo sulla croce» (Ott, 663). È, inoltre, memoria o commemorazione, in quanto ricorda il «sacrificio della croce che durerà fino alla fine dei tempi» (ivi). È, infine, applicazione, in quanto applica i «frutti del sacrificio della croce agli uomini bisognosi di salvezza» (ivi). Questo sacrificio incruento viene applicato per quattro fini: adorazione, ringraziamento, espiazione e impetrazione. Il Catechismo romano, riprendendo il Concilio di Trento, ci ricorda che «l’augusto sacrificio della Messa non è soltanto un sacrificio di lode e di ringraziamento, né una semplice commemorazione di quello della croce, ma un vero e proprio sacrificio propiziatorio, con il quale ci rendiamo Dio placato e propizio» (Catechismo tridentino, 238).


Bibliografia

  • Catechismo Tridentino, Centi T.S. (ed.), Cantagalli, Siena 1992.
  • Bartmann B., Manuale di Teologia Dogmatica, Effedieffe, Viterbo 2023, vol. III.
  • Ott L., Compendio di Teologia Dogmatica, Ichtys.
  • Piolanti A., «Transustanziazione», in Parente P. – Piolanti A. – Garofalo S., Dizionario di teologia dommatica, Effedieffe, Viterbo 2018, 515-517.

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